COSE DELL'ALTRO MONDO

Riccardo Cristiano

Giornalista e scrittore

Idlib: sono morti i siriani o siamo morti noi?

Da molti anni a questa parte ci si attarda a riseppellire l’ONU. Dopo essere morta a Sarajevo l’Organizzazione delle Nazione Unite rimuore in ogni conflitto che osserva con gelido distacco, o soprassedendo ad azioni demoniache. Decretare l’ennesima morte dell’ONU nella provincia siriana di Idlib, dopo averla vista già rimorire alla Ghouta, testimone silente del massacro chimico, o tornare a rimorire ad Aleppo, dove ha svolto il ruolo di supervisione della deportazione della popolazione, o nel Rojava curdo-siriano, dove i bravi di Erdogan hanno potuto lasciare la popolazione civile tra deportazioni e distruzioni anche del sistema sanitario, o nell’assai simile conflitto yemenita, sembra teorizzare una sorta di “metemnarcosi” un periodico ritorno al  sonno profondo che si riprodurrebbe ad ogni crisi. Piuttosto è interessante notare che quasi tutte le “narcosi” dell’ONU vedono un silenzio quasi acquiescente del mondo pacifista e progressista che sembra dipendere dal fatto che da Sarajevo in poi questo sonno profondo dell’ONU favoriscono l’impero più amato da alcuni ideologi dei pacifisti e progressisti, quello moscovita. Mosca per loro sembra avere questo privilegio, trasformare lo sterminio dei popoli in azione in difesa dei popoli e del loro diritto all’autederminazione. 

Questa falsa coscienza del mondo pacifista e di quello progressista, imbevuti di un antiamericanismo primordiale, arriva a legittimare il sospetto di un’acquiescenza La cecità e la falsa coscienza possono muoversi anche all’interno del mondo pacifista e progressista, e gli ideologismi sono così ciechi da poter indurre a tifare ancora per la Mosca sovietica anche trent’anni dopo la sua trasformazione in un’altra Mosca, imbevuta di zarismo e imperialismo. 

Tutto questo però è solo una parte del problema: la necrosi che ha colpito l’ONU, indotta anche da cecità diffuse nei mondi pacifisti-progressisti, è tale da coinvolgere anche noi. Tanto da indurci a doverci domandare se siamo già morti. Non si tratta di capire se saremo così dopo essere morti, ma se già lo siamo. C’è infatti una città, Maarat al Numaan, che dovrebbe essere citata sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Maarat al Numaan si trova nel nord della Siria, nella provincia di Idlib. Qui sono finite anche le ambulanze, in grado di trasportare i feriti nei luoghi allestiti con il poco che rimane per la cura dei feriti. Nei giorni che vanno da lunedì 16 dicembre a giovedì 19 dicembre su questa città sono caduti 636 missili terra aria russi e 130 barili bomba siriani. Queste azioni militari hanno causato 56 vittime, delle quali 13 erano bambini. Morti limitate dall’intervento dei caschi bianchi, che hanno estratto dalle macerie 150 civili. Solo nella giornata di martedì 11mila persone hanno lasciato le loro case. 

Di Maarat al Numaan i nostri giornali non parlano; questo silenzio è davvero interessante visto i fatti in questione riguardano 3 milioni di persone. Maarat al Numaan infatti è solo l’epicentro di questi giorni di una operazione militare russo-siriana che mira a riconquistare questo ultimo territorio, la provincia di Idlib, non controllato dal regime di Damasco nel nord ovest della Siria. In questa provincia il regime, nel corso degli anni, ha ammassato 1milione e 500mila civili disarmati siriani che non voleva tenere nelle aree di Siria da esso riconquistate. Così sono stati deportati nel nord del Paese, ad Iblid, portando la popolazione complessiva a 3 milioni di persone. Nella stessa area il regime ha trasferito anche i jihadisti sconfitti nelle altre battaglie svoltesi in Siria, facendone la loro roccaforte. La Siria è il primo teatro bellico al mondo dove  gli sconfitti vengono trasferiti in un altro campo di battaglia dai vincitori. Trasferimento documentato da diverse immagini televisive ne avvenuto con comodi bus, come più volte è stato anche con i combattenti dell’Isis. Ad armare questi gruppi contro i quali la popolazione civile di Idlib è insorta più volte hanno provveduto i turchi di Erdogan. La loro vicinanza ad al-Qaida è nota e proprio questo consente al regime di presentare l’attacco contro i civili e i deportati di Idlib come un’azione anti-terrorismo. 

Della catastrofe umanitaria del nord della Siria si discute in queste da giorni all’ONU. Ma venerdì per la quattordicesima volta Russia e Cina hanno esercitato il loro diritto di veto per bloccare la proposta sull’attivazione di corridoi transfrontalieri da due valichi di frontiera turchi e uno iracheno.  Dovrebbero portare aiuti alimentari e sanitari in tutto il nord della Siria per i prossimi 12 mesi. Ma Russia e Cina volevano attivare solo i due valichi turchi e per sei mesi. Il valico dai territori iracheni è ritenuto vitale per l’ingresso di medicinali necessari nel nord est della Siria, la zona dove operano i curdi dell’SDF e si registra ancora una presenza americana. L’idea di attivare i tre corridoi umanitari era già un compromesso rispetto al progetto iniziale di cinque corridoi, che ne comprendeva anche un altro dalla Turchia, proprio per Idlib e uno a sud, dalla Giordania. Ursula Müller, dell’Onu, non poteva che ripetere come tante altre volte: “Senza le operazioni transfrontaliere vedremo un’ immediata fine dell’aiuto vitale per milioni di civili. Questo causerà un rapido incremento della fame e delle malattie che produrrà morti, sofferenze e altri sfollati, che potranno anche attraversare i confini.” 

Difficile sorprendersi che in queste ore un gruppo di siriani che manifestavano in Turchia per la popolazione civile di Idlib siano stati arrestati; per loro ovviamente si prospetta l’espulsione.

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