IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

E il coronavirus rilanciò la spiritualità

Nell’esperienza che stiamo facendo con il coronavirus, siamo nella fase in cui ricordiamo chi, colpito alle spalle, si gira tramortito e incredulo per vedere cosa e chi è stato. Quando avremo piena coscienza di una condizione che ci apparirà pienamente reale nella sua drammaticità, una volta elaborato l’attuale stato di sbigottimento e confusione, tutto ciò che ci è sembrato importante, per cui siamo arrivati anche a litigare (l’immigrazione clandestina, la Tav, persino i mutamenti climatici e i rivolgimenti politici), risulterà non più che capricci di bambini viziati. Nulla sarà come prima, almeno per il tempo necessario a fare rimarginare le cicatrici e che si compia la ricostruzione del tessuto sociale.
Sopra tutti gli altri deficit che ci toccherà scontare, il più sconcertante sarà la riscoperta della natura del mondo, che abbiamo immaginato alla nostra mercé, al punto da poterne sconvolgere gli equilibri ecologici, mentre dovremo prendere atto che è il mondo a dominarci. Si è creduto che l’uomo fosse arrivato a un palmo da Dio, ebbro e tronfio delle acquisizioni scientifiche, innanzitutto informatiche e tecnologiche, che hanno fatto credere che nulla fosse impossibile, anche nel campo della medicina. Il trionfo della scienza, che ha reso tutti gli uomini robotici, capaci di essere aggiustati e di osare ogni impresa, è cresciuto fino all’onnipotenza, tanto da affermare il primato delle dottrine materialistiche e pragmatiche correlato al progressivo abbandono di quelle spirituali e dogmatiche. Si è supposto che Dio non fosse più necessario, essendo la scienza arrivata a poter soppiantare anche la religione. La condizione umana, così fiduciosa e ottimista nelle possibilità della scienza, si è conformata a uno stato di continua attesa di nuove scoperte e dunque di nuovi antidoti contro l’infelicità e la morte. La sconfitta del cancro, dell’Aids, di ogni malattia, la longevità e il benessere fisico, compresa la bellezza, non sono stati visti più come lontane chimere o progetti avveniristici ma alla stregua di obiettivi prossimi a essere raggiunti.
In questo quadro edonistico ed epicureo, i problemi della salvezza dell’anima, dell’Aldilà e della morte sono stati via via compresi in un’ottica deistica, di un soprannaturale immanente e proprio di un umano principio di ragione. La religione si è andata perciò confinando nella sfera passatista delle superstizioni, dell’idolatria invocata più che altro per ottenere la fortuna in questo mondo e non la vita eterna nell’altro. Le dottrine della salvezza sono state rivolte alla salute delle persone e non alla beatitudine delle anime.
L’epidemia da coronavirus ha di colpo e del tutto rovesciato questa prospettiva, ponendo scienza e religione in un nuovo rapporto. La religione, nata facendo le veci della scienza almeno fino a Leibnitz, col ricondurre a Dio ogni evento terreno, e poi dalla scienza relegata in casa della filosofia, ma dalla filosofia ricacciata dopo l’IIluminismo, sta tornando ad essere – con i vescovi e lo stesso Papa a impetrare l’intercessione divina – strumento di salute come nel suo Medioevo oltre che di salvezza spirituale. Di fronte ai ripetuti “Non lo sappiamo” che gli scienziati di tutto il mondo oppongono alle domande sulla natura e i prossimi effetti del coronavirus, risposte mancate che suonano come atti di resa e di impotenza, la fede riacquista le sue certezze.
Un segnale evidente sono le manifestazioni simboliche che vanno germinando in tutta Italia: non solo i cori sui balconi sulle note di canzoni benaugurali e i plausi a medici e infermieri elevati al rango di supereroi e dunque di simboli e di entità salvifiche, ma soprattutto gli auspici scaramantici del tipo “Andrà tutto bene” che, nel loro fausto slancio, ripongono il fondamento sulla forza della scienza non meno che sulla speranza nel trascendente. Se la scienza, che abbiamo trovato sempre pronta a dare risposta a ogni interrogativo sulle possibilità umane, è costretta ad annaspare di fronte a un virus sconosciuto (e già questo è un insuccesso della ricerca e del progresso), la reazione non di una nazione ma di tutto il mondo esita un’apertura di discredito nei suoi confronti e il ripiegamento verso fonti soteriche che non hanno incertezze, la religione innanzitutto.
Sebbene sia del tutto probabile che tale affidamento sia profilato nella superstizione, resta il dato di un ritorno al culto di quella provvidenza che va perdendo i caratteri della scienza materiale e assumendo gli altri della spiritualità celeste. L’invito di Papa Francesco a non chiudere tutte le chiese va incontro proprio a questa istanza che oggi è rivolta a riti simbolici, a scanzonati e sdrammatizzanti meme, a cantautori che intonano motivi lenitivi dell’ansia e dello sconforto, ma in un domani molto prossimo si potrà tradurre in una nuova ricerca di Dio salvatore.
La partita dipenderà da come, presto o tardi, il virus regredirà. Se troverà le cure necessarie, la scienza riguadagnerà le posizioni perdute, anche se ne uscirà ben più che malconcia e perderà il sembiante dell’onnipotenza umana che ha rivestito, ma se il coronavirus scomparirà così come è comparso, nell’assoluto mistero circa le sue scaturigini e proprietà, sarà molto facile pensare a una grazia divina. Nella speranza che in questo secondo caso non si arrivi a forme di fanatismo escatologico e oscurantista, conta il fatto – ed è quello che già constatiamo – che una mozione di sfiducia è stata sottoposta al voto del mondo contro la scienza e con essa contro la politica, che finora ha mostrato di seguire logiche sovraniste e scioviniste, peraltro provando qui e là a lucrare vantaggi economici dalla pandemia.
Nel Menone, dialogo sulla virtù, Platone insegna che spesso i politici “realizzano con successo molte e grandi cose, senza sapere ciò di cui parlano”, dunque per intuizione e per “opinione corretta”, segno nel nostro drammatico presente che se le misure variamente adottate dai governi sortiranno effetti positivi altro merito la politica non avrà che quello di averci azzeccato. E pare proprio che non solo la politica ma anche la scienza stia procedendo a tentoni e tentativi. In mancanza di conoscenze specifiche, il solo strumento di ricerca affidabile è infatti diventato il metodo statistico: calcolando ed esaminando i contagi, i ricercatori stabiliscono quali soggetti sono più esposti, affinandone i risultati più i giorni passino e più dati siano raccolti.
Se questa è la via che la scienza sta al momento seguendo, al di là delle sperimentazioni di un vaccino ancora ben lontano, l’altra che la fede indica e suggerisce non è molto distante e diversa nella sua aleatorietà. Ciò significa che imboccare una o l’altra non cambia molto il percorso, che appare oggi lastricato di materiale più astratto che concreto. Di conseguenza scienza e religione procedono su vie parallele, destinate certamente a non incrociarsi ma nemmeno a perdersi di vista. A tenerle nella stessa direzione è come sempre la filosofia. Si prenda il provvedimento più drastico che sia stato adottato nel mondo: l’obbligo di restare in casa.
Non è nella natura dell’uomo l’autosegregazione né l’isolamento, essendo egli portato a socializzare per sopravvivere. Non è di fatto la mancanza di libertà che maggiormente pesa al detenuto, il quale non disdegnerebbe più di tanto la sua condizione se potesse anche a distanza partecipare alla vita attiva e ottenerne vantaggi e soddisfazione. L’autoisolamento o l’imprigionamento pesano piuttosto sull’uomo perché è soltanto in questo stato, ovvero rimanendo in casa, che si rende conto della sua miseria e dell’infelicità che lo tantalizza. La teoria è di Blaise Pascal, secondo il quale l’uomo cerca il divertimento per sfuggire all’isolamento e dunque all’autocommiserazione. Dice, come parlando a noi dal Seicento: “Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: cioè dal non sapere restare tranquilli in una camera”. Secondo il filosofo francese “non si cercano i divertimenti se non perché non si può restare in casa propria con piacere”.
Se l’uomo non è dunque per sua natura coercibile, se ne ricava che l’obbligo di restare a casa non può essere duraturo e probabilmente non lo sarà. Quando ne uscirà sarà possibile che dovrà riconfigurare il suo “essere nel mondo”: perplesso e forse deluso circa le capacità della scienza, in dubbio sul principio di ragione, spaventato delle incognite del futuro, si troverà a rivivere lo stato d’animo dell’uomo sopravvissuto alle grandi pandemie di peste e colera, che era spinto a chiedere alla scienza quanto Dio gli negava per castigo, ma opererà nel verso opposto di chiedere a Dio quanto la scienza non ha saputo assicurargli. E tutt’al più, come l’uomo di educazione aristotelica, antecedente alla rivoluzione scientifica, vedeva nella medicina un’arte meccanica promanazione della volontà divina, così l’uomo contemporaneo potrà vedere nella scienza non più che una prova del fondamento del creazionismo sull’evoluzionismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *