Donato Di Santo è ex sottosegretario di Stato agli Esteri ed autore di L’internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra (Castelvecchi Editore, 2026).
Per decenni la convinzione maggioritaria è stata quella che in America Latina i regimi autoritari siano stati unicamente quelli di destra. E, inoltre, che a differenza di altre zone del mondo nel continente americano, pur in presenza di estesi e reiterati fenomeni di brogli elettorali, fosse più facile instaurare regimi autoritari attraverso dei colpi di Stato che non attraverso la manipolazione delle procedure democratiche. L’eccezione sarebbe stata solo Cuba. Dove, comunque, la dittatura castrista si è installata non attraverso un tradimento della democrazia, già ampiamente menomata dal precedente dittatore Fulgencio Batista, e certamente non restaurata da Castro, bensì attraverso un tradimento della rivoluzione.
Il primo quarto di secolo del nuovo millennio si è poi incaricato di porre alla nostra attenzione una situazione nuova e imprevista. In due Paesi latinoamericani, Nicaragua e Venezuela, entrambi retti da democrazie, seppur gracili, attraverso procedimenti elettorali democratici la volontà popolare diede la vittoria a personalità e movimenti comunemente definiti (e definitisi) di sinistra, o populisti di sinistra. Successivamente entrambi i governi di questi Paesi hanno operato per impiantare regimi autocratici e autoritari controllando, e a volte distruggendo, le strutture democratiche e costituzionali che avevano permesso loro di prevalere nelle elezioni. Quindi, in questi casi, a differenza di Cuba, un tradimento della democrazia.
Insomma, per un’intera fase la dicotomia che si è andata progressivamente affermando è stata quella tra conquista del governo e presa del potere, quasi che in democrazia i due sbocchi potessero equivalersi e intercambiarsi.
Dal generoso tentativo di Salvador Allende e della via cilena e democratica al socialismo, è ormai passato molto tempo. A bloccare quel tentativo, oltre alle contraddizioni interne allo schieramento di sinistra/allendista, ci pensarono Augusto Pinochet ed Henry Kissinger, il primo sfacciatamente rivalutato e rivendicato dall’attuale presidente del Cile José Antonio Kast. Il fallimento di quel tentativo non dovette per nulla dispiacere ai sovietici, che mal digerivano l’idea di abbinare socialismo e democrazia e che si guardavano bene dallo scalfire la regola aurea delle “aree di influenza”, che permetteva loro di tamponare – con i carri armati – le falle dell’impero post-stalinista. E non dovette affatto dispiacere neppure a Fidel Castro, intimamente avverso, anzi estraneo, al concetto stesso di democrazia.
Meno di una decina d’anni dopo, una nuova speranza sorse dalla rivoluzione anti-somozista del movimento sandinista in Nicaragua. Provarono, pur tra molte contraddizioni, a instaurare un socialismo nella libertà, nella democrazia, nel multipartitismo e nel rispetto dei diritti civili e politici. Il combinato disposto tra spinte autoritarie endogene (capeggiate dall’allora ministro dell’Interno, oltre che plenipotenziario castrista, Tomas Borge) ed esogene, la guerra “di bassa intensità” scatenata dagli USA, fecero deragliare quel tentativo. La pietra tombale l’ha poi messa Daniel Ortega, instaurando una feroce dittatura, condivisa con la consorte.
E veniamo a Cuba, il caso di un Paese, forse unico al mondo, che per 30 anni – dalla rivoluzione fino agli inizi degli anni ‘90 – è stato tenuto in piedi da immensi e costanti flussi di sussidi da una delle due superpotenze di allora, l’Unione Sovietica. Cuba è stata il cuneo (ed ha rischiato di diventare la rampa missilistica) dell’Urss conficcato nel fianco dell’altra grande potenza. L’esportazione di nichel e zucchero, a prezzo politico, verso l’allora cosiddetto campo socialista, e l’importazione, a prezzi altrettanto e inversamente politici, di petrolio e tecnologia da quel “campo”: per trent’anni questa è stata la realtà dell’isola della rivoluzione. E nei primi decenni, innegabilmente e sempre grazie agli enormi sussidi che arrivavano dall’Urss oltre che alle intrinseche doti della popolazione cubana, era stato strutturato anche una sorta di welfare sociale, soprattutto nei settori dell’educazione e della sanità pubblica. Anche questo non va dimenticato.
L’embargo (el bloqueo) degli Stati Uniti contro Cuba, pur imposto dai primissimi anni ‘60, fino agli inizi degli anni ‘90 non dava fastidio; nei discorsi ufficiali la nomenclatura cubana lo nominava ma solo come riferimento retorico. Bisogna giungere al 1992, quindi dopo ben trent’anni di bloqueo, perché all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la prima volta venga presentata una risoluzione che chiede “la fine dell’embargo degli Stati Uniti contro Cuba”. Quasi tutti i Paesi membri votarono a favore, gli Stati Uniti, membri del Consiglio di Sicurezza, insieme a Israele, contro, e quindi non se ne fece nulla. E da quell’anno, per tutti i 32 anni a seguire, si ripeté il medesimo copione con il medesimo risultato.
L’embargo è stato il pretesto usato da Castro per occultare le proprie monumentali responsabilità storiche. “È colpa del bloqueo degli Stati Uniti” era la risposta standard del regime per rintuzzare qualunque domanda o protesta. Perché un solo e unico partito? El bloqueo! Perché si conculcano i diritti umani e civili? El bloqueo! Perché è vietata qualunque forma di proprietà, oltre la collettivizzazione? El bloqueo! Il vero grande alleato di Castro è stato el bloqueo!
Invece di approfittare di quell’incredibile privilegio – che gli era immeritatamente capitato – per ricostruire e sviluppare il sistema economico e produttivo, per uscire dalla monocultura della canna da zucchero, per incentivare le straordinarie capacità culturali e professionali del popolo cubano, il regime castrista fece l’esatto opposto. Collettivizzò, sovietizzò, irreggimentò. Represse l’iniziativa individuale, oltre alle libertà civili. E sperperò quel patrimonio che gli veniva regalato dai russi (ovviamente in cambio della sottomissione politica) dilapidandolo in avventure, quali “l’esportazione della rivoluzione” (sic!), che in parte giustificò la speculare “esportazione della democrazia” (doppio sic!) da parte dei gringos. Entrambe assurde, entrambe fallite ed entrambe pagate a caro prezzo da popolazioni usate come cavie.
Un embargo statunitense, non deciso dalle Nazioni Unite ma dichiarato unilateralmente da un solo Paese è, di fatto, un atto di guerra e quindi illegittimo e riprovevole. È, peraltro, un atto codardo, che non scalfisce il potere dell’oligarchia militare e affama il popolo già prostrato di suo. Inoltre, nella versione escogitata dall’amministrazione trumpiana, che impedisce l’approvvigionamento energetico e sanitario, che blocca ospedali e sale parto, è un attacco osceno ai più elementari diritti umani.
Fatta questa premessa, una domanda sorge spontanea: perché nei trent’anni precedenti, dal 1962 al 1992, l’embargo non dava fastidio, tant’è che Cuba all’Onu non presentava alcuna risoluzione? Perché per trenta lunghissimi anni, fino alla caduta del muro di Berlino e al disfacimento dell’Urss, l’effetto dell’embargo veniva pressoché annullato dai massicci e “fraterni” aiuti sovietici. Ma allora la domanda successiva è: in quei lunghissimi trent’anni di economia sussidiata, come ha utilizzato il governo cubano questa condizione assolutamente unica a livello globale?!
Perché solo allora l’embargo iniziò a mordere davvero, con l’esaurimento del trentennale assistenzialismo sovietico. Fu allora che “il re restò nudo”. Tutte le roboanti promesse fatte all’indomani della rivoluzione da Castro, a partire dalla diversificazione produttiva per superare l’asserito retaggio coloniale della monocoltura della canna da zucchero, erano state completamente disattese. I trent’anni di assistenzialismo, iniziati con la monocoltura della canna, si concludevano con la monocultura della canna! E anche il mini-welfare sociale già citato era ormai al capolinea. In un Paese dove il socialismo si coniugasse con la democrazia, di fronte a questo totale fallimento e incapacità di gestione, il governo sarebbe stato mandato a casa. A Cuba anche solo accennare timidamente a una critica al dittatore significava isolamento, ostracismo, repressione, prigione, morte. Ormai l’ulteriore involuzione dall’autocrazia illiberale al totalitarismo reazionario era compiuta.
Con il disastro del governo castrista e con l’effettivo scatenarsi (ma con trent’anni di ritardo) degli effetti perversi dell’embargo statunitense, Cuba era tecnicamente uno Stato fallito, mantenuto in vita dalla repressione e dal controllo sociale paramilitare dei Cdr, i famigerati Comitati per la Difesa della Rivoluzione. Il periodo especial, grosso modo corrispondente al decennio degli anni ‘90, si abbatteva come una mannaia sulla popolazione cubana sempre più allo stremo. La nomenklatura del partito unico poteva accedere ai dollari e ai beni di consumo e i suoi figli potevano andare a studiare all’estero; la struttura militare, unico barlume di contropotere, si isolava dalla società e si metteva a fare affari, concentrando nelle proprie mani oltre la metà dell’economia dell’isola. In una situazione giunta sull’orlo del baratro, la casta cercò di correre ai ripari, non per farsi autocritica né per aprirsi alle istanze della società, ma solo per cercare di salvarsi. Quindi si inventò l’apertura al settore turistico, quasi inesistente nei primi trent’anni del regime castrista, ad eccezione del turismo politico. Si ritornava praticamente al turismo pre-rivoluzione, solo che al posto degli statunitensi arrivarono francesi, canadesi, italiani, tedeschi (ma per svolgere le medesime “attività turistiche” che svolgevano prima del ’59 gli statunitensi!).
Per la casta al potere l’embargo era (e tuttora è) una formidabile ancora di salvezza. Di fronte all’indignazione dei cubani normali (cioè, né casta né anticasta), che magari avevano anche creduto nella rivoluzione, ma si ritrovavano a convivere con i bordelli per stranieri come prima del ’59, e con uno stipendio da fame, l’embargo, el bloqueo, era (ed è) la migliore foglia di fico in mano al governo per coprire le vergogne del proprio fallimento. Inoltre, per i settori più recalcitranti, oltre alla sempreverde repressione sociale, ogni tanto Castro apriva il rubinetto delle ondate migratorie verso Miami, come in occasione della drammatica crisi dei balseros, che nel 1994 vennero lasciati liberi/indotti dal regime ad abbandonare l’isola a migliaia su zattere di fortuna, parte delle quali si sbriciolarono e naufragarono durante la traversata e gli occupanti andarono ad alimentare i pescecani che infestano quel tratto di oceano.
In questo quadro, va ricordato che una parte significativa dell’opposizione democratica e socialista cubana, quella meno succube delle lobby di Miami, ha da tempo elaborato una critica doppia, tanto all’embargo statunitense quanto al regime interno. È una posizione che potei conoscere direttamente dai protagonisti, a Cuba, nel corso di una lunga frequentazione protrattasi per una dozzina d’anni, con numerosi viaggi a L’Avana, tra il 1989 e il 2001, nella mia veste di responsabile delle relazioni con l’America Latina dei partiti di sinistra Pci, Pds e Ds. Nel 2001 questa attività si interruppe improvvisamente quando venni espulso da Cuba a opera della polizia politica, reo di avere costruito un sistema di relazioni con i dissidenti e oppositori democratici a L’Avana.
Tornando al periodo especial, quando ormai la situazione appariva disperata e neppure la leva del turismo predatorio dava più risultati, all’orizzonte del regime castrista si stagliò la figura di Hugo Chávez e la sigla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana. Per Castro, personaggio indubbiamente provvisto di una notevole dose di fortuna, fu una straordinaria e inaspettata boccata d’ossigeno. I barili di petrolio di Chávez contribuirono a superare il periodo especial e a catapultare Cuba in un periodo ancor più especial: la torsione chavista del castrismo. Ma la povera Cuba a queste evoluzioni spericolate dell’ottovolante del Líder Máximo si era andata mestamente abituando nei quarant’anni precedenti.
Quindi, sintetizzando, l’embargo non è uno: sono due. Da un lato vi è l’embargo economico degli Stati Uniti contro il governo cubano. Dall’altro l’embargo democratico del regime castrista contro i diritti umani e civili. Per decenni el bloqueo gringo è stato il pretesto che ha occultato l’altro bloqueo, quello castrista contro il popolo cubano, contro i suoi diritti e contro la sua libertà.
E arriviamo ai giorni nostri e a ciò che Trump e Rubio si apprestano a fare a Cuba. Gli specialisti attivati dalla segreteria di Stato statunitense, con il proposito di creare una pressione psicologica e un ricatto politico sugli oligarchi del regime, hanno distillato “il caso” che potrebbe giustificare un intervento “mirato” delle truppe statunitensi in territorio cubano. In Venezuela, lo scorso gennaio, per sequestrare l’autocrate Maduro il pretesto fu il “Cartel de los soles” (naturalmente il motivo vero era il petrolio). A Cuba, per colpire Raúl Castro, potrebbe invece essere l’antica vicenda degli “Hermanos al rescate”.
Era il 24 febbraio 1996. Da tempo il presidente Bill Clinton cercava di resistere alla pressione della maggioranza repubblicana nel Congresso, aizzata dalla potente lobby cubana (anticastrista e fascistoide) di Miami, e opponeva il proprio veto presidenziale alla richiesta di adottare la perfida legge Helms-Burton che avrebbe inasprito l’embargo unilaterale, in essere dal 1962.
Da decenni, tra i governi statunitense e cubano, le provocazioni reciproche erano diventate una routine. Dagli Stati Uniti si organizzava l’invasione della Baia dei Porci e da Cuba si rispondeva installando missili sovietici a testata nucleare, da Miami decollavano piccoli velivoli organizzati da associazioni di fuoriusciti cubani anticastristi che spargevano volantini propagandistici sull’isola e dalle coste cubane ogni tanto (quando Castro lo decideva), partivano ondate di “balseros” diretti verso la Florida.
Quel 24 febbraio 1996, però, le cose andarono diversamente, e i due Cessna dell’associazione Hermanos al rescate, partiti da Miami e che stavano provocatoriamente sorvolando l’isola, come tante altre volte, con il loro pericolosissimo carico di volantini, vennero abbattuti dai Mig cubani. I quattro membri dell’equipaggio morirono.
Gli effetti furono due, entrambi nefasti per la popolazione cubana. Per un verso, ricevuto questo sonoro schiaffo, Clinton non poté più resistere e dovette togliere il proprio veto, ratificando la legge Helms-Burton, sotto lo sguardo tronfio e compiaciuto dei caporioni repubblicani. Per altro verso, e forse questo era il vero obiettivo di Castro, l’inedita mobilitazione unitaria di tutte le opposizioni, che da settimane si andava organizzando nell’isola e che si annunciava come la più grande dall’instaurazione del castrismo, venne schiacciata dagli avvenimenti e non si poté tenere.
Chi decise l’abbattimento dei due aeroplani civili, da turismo e disarmati? Anche se Raúl Castro era Ministro della Difesa, e avrà certamente avuto voce in capitolo, nulla a Cuba poteva essere deciso senza l’avallo diretto e indiscutibile del dittatore, Fidel Castro Ruz.
Successivamente vi fu un tentativo serio e onesto di pacificazione e di superamento dell’embargo: quello del presidente Obama nel 2016, che si recò a Cuba con il proposito di voltare pagina. Questo tentativo venne affossato da Castro. Al riguardo, lo storico oppositore progressista Dimas Castellanos, da Cuba, affermò: “EEUU cambió su política, Cuba no cambió la suya”.
Sulla casta reazionaria attuale è inutile infierire. Nominato per cooptazione tra i burocrati dell’apparato, Miguel Díaz-Canel, l’attuale “presidente”, è una sorta di esecutore testamentario che agisce sotto l’occhio vigile dell’erede. Il fratello, Raúl Castro Ruz, anche se volesse, non potrebbe decidere nulla. Almeno finché l’erede rimarrà in vita. E, per colmo di sventura, è apparso, da chissà quali nebbie, anche un “nipote” di Raúl Castro, che forse la Cia spera di utilizzare come una sorta di Delcy Rodriguez in salsa cubana.
In conclusione, e a suggello di quest’ultima riflessione, voglio citare un passaggio di Ariel Goldstein: “La destra radicale rappresenta un pericolo in America Latina, ma lo è anche una sinistra dogmatica, autoritaria e riluttante a riflettere sul proprio passato, che si accompagna a gerarchi autoritari, rinunciando così alla necessaria riflessione critica per abbandonare l’autoritarismo”[1].
[1] Ariel Goldstein, La Reconquista Autoritaria. Como la derecha global amenaza la democracia en América Latina, Marea Editorial, Buenos Aires, 2022, p. 318.
Immagine di copertina: i cubani in manifestazione. Dietro un poster che raffigura Fidel Castro il 26 luglio 2026. (Foto di YAMIL LAGE / AFP)


