Thomas More e l’Utopia
cinquecento anni dopo

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Nel 1516 Thomas More pubblicava il suo libro più celebre, oggi universalmente conosciuto con il titolo di Utopia. Erano passati soltanto tre anni dalla pubblicazione del Principe di Niccolò Machiavelli e, nella città belga di Lovanio, apparve questo libello a firma di Thomas More, l’umanista che di lì a tre anni sarebbe entrato alla corte di Re Enrico VIII d’Inghilterra per poi divenirne Lord Cancelliere dal 1529 al 1532.

Il libello di More, scritto in latino, tratteggiava i contorni di una società ideale situata in un punto imprecisato del globo, molto lontano dall’Inghilterra. Tra le opere che hanno ispirato l’Utopia di More vanno annoverate senza dubbio La Repubblica di Platone con la famosa descrizione della “città ideale”, Il volto della luna di Plutarco e, più ancora, alcuni scritti di Luciano di Samosata come la discesa agli inferi narrata nel Menippo, alla cui traduzione dal greco al latino si erano dedicati lo stesso More insieme a Erasmo da Rotterdam, suo grande amico.

Impossibile, per il lettore di Utopia, non comparare la situazione del sogno rinascimentale di una società pacifica e tollerante come quella dell’Isola-Regno di Utopia con le condizioni politiche in cui versava l’Inghilterra all’inizio del Cinquecento alle prese con le guerre di religione: la distanza tra i due Stati – Utopia e Inghilterra – si rivela soprattutto sotto il profilo culturale e morale: a tutto ciò che di inefficiente e corrotto caratterizza lo Stato inglese sotto il governo dei Tudor, infatti, si oppone specularmente l’armonica perfezione della società degli Utopiani e delle sue istituzioni politiche, che vengono descritte da un “filosofo-marinaio”, curioso e loquace, Raffaele Itlodeo. Utopia è uno stato ideale e misterioso: l’etimologia del toponimo creato da More è incerta, ed è perciò impossibile dire se si tratti del non-luogo o del buon-luogo. Come si può capire chiaramente dal titolo originale dell’opera (Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), la riflessione sul problema dell’ottimo governo è centrale, ma viene affrontata in modo scanzonato per costituire una lettura piacevole destinata anche a chi non fosse esperto del tema. Eppure, non si trattava affatto di una lettura aperta a tutti: la forma aulica e i grecismi che infarciscono il testo sono prova del fatto che l’autore cercasse come interlocutori quei dotti umanisti – non soltanto inglesi, ma europei – che fossero pronti a lasciarsi coinvolgere in un gioco letterario, un “esperimento mentale” innocuo quanto agli effetti pratici, ma potenzialmente dissacrante ed eversivo per gli schemi di pensiero consolidati.

Proprio per ricordare l’anniversario della pubblicazione di Utopia, a cinquecento anni di distanza, lo scorso 13 maggio, a Bologna, l’opera di More è stata al centro della giornata di studi “Utopia vs realismo? A cinquecento anni dall’Utopia di Thomas More”, organizzata dagli storici del pensiero politico dell’Università di Bologna Raffaella Gherardi, Giovanni Giorgini e Laura Lanzillo.

La giornata di studi bolognese è stata un’occasione di confronto sull’importanza dell’opera di More per il pensiero politico occidentale, a cui hanno partecipato in qualità di relatori non soltanto storici delle dottrine politiche e filosofi, ma anche studiosi di letteratura e sociologi, che con i loro interventi hanno dato vita a una discussione stimolante a cui ha assistito un nutrito pubblico formato da specialisti e da studenti. I contributi hanno formato un mosaico di spunti variegato per guardare all’Utopia – e al genere filosofico-letterario che dall’opera di More prende il nome – da una prospettiva che si pone allo stesso tempo come classica ed originale. La domanda che ha costituito il fil rouge di tutti gli interventi potrebbe sintetizzarsi così: qual è stato storicamente il rapporto tra utopia e realismo? I contributi dei relatori hanno analizzato il problema da angolazioni diverse, mettendo a confronto More con autori utopisti e realisti sia a lui coevi sia a noi più prossimi.

In una delle relazioni introduttive, Saffo Testoni Binetti ha sottolineato lo stretto rapporto tra critica e utopia. L’immaginazione crea una cinghia di trasmissione tra il piano della contingenza e quello dell’ideale, uniti grazie ai meccanismi della critica e dell’ironia che costituiscono i punti di forza della particolare forma di comunicazione politica che chiamiamo «utopia». Il legame tra Erasmo e More è stato al centro della riflessione proposta da Artemio Enzo Baldini: oltre all’affinità culturale e all’amicizia, ad accomunarli erano, del resto, anche l’interesse per la politica europea e la tendenza a cercare il buonsenso nella fantasia e nell’assurdo che traspare sia nell’Utopia sia nell’Elogio della follia, opera scritta da Erasmo nel 1509 mentre si trovava in Inghilterra, ospite proprio del suo sodale More. La stessa tendenza, come ha sottolineato Vittor Ivo Comparato, si può ritrovare in molte opere che vengono incluse nel genere dell’utopia, un genere dai contorni indefiniti che, nella critica al malgoverno tesa alla ricerca del buon governo, produce uno slancio verso il futuro che si è spesso rivelato meno idealista e visionario di quanto si pensi, conducendo gli autori ad approdi sulle rive di Utopia o di altre isole di un arcipelago ideale, ma anche a derive scettiche, distopiche e ideologiche.

La fortuna dell’opera di More è stata consolidata anche grazie alle critiche che alle visioni utopiste sono provenute dagli esponenti del pensiero realista, una tradizione del pensiero politico che affonda le proprie radici nella classicità ma che ha trovato in Niccolò Machiavelli uno dei suoi campioni, capace di applicare l’approccio realista all’analisi e alla pratica della politica. Nel Principe, la sua opera più nota, i princìpi cardine del realismo politico venivano enucleati ad uso dei governanti del momento non in latino, quanto piuttosto in una lingua volgare che riproduceva l’immediatezza e la semplicità del fiorentino parlato e che ben si prestava all’analisi rigorosa dell’esistente. Il realismo politico machiavelliano, quindi, sembrerebbe a prima vista il prodotto di una necessità contingente e di un Rinascimento italiano che con alcuni dei valori dell’Umanesimo di Erasmo e More sembrerebbe a prima vista aver ben poco in comune. Tuttavia, già dalla scelta del titolo dell’opera – l’originale è in latino, De principatibus – si può intuire che Machiavelli non cercasse interlocutori soltanto a Palazzo della Signoria e che il principe a cui si rivolgeva non era necessariamente soltanto il nipote di Lorenzo il Magnifico.

Tre anni dopo la scrittura del Principe vennero significativamente completate Utopia e anche Institutio princeps christiani di Erasmo, a riprova di quanto all’inizio del Cinquecento il problema della forma di governo e della stabilità delle istituzioni politiche fossero avvertiti in tutt’Europa. Il problematico rapporto tra Stato e Chiesa e il ricorrente iato tra principi politici e religiosi, la difficoltà di stabilire il limite tra pubblico e privato e di determinare in cosa consista il bene comune sono soltanto alcuni dei punti di contatto che è possibile rintracciare tra le diverse riflessioni sul governo sviluppatesi ormai cinquecento anni fa. Paolo Costantino Pissavino si è dedicato, per esempio, a mettere in relazione utopismo e Ragion di Stato – guardando in particolare all’opera del 1589 di Giovanni Botero –, notando che, oltre al problema della stabilità e della conservazione dell’ordine politico, le due tradizioni di pensiero hanno in comune anche la tendenza a contrarre le categorie di spazio e tempo, utilizzando il non-luogo (o l’altrove) e il futuro come parametri per il miglioramento della realtà politica concreta.

Classicamente, si tende a considerare utopismo e realismo politico come tradizioni di pensiero e approcci antitetici e incompatibili. Ma, come giustamente ha messo in evidenza Gennaro Barbuto, leggendo le opere principali di Machiavelli è possibile andare oltre la polemica distinzione tra “repubbliche immaginate” e “realtà effettuale”, per scoprire le tracce di un’insospettata compresenza tra tensione utopica e realismo. Ciò appare chiaramente se si considerano i frequenti moniti a ricercare la grandezza rivolti al principe, efficacemente sintetizzati in un noto passo del capitolo VI del Principe, ovverosia la metafora degli “arcieri prudenti”, che mirano alto per riuscire meglio a colpire l’obiettivo. Il principe che voglia ben governare dovrà allora imporsi obiettivi ambiziosi, cercando esempi di buon governo a cui ispirare la propria azione, non in città ideali o isole immaginarie ma negli esempi dei grandi uomini che hanno fatto la storia. La nozione di “idealità concreta” che emerge dalle pagine machiavelliane venne sviluppata in riferimento al problema della forma urbis da alcuni autori che contribuirono alla discussione sulla città ideale durante il corso del Cinquecento. Nel suo contributo, Annarita Angelini ha analizzato le caratteristiche delle città ideali immaginate da Filarete e Anton Francesco Doni nelle loro “utopie urbanistiche”, mostrando come le geometrie urbane rinascimentali nascessero proprio dalla volontà di congiungere l’idea al reale attraverso la simmetria e la proporzione, cosa già sperimentata da More con la descrizione della capitale di Utopia, Amauroto.

La semplicità e la versatilità del modello creato da More hanno fatto sì che la sua influenza si estendesse ben oltre il sedicesimo secolo. Per esempio, nella riflessione proposta da Francesca Russo è stata messa in rilievo l’eco utopista del progetto di pacificazione internazionale scritto nel 1623 da Émeric Crucé, Nouveau Cynée, che dall’opera di More riprende alcuni temi e in particolare l’attenzione alle istituzioni politiche. Inoltre, i contributi di Claudio De Boni e di Francesco Tuccari hanno ricostruito come, tra Ottocento e primo Novecento, siano periodicamente riemerse nel pensiero politico alcune istanze già presenti nell’Utopia. Se per De Boni queste sono evidenti nella produzione di “utopie anarchiche” scritte in Francia tra il 1840 e il 1914, per Tuccari invece è possibile rintracciare una vena utopista nella riflessione dei fondatori della scienza politica europea – come Max Weber e Robert Michels – che, nel loro sforzo teorico, rifiutarono di scindere nettamente l’elemento passionale e pionieristico da quello razionale e tecnicistico come fondamenti dell’azione politica.

Trovando posto tra i classici del pensiero politico moderno, l’Utopia è stata studiata anche durante il Novecento e fino ai giorni nostri, affascinando in particolare chi proponeva la necessità del cambiamento radicale degli assetti sociali e politici esistenti. Così, sulle tracce di More, si sono mossi anche utopisti che partivano da posizioni molto diverse tra loro e individuavano una miriade di soluzioni, caratterizzate dall’essere frutto dell’immaginazione politica più spregiudicata. Carlo Morganti ha individuato lo slancio utopista nell’opera di un teologo convinto che fosse possibile trovare una mediazione tra socialismo e conservatorismo, Romano Guardini, mentre Sergio Belardinelli ha cercato di porre l’attenzione sul limite incerto e sdrucciolevole tra utopismo e pensiero profetico, che oggi attraversa il pensiero laico come quello religioso sul potere. Sul fronte dell’indagine letteraria, poi, Diana Thermes ha guardato alle distopie di Aldous Huxley e George Orwell, notando come preoccupazioni politiche e arte letteraria concorrano a creare dei capolavori ancora apprezzati dai lettori di tutto il mondo. A occuparsi del libello di More da un punto di vista più prettamente filosofico, sono stati invece Eric Voegelin, Max Horkheimer e Michel Foucault, la riflessione dei quali si è invece posta al centro dell’analisi di Maria Antonietta Falchi, Mario Tesini e Gianfranco Borrelli. L’incontro tra utopia e ideologie all’ombra delle esperienze totalitarie e delle nuove istanze di ricostruzione dello Stato si rivela particolarmente traumatico: nonostante, infatti, all’utopismo vengano generalmente riconosciute potenzialità critiche necessarie anche in contesti democratici per ottenere istituzioni più giuste, destano preoccupazione i pericoli opposti dell’utopismo rivoluzionario violento o dell’indulgenza all’esistente tipica dell’utopismo bonario. Rita Monticelli ha notato infine come il pensiero femminista dalla fine del XVIII secolo in poi abbia fatto ricorso alle risorse euristiche dell’utopia – e quindi della fantascienza, ancorché in una sua forma primordiale – per muovere una critica incisiva e senza appello alle strutture patriarcali delle società reali.

La giornata di studi del 13 maggio ha insomma costituito un importante momento di confronto e riflessione sull’importanza e sull’attualità dell’Utopia che sarebbe riduttivo ricondurre alla mera celebrazione di un cinquecentenario: l’articolazione e la vivacità della discussione, infatti, piuttosto che conclamare la classicità dell’opera di Thomas More, fanno pensare alla necessità di continuare a utilizzare lo “specchio rovesciato” dell’«utopia» per elaborare nuove prospettive (anche eretiche e ironiche) per indagare la politica e il pensiero politico. La drammatica realtà sociale e politica che connota la prima parte del XXI secolo, infatti, ripropone con forza quello che è il cuore di tutta la riflessione “utopica”, ovverosia la domanda di istituzioni politiche che siano davvero garanti di giustizia sociale e libertà.

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