IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Grecia, c’è anche la stampa al tavolo

Chi abbia davvero interesse, rispetto al grande spazio rilasciato all’opinione pubblica, a seguire la crisi greca si trova di fronte all’insormontabile ostacolo costituito dalla stampa e dalla televisione che, anziché riportare oggettivamente l’evolversi della situazione, rappresentano le diverse posizioni in conflitto prendendo così parte, politicamente, ai tentativi di trovare soluzione. Il risultato è di rendere confusa e incerta quella stessa opinione pubblica che in questo caso non è la destinataria più o meno interessata del flusso di notizie ma la fruitrice finale degli effetti dello scontro, per modo che si spiegano i repentini balzi d’umore delle Borse internazionali e dei consumatori in genere. Il dovere della stampa, in una crisi come questa, non è né di consolare né di inquietare ma di offrire un quadro più chiaro e obiettivo possibile dello stato delle cose, ancor di più se le cose di per se stesse sono oscure, difficilmente decifrabili e in continua evoluzione.

Invece non c’è giornale, non c’è televisione né sito web che, anche nelle corrispondenze teoricamente più asciutte, non addicano aggettivazioni o comunque costruzioni sottese a sostenere una o più posizioni. Quando sarebbe stato necessario il massimo dell’oggettività, la stampa europea si sta mostrando incline non a dare notizie ma a farle. Succede sempre in caso di crisi acutissime, come lo sarebbe una guerra. In presenza di un evento bellico la stampa diventa infatti cobelligerante e anziché notizie di fatti avvenuti propina scenari di fatti propedeutici a sviluppi di parte. Evidentemente ci troviamo nel mezzo di una guerra se, anche in Italia, non ci sono giornali e televisioni concordi nel dare notizie di fatti avvenuti mentre appaiono piuttosto impegnati a presagire effetti, preparare le coscienze e quindi condizionare gli esiti. L’attentato al consolato del Cairo dimostra quanto la stampa sia tentata di stabilire da sola la verità: sin dal primo momento, e soprattutto dopo la rivendicazione dell’Is, l’obiettivo dei terroristi è stato indicato nell’Italia, senza nulla concedere a ipotesi alternative, una delle quali si è poi mostrata più attendibile. Governo e presidente della repubblica sono stati così indotti a prendere posizioni che ora appaiono perlomeno avventate. Ma non bastava alla stampa attenersi ai fatti. Spingendosi a cercare pure i responsabili e le cause, si è sostituita alle autorità di polizia egiziane e ha sortito un effetto che, se fossimo stati un Paese meno imbelle, sarebbe stato di ben altra portata.

Nel caso della crisi greca, sarebbe già un grosso servizio se perlomeno venissero rilevate le sole contraddizioni così come si presentano anziché cercare di spiegarne le ragioni e darne un’interpretazione. Per esempio, il premier italiano Renzi che fino a un mese fa predicava il verbo della flessibilità e del derigorismo, accusando l’Ue di troppa austerity e anticipando a parole quanto il referendum greco ha poi statuito nei fatti è o non è in contraddizione con lo stesso Renzi che oggi invita Atene ad avviare le riforme come condizione per un accordo al di là di ogni ipotesi di haircut e di azzeramento del debito? E il premier greco Tsipras che fortissimamente ha voluto il referendum del 5 luglio, il cui Oxi avrebbe dovuto portare inevitabilmente al Grexit, è o non è in contraddizione con l’attuale Tsipras che cerca di spuntare un accordo di compromesso esattamente come se il voto popolare non ci fosse stato? Sulla stampa nazionale leggiamo che Renzi non può sposare una causa, la moratoria del debito sovrano greco, dopo che egli stesso ha avviato le riforme assecondando i diktat dell’Europa; e che Tsipras non ha altra scelta che tentare, referendum o non referendum,di ottenere un terzo prestito immediato per riaprire almeno le banche. Non si tratta però di informazioni ma di interpretazioni, che in mancanza delle prime si traducono in fattori di turbamento delle Borse e di instabilità politica. Commentare le decisioni prese a un tavolo non è la stessa cosa che preparare il tavolo o sparecchiarlo.

La stampa italiana e in genere continentale si è avvezza da tempo al gusto del maggiordomo di parlare all’orecchio del padrone di casa. seduto a tavola con i suoi ospiti. Riportare dichiarazioni di ministri o leader su propositi circa eventi che potrebbero anche non avvenire mai anziché dare notizia di realizzazioni compiute, di opere portare a termine, di leggi fatte e decreti esecutivi, è diventato un esercizio consolidato il cui maggiore effetto è stato il suo rovesciamento nel fenomeno che stiamo vedendo pesantemente in atto: anziché affidarsi alle sole dichiarazioni dei protagonisti sulla scena, la stampa si è presa la libertà se non la licenza di raccontare la scena stessa ergendosi a comune condizionatore. Nella crisi greca la vocazione a preferire le opinioni ai fatti ha accomunato giornalisti e analisti, esperti e opinion maker in una schiera imprevista e inaspettata. E come è nel calcio ognuno si è fatto allenatore, secondo i colori della sua squadra.

Questa acquisizione potrebbe essere il segno di una maturazione della stampa finalmente raggiunta se non fosse invece la spia di un vuoto che adesso occorre colmare. Chi ci dà le notizie senza darci pure la loro genesi se i giornali anziché limitarsi a osservare il fenomeno concorrono a determinarlo? Il principio di Heisenberg per cui la realtà muta se viene osservata non può applicarsi in materia di comunicazione. In questo campo vale un altro principio, quello teorizzato da Montaigne, che immaginava l’effetto contrario al rimedio di stare accanto a un malato perché guarisca solo a vedere un uomo sano: che sia questo ad ammalarsi vedendo quello a letto. Se la stampa è l’uomo sano, il rischio è perciò che politicizzandosi e pretendendo di fare il consigliere del principe finisca per dividerne le sorti.

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