La storia della Repubblica Islamica dell’Iran – istituita nel 1979 dopo la rivoluzione che spodestò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi – è densa di evoluzioni che ne hanno via via mutato la fisionomia politica e istituzionale. Queste, tuttavia, sono state colte solo in modo sporadico dall’analisi dei Paesi occidentali, favorendo il perpetuarsi di un più funzionale e strumentale stereotipo costruito sull’immagine di un’autocrazia religiosa monolitica e fortemente verticalizzata, come fu nei suoi primi dieci anni di vita per poi ridefinirsi a partire dal 1989.
La rivoluzione stessa, definita comunemente come “islamica”, fu in realtà il prodotto di una ben più eterogenea comunanza di matrici ideologiche e politiche, che solo in una fase successiva confluirono in modo più o meno spontaneo all’interno di una corrente unitaria a guida religiosa.
L’aspetto però più interessante dell’evoluzione istituzionale della Repubblica Islamica dell’Iran è quello connesso alla sua transizione post-khomeinista, con la morte nel 1989 del fondatore del nuovo Iran rivoluzionario.
Questa fase produsse due effetti significativi. Il primo fu quello di una profonda discontinuità nella concezione della leadership che, dal ruolo assoluto di Ruhollah Khomeini, transitò – complice una riforma costituzionale – verso una figura di garanzia e coesione con Ali Khamenei, che assunse progressivamente il ruolo di un primus inter pares. La Guida Suprema restò quindi dotata del potere decisionale ultimo, sebbene espressione della pluralità di posizioni di un vasto quanto eterogeneo consesso politico e ideologico, il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (Snsc, affrontato in seguito).
Il secondo effetto fu invece quello della discontinuità sul piano generazionale. La prima generazione al potere – quella clericale che seppe capitalizzare l’esperienza rivoluzionaria – non riuscì a produrre una sua continuità all’interno dello stesso tessuto del clero e individuò come generazione successoria l’ambito della Sepah-e Pasdaran (o Ircg), di estrazione militare, che divenne così l’ossatura istituzionale di transizione.
I 37 anni che seguono la morte di Khomeini, quindi, consolidano l’impianto istituzionale della Repubblica Islamica in un sistema profondamente diverso da quello khomeinista, caratterizzato da una sempre più evidente polarizzazione delle istanze ideologiche e dall’esigenza di definire meccanismi di gestione del potere politico su un piano di condivisione e consenso.
La seconda Guida Suprema resterà il decisore ultimo ma non sarà più l’unico, dovendo adattare il proprio ruolo a quello di un contesto politico altamente eterogeneo e conflittuale, dove gli elementi di prima generazione si riducono di numero per ragioni anagrafiche, mentre quelli di seconda generazione diventano pervasivi in ogni organo istituzionale, economico e militare.
In questo processo di trasformazione, assume un ruolo centrale il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, che diventa nel corso del tempo in una vera e propria “Camera di compensazione” della politica iraniana. Il Consiglio permette di riunire in un’unica sede di dibattito non solo le diverse componenti generazionali e istituzionali del Paese, quanto anche le eterogenee istanze sul piano ideologico che determinano gli spesso mutevoli orientamenti della Repubblica Islamica, consentendo alla Guida Suprema di comprenderne gli equilibri e i pesi.
Ciò che emerge dalle decisioni del Consiglio viene poi trasformato in orientamento da parte della Guida Suprema, che sancisce una linea comune costruita attraverso la ricerca del massimo consenso possibile all’interno del Consiglio stesso.
In questo contesto, tuttavia, la percezione occidentale del sistema politico iraniano stenta ad affrancarsi dallo stereotipo di una continuità del khomeinismo, attribuendo alla Guida Suprema un ruolo e un potere dei quali non dispone più da tempo. La rigida interpretazione dell’Iran come un sistema monolitico impedisce tanto agli Stati Uniti quanto alla maggioranza degli europei di definire una più mirata ed efficace strategia di gestione delle relazioni con Teheran, mancando anche di cogliere i fondamentali elementi di trasformazione della politica interna del Paese.
Il risultato di questa carenza analitica si manifesta in modo più traumatico nel momento in cui le dinamiche internazionali, tra il 2024 e oggi, alterano i tradizionali equilibri con l’Iran, con il superamento della “linea rossa” nello scontro militare con gli Stati Uniti e Israele e con l’incognita della successione a un ormai anziano Khamenei. Complici le sempre più frequenti manifestazioni di dissenso sociale, si moltiplicano le speculazioni sul possibile futuro dell’Iran secondo modelli interpretativi spesso disancorati dalle dinamiche locali e ancor più spesso influenzati dalle aspirazioni di una sempre più polarizzata diaspora.
Una più calibrata considerazione degli equilibri politici e sociali della Repubblica Islamica, al contrario, permette di definire alcuni scenari più realisticamente ancorati alle dinamiche interne del Paese.
La necessaria premessa a tali considerazioni è quella del riconoscimento della profonda crisi delle istituzioni rivoluzionarie islamiche emerse dopo la caduta della monarchia. La prima generazione del potere è ormai rappresentata da pochi elementi superstiti, caratterizzati da posizioni ideologiche non più compatibili con quelle della seconda generazione, e tantomeno con quelle della terza generazione, espressione del vasto bacino demografico di giovani che non condividono alcuna posizione ideologica né con la prima generazione rivoluzionaria, né con la seconda di estrazione militare.
Le aspirazioni per un cambiamento profondo sono quindi palpabili, sebbene nell’ambito di modelli spesso molto diversi e confliggenti tra loro.
Le componenti giovanili rivendicano democrazia e libertà, invocano la caduta della teocrazia ma al tempo stesso non riescono a definire una leadership unitaria e soprattutto un programma politico condiviso, non riuscendo così a trasformare, di volta in volta, le proteste in rivoluzioni che vengono quindi facilmente contenute dalla rodata macchina repressiva del regime.
La seconda generazione – che per numero nella piramide demografica del Paese è di gran lunga inferiore alla terza – paradossalmente condivide con i giovani l’esigenza di un superamento del sistema teocratico, in funzione però dello specifico interesse di emergere al vertice della nuova infrastruttura del potere e di esserne legittimata.
Sebbene costituita in larga parte da elementi provenienti dalla struttura dei Pasdaran, la seconda generazione non deve essere intesa oggi come prettamente militare. Il sistema dell’Ircg, infatti, si è evoluto nel corso degli ultimi quarant’anni, assumendo dimensioni imponenti nell’ambito economico, sociale e amministrativo del Paese fino a configurare “uno Stato nello Stato”.
La transizione tra la prima e la seconda generazione, in atto da tempo, è stata a lungo caratterizzata da un tacito intendimento che avrebbe permesso il superamento del sistema teocratico in modo progressivo e non conflittuale. Tale equilibrio, però, è stato profondamente alterato dalle dinamiche regionali degli ultimi due anni e dai loro effetti sugli equilibri della Repubblica Islamica. Il sostanziale ridimensionamento delle strategie di sicurezza, in conseguenza del forte indebolimento del principio di “difesa avanzata” attraverso il cosiddetto “Asse della Resistenza”, il ritorno di un conflitto all’interno dei confini nazionali e la dimostrazione di una palese vulnerabilità del sistema hanno generato un ampio dibattito sulla necessità di rivedere le principali direttrici della politica e della sicurezza.
Ne sono emerse evidenti contraddizioni e profonde divergenze soprattutto tra la prima e la seconda generazione, evidenziando come l’approccio della prima sia ormai superato e incapace di assicurare la sicurezza del Paese, e spingendo la seconda a esercitare un ruolo ben più assertivo nei confronti della Guida Suprema, erodendone ancora di più il potere.
In tale contesto, pertanto, appare evidente come l’Iran si appresti ad affrontare una nuova quanto improrogabile profonda fase di trasformazione. Più complesso, invece, è individuarne il possibile esito, sebbene tre scenari appaiano plausibili in questo momento.
Il primo è quello di una temporanea continuità dell’attuale equilibrio, che sarà però verosimilmente interessato, nel giro di breve tempo, da una nuova fase di malcontento e proteste, acuite peraltro dalla memoria della violenta repressione di quelle di questo gennaio. In questo scenario le componenti della protesta riescono per la prima volta a esprimere una leadership condivisa e un programma politico, trasformando le manifestazioni in un processo rivoluzionario, non più contrastato dall’apparato militare. La caduta delle istituzioni teocratiche, e contestualmente dell’apparato di potere dei Pasdaran, aprirebbe alla possibilità di una transizione democratica, definendo un contesto entro il quale rigenerare progressivamente le aspirazioni politiche della società iraniana.
Il secondo scenario è invece quello che prevede un intervento militare esterno condotto dagli Stati Uniti e da Israele, al fine di provocare il collasso delle istituzioni e favorire l’emergere di un movimento rivoluzionario. L’intervento militare rischierebbe di essere percepito come una minaccia esistenziale da parte del regime, con l’adozione di ogni possibile prerogativa sul piano securitario, soprattutto contro l’emergere di qualsiasi forma di dissenso sociale. La diffusione della violenza potrebbe però determinare un’escalation capace di parcellizzare il confronto sul territorio, aprendo alla concreta possibilità di una diffusa e duratura conflittualità interna in larga parte del Paese.
Il terzo e ultimo scenario è invece quello di una sostituzione interna al vertice del sistema istituzionale guidata dalla seconda generazione. Tale opzione potrebbe verificarsi alla morte della Guida Suprema (per circostanze naturali o provocata da un intervento esterno), attribuendo provvisoriamente i poteri – come previsto dalla Costituzione – a un consesso di gestione di emergenza. Emergerebbe la difficoltà di individuare ed eleggere una nuova Guida Suprema, tanto per mancanza di reali candidati quanto anche per la palese opposizione della seconda e terza generazione. Si presenterebbe così l’opportunità per una nuova riforma costituzionale. Esperienza che, di fatto, ripercorrerebbe quella già avvenuta nel 1989 alla morte di Khomeini, cui seguì una riforma della Costituzione che ha radicalmente mutato il ruolo e la figura della Guida Suprema.
Questo scenario condurrebbe l’Iran in direzione di un rafforzamento del sistema presidenziale e, presumibilmente, della riduzione del ruolo del clero in termini meramente simbolici, sancendo la piena legittimazione della seconda generazione quale nuova autorità al controllo delle istituzioni. Una trasformazione, tuttavia, che genererebbe un autoritarismo di forte estrazione militare, frustrando ogni aspirazione democratica del popolo iraniano. La rimozione dell’impianto teocratico, però, potrebbe facilmente permettere alla seconda generazione di abbandonare le tradizionali posizioni ideologiche anti-americane della generazione precedente, aprendo al compromesso con gli Stati Uniti tanto sul piano politico che economico, e determinando un contesto diverso entro il quale permettere la continuità del sistema, al netto di un modesto numero di rimozioni eccellenti dal vertice. Una soluzione “gattopardesca”, capace di accontentare tutti, ad eccezione della gran parte della società iraniana.
Nicola Pedde è direttore generale dell’IGS – Institute for Global Studies, dove dirige il programma di ricerca “Mediterraneo, Africa e Medio Oriente”.
Immagine di copertina: una delle manifestazioni a Teheran il 9 gennaio 2026. (Foto di Mahsa / Middle East Images via AFP)


