Dopo la Crimea. Le nuove vite della diaspora tatara in Turchia

Zevri arriva in centro con la metropolitana insieme a due amici, per trascorrere il pomeriggio in un caffè. Ha 17 anni e vive ad Ankara da pochi mesi, dove frequenta il terzo anno di liceo scientifico; sogna di iscriversi all’università a Istanbul, o forse in qualche capitale europea.

“Sono un tataro di Crimea e fino all’estate scorsa vivevo lì – racconta – poi insieme a mio padre abbiamo deciso che forse la soluzione migliore per me, e per il mio futuro, sarebbe stata quella di andare all’estero. Mi ha accompagnato lui in Turchia, poi è tornato a casa. Non è facile vivere nella nostra terra da quando i russi hanno preso il potere, e con la guerra è peggiorato tutto”.

La scelta della destinazione per la sua famiglia è stata la più naturale, per la presenza di diverse comunità di tatari sul territorio e di altrettanti centri culturali in grado di connettere ogni nuovo arrivato con la popolazione della diaspora. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa nel 2015, il lavoro di network non solo nella capitale ma anche in altre città turche è diventato fondamentale anche per il percorso di accoglienza, non soltanto per mantenere attivi i contatti con la terra d’origine e con la propria cultura.

Come altri prima di lui, giovani e adulti, anche questo studente poco più che adolescente ha subito avuto un alloggio nella sede dell’organizzazione di Ankara. “Qui ho trovato una seconda famiglia – dice – anche se i miei genitori mi mancano, come pure mio fratello e mia sorella, che sono più grandi di me e hanno fatto la scelta di restare, nonostante tutto. Hanno investito nella nostra terra quando ancora si poteva, e oggi per loro lasciare tutto ancora una volta sarebbe una sconfitta troppo grande”.

Zevri ha le idee chiare, è appassionato di geopolitica e spera che la Russia prima o poi sia costretta alla resa. “Noi tatari di Crimea ci sentiamo ucraini, e supportiamo l’Ucraina in questa guerra, ma comunque non dimentichiamo le nostre radici e la nostra unicità. Siamo musulmani, condividiamo la stessa fede di tante altre persone nel mondo, ma il nostro modo di manifestarla è differente perché abbiamo vissuto un’altra storia”. Mantenere i contatti quotidiani con la famiglia è possibile, nonostante il conflitto, purché si eviti qualunque conversazione che riguardi l’occupazione, le decisioni politiche, l’andamento della guerra, o peggio si manifesti il proprio dissenso. Le telefonate fra Zevri e i suoi familiari sono brevi e superficiali. “Chi protesta rischia l’arresto anche solo per uno striscione, una bandiera, una parola sgradita – dice il ragazzo – non è necessario compiere chissà quale reato per finire in carcere, e fra i detenuti in Crimea la maggior parte sono tatari. La Turchia mi ha restituito la possibilità di essere libero, anche se il prezzo da pagare è quello di essere lontano dai miei cari”.

Anche Bekir (nome di fantasia) si sente più libero in Turchia. Nato e vissuto in Crimea fino al 2014, oggi ha 25 anni e si trova a Eskişehir, città dove risiede la diaspora tatara più numerosa di tutto il paese. “Dopo l’annessione del 2014 mi sono trasferito a Kyiv dove ho frequentato l’università e fatto volontariato per aiutare gli altri sfollati provenienti dalla Crimea e dal Donbass – racconta – e nel corso degli anni abbiamo sempre cercato di non dimenticare gli aspetti culturali della nostra identità, promuovendola anche fra gli ucraini che spesso non la conoscono.”

Bekir ha studiato comunicazione, lingue e diritto, e ha lavorato per un breve periodo come giornalista. Proprio nella capitale ucraina Bekir è entrato in contatto con Anyfe, la fondatrice dell’associazione Crimean Family che oggi vive ad Ankara, e che proprio a Eskişehir ha deciso di portare avanti il suo progetto di accoglienza e conservazione del patrimonio culturale. “È stata lei a propormi di insegnare lingua tatara nel centro culturale – spiega il giovane – e quando è iniziata l’invasione su larga scala, nel 2022, ho deciso di partire con lei e il gruppo che oggi sta ricostruendo la propria vita qui”.

Il centro dove oggi vive a Eskişehir si trova nella periferia della città, ed ospita circa una settantina di persone, la maggior parte donne e bambini. A coordinarne le attività c’è Iryna, cresciuta a Donetsk, sfollata prima a Kyiv, poi a Lviv per un breve periodo, e infine arrivata in Turchia. “Quando la mia città è stata occupata dai separatisti ho deciso di andarmene e trasferirmi a Kyiv con la famiglia – ricorda – lì ho cominciato una nuova vita. Con mio marito abbiamo deciso di acquistare una casa in una zona residenziale, fuori dalla capitale, ma che fosse ben collegata e ricca di servizi. Era il 2018”.

La cittadina residenziale dove Iryna sceglie di trasferirsi è Bucha, che quattro anni dopo diventerà il luogo di uno dei più gravi massacri di civili perpetrato dalle forze russe all’inizio della guerra. “In un attimo ci siamo trovati di nuovo sotto occupazione – dice la donna – è stato un momento molto difficile in cui abbiamo creduto che non ce l’avremmo fatta. Siamo scappati ancora una volta lasciandoci alle spalle un altro pezzo di vita, abbiamo raggiunto Lviv e, non appena siamo riusciti a organizzare il nostro trasferimento, siamo partiti per la Turchia in bus. E qui abbiamo ricominciato da capo. Di nuovo”.

L’amministrazione locale di Eskişehir, come pure il governo turco, hanno supportato l’evacuazione e il ricollocamento di questi rifugiati, grazie anche all’azione internazionale dell’attuale ambasciatore di Ucraina in Turchia, Nariman Dzhelyalov: vicepresidente dal 2013 del Mejlis, l’organo rappresentativo dei tatari di Crimea poi bandito dal governo russo nel 2016, e diventato un simbolo dell’opposizione all’occupazione, che ha pagato con quasi tre anni di reclusione.

Dai dati diffusi proprio dall’ambasciata, aggiornati alla fine del 2023, il numero di cittadini ucraini residenti in Turchia prima del 2022 era di circa 38mila persone. Nel primo anno di guerra i nuovi ingressi sono stati 844 mila, ma molti hanno poi proseguito il viaggio verso l’Europa. Sui tatari in particolare non esistono statistiche dedicate, ma presumibilmente rappresentano la maggioranza di coloro che hanno deciso di restare, ad oggi sono poco più di 31mila (dati 2025).

“Mi sento più vicina alla Crimea qui in Turchia – spiega Iryna – dove troviamo accoglienza e una cultura vicina alla nostra, piuttosto che restare in Ucraina, ma senza poter tornare a casa. È ancora peggio essere a un passo dalla tua vecchia vita e doverla guardare dalla finestra. Meglio fare una scelta radicale, salvarsi dalla guerra, e sperare”.

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