IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Fedez non si Lega ma si imbroglia

Fedez, il paredro di Chiara Ferragni, noto frequentatore di social, ha scelto una ribalta di straordinario seguito qual è il Concertone del Primo maggio trasmesso ogni anno dalla Rai per muovere contro la Lega, in mancanza della Lega, un attacco a muso duro e cappellino sulle diciotto in difesa dei gay, del politically correct e della libertà di parola: facendo un po’ come l’“apparitore dei Tg” che si è fatto una fama spuntando alle spalle di ogni intervistato in piazza, trovando molto più facile questa via del successo rispetto alla faticosa pratica della ricerca di follower.
Fedez, allo stesso modo, è apparso dietro i sindacati per sparare sulla Lega, la cui più grande colpa, tale da esserle imputata nel giorno della Festa del lavoro, non è quella dell’affaire dei 49 milioni spariti all’estero o l’altra circa i rapporti con gli oligarchi e le potenze sovraniste, l’antimeridionalismo e lo sciovinismo, ma quella delle battutacce di alcuni piccoli e sconosciuti esponenti di partito pronunciate sul conto degli omosessuali e da Fedez ripetute con le mani tremanti in diretta, colmo di un’indignazione covata chissà da quanto tempo ed evidentemente trattenuta in attesa della grande occasione per fare il botto. Che c’è stato e che ha permesso alla sua dea e coniuge di dire sussiegosa – ai social, cioè al suo vero regno – di essere orgogliosa di lui. Ma orgogliosa di che? Del marito rap in veste di rapace opportunista che da “difensor fedez” accusa urbi et orbi chi non può replicare e a un dibattito in contraddittorio preferisce il soliloquio sentenzionale?
Fedez ha fatto di più: ha trascinato nella polemica anche la Rai che avrebbe esercitato un tentativo di censura postando stavolta sui social un breve brano, fuorviante e non significativo, della telefonata di una dirigente Rai, dando mostra di aver premeditato non solo l’invettiva contro la Lega ma anche l’intemerata contro la Rai. Ma sbagliando decisamente i passi e le mosse. Rimproverare a un partito idee e ideologie che come tali sono condivise da milioni di suoi sostenitori e delle quali leader e peones non si fanno che interpreti e portavoce, col solo rischio di dovere rispondere proprio agli elettori delle loro dichiarazioni, è come chiedere conto a un rapper del testo delle sue canzoni, in molti casi inneggianti a pratiche sataniche, atti di violenza e atteggiamenti illegali. Accusare poi alcuni consiglieri di enti locali di aver usato parole discriminatorie nei confronti dei gay è come rinfacciare al papa di scomunicare i bestemmiatori e i peccatori, giusta la teoria di Fedez del principio di libertà che deve essere garantito a tutti di professare il proprio credo come anche il primo ateismo.
Dall’alto della sua cultura qualunquista e d’accatto, Fedez si ritiene libero di accusare la Lega di intolleranza sessuale e agita perciò le ragioni del politicamente corretto in base alle quali sono da vedere come discriminatorie le differenze di genere, ma tale libertà non è disposto a riconoscerla a chi dà un contenuto opposto o diverso al “politicamente corretto”, concezione questa che si presta a interpretazioni variabili in funzione appunto della professione politica che soprattutto un partito esercita. Può essere esecrabile e dunque vietata ogni azione che costituisca reato, ma perché la stessa azione possa essere perseguibile come peccato è necessaria non una legge ma la fede. Se ancora oggi una grande parte della Chiesa, con laceranti divisioni interne, combatte forme di “diversità” come l’omosessualità, l’unione di fatto, l’adozione da parte di coppie dello stesso testo, l’inseminazione artificiale, l’adulterio, sarà pur possibile a un partito politico di esprimere posizioni a favore di questa linea. Siamo in un’epoca storica di maturazione e di riscoperta nella quale ogni valutazione su questioni capitali come anche quella dell’omosessualità sono deferite alla coscienza individuale. Assumere atteggiamenti alla Fedez di assoluta contrarietà alla libera determinazione della coscienza, in una fase nella quale molte materie non sono state disciplinate dal legislatore né la Chiesa si è pronunciata definitivamente, suona di fondamentalismo e dunque di oscurantismo. Nel momento in cui uno come Fedez sale su un palco e arringa la folla nel nome di un supposto esercito della salvezza di incerto fondamento si ritrova a essere proprio colui contro il quale egli stesso tuona. Di tutto ciò di cui non si può parlare occorre tacere, diceva Wittgenstein. Ma Fedez ha preferito lo spettacolo, facendo felice la sua musa.

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