IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Finalmente la Sicilia come la Lombardia

Solo così la Sicilia poteva eguagliare la Lombardia: appaiandosi sotto il dominio non più spagnolo ma di un’epidemia che assegna loro il primato di regioni col più alto numero di contagi da Covid. Con la differenza che la Lombardia è la regina del sistema sanitario e la Sicilia una cenerentola. Lì può essere eretto un muro, qui appena uno steccato. E con un’altra sostanziale diversità: gli errori e le colpe sono in Lombardia portati alla luce e imputati ai diretti responsabili, fino anche all’esautoramento dell’assessore regionale, mentre in Sicilia nessuno dice che la micidiale e inattesa insorgenza del virus è riconducibile al suo governo e ai suoi sindaci, essendo opinione corrente che siano stati i comportamenti sociali del tutto in libertà ad aver determinato gli attuali allarmanti picchi: una versione dopotutto di quel sicilianismo che nei secoli ha imparato a riversare sugli altri, i continentali innanzitutto, colpe e demeriti, limiti e inadeguatezze, che sono interamente siciliani. A cominciare dal governatore Musumeci, un signor Tentenna che ha brillato solo nel rovesciare sul governo nazionale inadempienze e ritardi e nell’annunciare restrizioni capestro mai in realtà messe in essere, attentissimo a non scontentare né un barista né un podista e prudentissimo nel non farsi nemici in un momento in cui le circostanze imponevano di prendere altroché posizioni drastiche e spiacevoli.
La mancanza pressoché assoluta di controlli e di sanzioni ha incoraggiato condotte irresponsabili, da feste private a movide notturne, che hanno trovato nella confusione e nell’incertezza dell’azione di governo regionale motivo di moltiplicarsi e causa di giustificazione. Si è scelto di colorare di rosso piccoli paesini sperduti di montagna e dell’entroterra lasciando i capoluoghi in un arancione apparso ai più del giallo se non del bianco del totale permessivismo, quando invece era necessario già da novembre che l’intera isola fosse sottoposta a lockdown.
Nell’assenza di un governo che ha perso il controllo del territorio come anche di se stesso, con un governatore imbaloccato e imbalsamato in una posa di inerme spaventapasseri, sono stati i sindaci che autonomamente hanno preso indebita, conflittuale e confusa iniziativa: con risultati del tipo di Messina dove Cateno De Luca si è distinto nell’esortare gli esercenti a protestare contro il prefetto per le chiusure e poi nel reclamare l’istituzione immediata della zona rossa. Quando si è drammaticamente avverato il grande timore, vanamente scongiurato, che la Sicilia dovesse affrontare un’emergenza Covid nelle proporzioni sperimentate in Settentrione, il governatore ha finalmente richiesto un rosso generale che nessuno gli può adesso rimproverare, essendo evidente a tutti lo stato di pericolo raggiunto dall’epidemia. Duemila positivi e decine di morti al giorno impongono la nomina di un commissario che sappia soprattutto gestire le poche e approssimative strutture sanitarie e si faccia carico di una situazione giunta al punto da assomigliare a un tunnel: il rosso del lockdown potrebbe trascolorare in un funesto nero se si procede ancora alla cieca.

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