Venerdì 26 giugno è stato firmato l’accordo tra Israele e Libano – con la mediazione degli Stati Uniti – per la fine del conflitto iniziato a marzo scorso. L’accordo prevede molti punti dirimenti, tra cui il coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nella sua attuazione e nel sostegno finanziario alle forze armate libanesi (Laf), e accoglie anche alcuni punti fermi di entrambe le parti. Dal lato libanese appoggia la richiesta del governo di Beirut di non essere riconosciuto come un partner junior di Teheran, che si sarebbe arrogato il diritto di negoziare a nome suo in Svizzera. Dal lato israeliano accoglie la richiesta di non decretare un ritiro immediato dell’esercito, che sarebbe mal digerito dall’opinione pubblica di Tel Aviv, favorevole al proseguimento della guerra.
L’accordo fa inoltre prova di un forte pragmatismo, sposando una logica di implementazione graduale: Israele e il Libano dovranno, prima di tutto, testare la loro capacità di coordinamento nelle due “zone pilota” dove inizieranno l’evacuazione dell’esercito israeliano e il dispiegamento delle Laf al suo posto, azioni preliminari al ritorno della popolazione. A questo scopo, è prevista l’istituzione di un gruppo di coordinamento militare trilaterale tra gli Stati Uniti, le Laf e l’esercito israeliano per permettere una comunicazione diretta tra le parti.
Il governo libanese ne esce dunque politicamente legittimato, mentre Israele mantiene un ampio margine di manovra in Libano: la possibilità di sorvolare il suo spazio aereo, di reagire militarmente ad azioni perpetrate a suo danno (ampiamente interpretate) e di trattenersi nella “fascia di garanzia” fino a quando il disarmo di Hezbollah non diventerà effettivo. Delle parti è però anche lo stesso Israele a non rappresentare un partner affidabile per la tenuta dell’accordo.
Il nodo del disarmo di Hezbollah
L’attuale guerra tra Israele e Libano è conosciuta come “la guerra di solidarietà con Gaza” da parte libanese e come “l’Operazione Frecce del Nord” da parte israeliana. Già nella terminologia dei due campi si evince che gli obiettivi di questa guerra siano stati percepiti diversamente dalle due parti: laddove Israele mirava a dividere i due fronti e a considerarli indipendenti gli uni dagli altri, Hezbollah ricordava l’origine unica di una lotta avviatasi tra la cosiddetta “Asse della Resistenza” e Israele all’indomani del 7 ottobre 2023.
Ognuna di queste due letture riflette una carica ideologica e la volontà di oscurare alcune importanti omissioni: dal lato libanese, si vuole sottolineare come la guerra da tre anni a questa parte non sia mai finita, come se riguardasse ancora la solidarietà armata con la Striscia di Gaza e non tanto la risposta eteroguidata all’uccisione di Ali Khamenei. Gli israeliani omettono, invece, che lo scontro aperto con il mondo sciita è stato da loro perso dopo la guerra condotta contro il regime iraniano, che Tel Aviv pensava di poter sconfiggere in poche settimane, e che è questa la ragione per cui, con tanto più accanimento, il governo ha deciso di scommettere tutto su Hezbollah, un avversario dal peso leggero, molto indebolito e decimato nella sua leadership, soprattutto dopo l’attacco ai cercapersone (settembre 2024).
Se nel 2024 l’ex leader di Hezbollah Hassan Nasrallah vantava ancora di avere 100mila combattenti e un arsenale di 150mila missili, oggi è chiaro che non ha mai avuto più di 45mila miliziani tra attivi e riserve, di cui tra i 2.500 e i 4mila sarebbero stati uccisi nelle varie operazioni militari dall’ottobre 2023. Mentre molti missili, depositi di armi, rampe di lancio sarebbero stati distrutti o danneggiati, soprattutto dopo l’invasione israeliana di terra nel marzo 2026.
Nonostante la sua catena di comando abbia ricevuto un duro colpo, è probabile che i suoi ranghi si siano rapidamente ricostituiti: Hezbollah ha, infatti, relativa facilità di reclutamento, dato che lo stipendio di un miliziano è pagato in dollari e equivale a 600 euro mensili, mentre il valore di quello dei soldati regolari delle Laf è crollato e si attesta tra i 60 e i 300 dollari, in un Libano economicamente al collasso. La cifra dei suoi effettivi non è, dunque, molto inferiore a quella dell’esercito regolare – le Laf – che oggi ne contano circa 60mila e che adesso dovrebbero provare a disarmarlo. Oltre ai problemi economici e motivazionali dell’esercito libanese – di cui una percentuale compresa tra il 40 e il 50 per cento dovrebbe essere costituita da soldati sciiti che condividono lo stesso retaggio culturale di Hezbollah, anche se non esistono statistiche ufficiali a riguardo – e all’alto rischio di scontri interconfessionali, resta anche il nodo Israele.
I limiti dell’impegno israeliano
Dal 7 ottobre in poi, la sua popolazione sembra non essersi più riscattata dal trauma collettivo e aver dato al suo esercito carta bianca nell’assicurarne la difesa, ben oltre i limiti vigenti prima dell’attentato. Tsahal avrebbe infatti avuto mandato di allargare la propria dottrina Dahiya – elaborata dall’allora Capo di Stato Gadi Eisenkot, oggi paradossalmente volto moderato dell’attuale Knesset, e già volta a autorizzare l’uso massiccio della forza e la distruzione sistematica di infrastrutture civili in aree controllate da nemici come strumento di deterrenza – per abbracciare una nuova linea strategica della cosiddetta “terra bruciata” e della rimozione etnica intorno a tutti i propri confini.
È quello che in Israele è noto ormai come “modello Gaza”, ovvero la creazione di ampie zone cuscinetto a ridosso dei propri confini dopo aver “livellato” il territorio, ovvero avervi distrutto ogni infrastruttura civile e rimosso ogni abitante. Ad oggi, Israele detiene una fascia di dieci chilometri all’interno del Libano, simbolicamente marcata da una “linea gialla” ideale che riprende, anche nel linguaggio, quella imposta a Gaza, da cui un milione e duecentomila libanesi (un quinto della popolazione) sarebbero stati fatti evacuare per “la loro sicurezza”. Di questi, tre, quattro chilometri sarebbero già stati ridotti a terra bruciata, con la devastazione di tutti i campi agricoli e 5mila ettari di foreste, l’abbattimento di oltre 3mila edifici nei villaggi e la distruzione di sette ponti sul fiume Litani, che divide la parte centrale da quella meridionale del Paese.
Il ministro della Difesa Katz non avrebbe fatto mistero di voler replicare la strategia applicata a Rafah e Beit Hanoun anche nel sud del Libano, ma l’attuale governo israeliano – spesso etichettato come il “più a destra della storia d’Israele” – non sarebbe nemmeno la voce più estrema nel dibattito interno a Israele. Se, infatti, il governo continua a ragionare in termini di “zone cuscinetto” per garantire la sicurezza e permettere ai 60mila sfollati del nord di fare rientro in sicurezza nelle loro case, altre voci si leverebbero all’interno dell’opinione pubblica per assicurarsi una porzione di territorio libanese in modo permanente.
I piani della destra israeliana in Libano
Due think tank di destra con molto seguito – il Jerusalem Institute for Strategy and Security (JISS) e Jerusalem Centre for Security and Foreign Affairs (JCSC), entrambi costituiti da eminenti ex generali dell’esercito e diplomatici di ruolo – sostengono che l’accordo non terrà, che l’attuale linea difensiva sia troppo lunga e vulnerabile all’attacco nemico, e che quindi sia necessario occupare tutto il territorio fino al fiume Litani, che costituirebbe un futuro “confine naturale” tra i due Paesi. Argomentano questa posizione con ragioni di sicurezza: il controllo del fiume Litani e di tutto il territorio del sud del Libano farebbe guadagnare 40 chilometri di profondità strategica a Tsahal, riducendo l’impatto dei droni con pilotaggio remoto in prima persona (Fpv), guidati a fibra ottica, responsabili della morte di molti soldati israeliani nelle ultime settimane perché immuni alle interferenze radio e alle operazioni di disturbo, ma limitati dal loro corto raggio d’azione.
Tuttavia, dietro alle ragioni militari, se ne colgono altre. Per quanto letali, questi droni di nuova generazione non sono certo più pericolosi dell’arsenale missilistico su cui Hezbollah può ancora contare, con missili Zelzal e Fateh con 200-300 chilometri di gittata, per cui il possesso del fiume Litani non rappresenterebbe affatto una barriera insormontabile. L’obiettivo di conquistare il fiume, molto sventolato negli ambienti di destra vicini al governo e ai comandi dell’esercito, risponde piuttosto all’ambizione di allargare i confini di Israele in modo permanente lungo linee bibliche afferenti al Grande Israele, mascherandole per ragioni di sicurezza e sfruttando le contingenze storiche favorevoli.
L’altopiano di Nabatieh sarebbe così giudicato “troppo vicino” alla città israeliana di Metula – come se non lo fosse sempre stato – tanto da non permettere, qualora venisse restituito al Libano, di garantire una piena sicurezza alla Galilea del nord.
Ragioni simili a quelle invocate nel 1967 per la conquista della valle del Giordano e della sua cresta montuosa orientale, considerate da lì in poi l’unico confine orientale difendibile, in quanto in grado di garantire “profondità strategica, sorveglianza dall’alto e una barriera naturale” contro infiltrazioni dalla Giordania e, quindi, da tutti gli altri Paesi arabi. Ad oggi, la valle del Giordano non è mai stata restituita ed è considerata ancora un pilastro della legittima difesa d’Israele, nonostante l’argomento sulla “profondità strategica”, nell’epoca dei missili, sia poco accettabile.
Il modello del Golan per l’annessione
Nel marzo 2024 sarebbe anche nato un comitato di sostegno alla ricolonizzazione del Libano chiamato “Uri Tzafon” (“Svegliati, o nord!”) con l’obiettivo di promuovere nuovi insediamenti civili permanenti accanto ai 18 avamposti militari eretti nella fascia controllata da Tsahal. Come ha commentato argutamente il giornalista israeliano di Ha’aretz, Akiva Eldar, i coloni parlano sempre di “semi da piantare” per far nascere “alberi”, ma il risultato non è mai una foresta, quanto una giungla. Poiché la collusione tra i coloni estremisti – ovvero quelli aggressivi e impegnati in nuovi progetti di colonizzazione – e il governo e le agenzie ebraiche è forte, come rivelato dal quotidiano Ha’aretz in un’inchiesta del 2023 (il Fondo Nazionale Ebraico ha donato un milione di dollari ai “Giovani delle Colline”), anche gruppi sparuti di un migliaio di persone come Uri Tzafon possono crescere negli anni fino a diventare voci importanti della destra israeliana.
Il modello di colonizzazione che perseguono non è più quello di Israele del ’48, della “guerra di indipendenza”, né quello della Cisgiordania, ovvero l’occupazione di territori con l’incorporazione parziale dei loro abitanti, ma quello del Golan, dell’occupazione militare delle alture nel ’67 dopo la fuga di tutti i suoi abitanti siriani, culminata nell’annessione formale nel 1981, quando ormai la pressione internazionale si era dissolta, fino al riconoscimento degli Stati Uniti nel 2020.
L’esempio delle Alture del Golan conferma il successo della pratica di creare “dati di fatto” sul terreno, ovvero avamposti in aree limite o nemiche che, per quanto al centro di critiche internazionali, finiscono per crescere e attrarre nuovi coloni nel tempo. Si assiste anche ad una sorta di “martirologia” promossa dal movimento dei coloni: molti nuovi gruppi, come lo stesso Uri Tzafon, si ispirano alla morte di un soldato a Gaza o in Libano nella recente operazione “Spade di ferro”, sostenendo di compiere azioni che ne celebrino la memoria e ne realizzino i sogni e le aspirazioni post-mortem. Questa linea argomentativa sembra quasi attribuire sacralità a un’impresa politica criminale, violenta e spregiudicata come la colonizzazione, attecchendo in un tessuto sociale sempre più traumatizzato dalla guerra e sempre più imbevuto di un culto della morte e di riferimenti religiosi.
Il consenso politico all’espansione
Questi movimenti estremi trovano poi una sponda nella Knesset: in primis in deputati del Likud, di Otmza Yehudit e del Sionismo Religioso (partiti della coalizione di governo), ma anche inaspettatamente una tollerante accettazione nei partiti d’opposizione, come Israel Beitenu e Yesh Atid, entrambi favorevoli all’occupazione del sud del Libano fino al fiume Litani, e una calorosa accoglienza nei partiti ultraortodossi.
Quest’ultimo aspetto è forse una delle dinamiche sociali israeliane da osservare più da vicino e con maggiore preoccupazione: partiti ultraortodossi come UTJ e Shas, che negli anni ’90 avevano sostenuto gli Accordi di Oslo, oggi si ritrovano saldamente dall’altra parte della barricata. In un Paese dove, secondo recenti sondaggi politici (Direct Polls, giugno 2026), il 73 per cento degli israeliani si dichiara favorevole a “incoraggiare l’emigrazione araba”, senza peraltro chiedersi verso dove essa dovrebbe eventualmente indirizzarsi, la quasi totalità degli haredim (96 per cento) appoggia l’estensione della sovranità israeliana nel sud del Libano. Oggi gli ultraortodossi contano solo il 14 per cento della popolazione, ma sono proiettati a crescere fino al 30 per cento nel 2050, andando in prospettiva a costituire la metà esatta della popolazione ebraica, nonché una sfida politica e culturale non indifferente.
L’isolamento internazionale di Israele
Infine, il recente diverbio consumatosi tra Netanyahu e Trump sulla guerra in Iran e sul cessate il fuoco in Libano mostra chiaramente una marcata tendenza israeliana all’isolamento internazionale. Tendenza che non è sfuggita al vicepresidente statunitense J.D. Vance quando ha affermato recentemente che “Israele ha pochi amici”. Persino la popolarità del presidente Trump in Israele ha subito un crollo verticale, con il 69 per cento degli israeliani che dichiarano in un recente sondaggio che “Trump danneggia Israele” (Mitvim, Israel Foreign Policy Index, 2026). La stagione delle guerre infinite sembra essere sostenuta non solo da un governo Netanyahu che intende mantenersi al potere fino alle prossime elezioni (ottobre 2026), ma anche da una società che non vede altro strumento che la guerra per affermare il suo diritto a esistere.
Viene da chiedersi quali confini per Israele potrebbero mai considerarsi abbastanza sicuri, perché oltre ogni nuova linea tratteggiata si troverebbe di fronte un altro gruppo umano potenzialmente ostile, solo in quanto diverso. Certo è che il progetto di realizzare il Grande Israele biblico, dai confini imprecisati ma estendibile dal Nilo all’Eufrate, comporta un revisionismo storico radicale foriero di ulteriore instabilità e terrorismo. Non è un caso che recentemente i sauditi, sotto attacco da parte del regime iraniano, abbiano identificato Israele come la minaccia regionale prioritaria e che molti sondaggi d’opinione condotti nel Golfo tra le opinioni pubbliche – e non le rispettive leadership – confermino un’alienazione totale nei confronti d’Israele.
È troppo presto per dire se l’accordo israelo-libanese terrà, anche se è facile scommettere sul fatto che il governo libanese non sarà in grado di portare avanti un disarmo di Hezbollah che si trascina incompiuto dal 2005, e che Israele troverà pretesti per restare nel sud del Paese, fornendo a sua volta una potente giustificazione a Hezbollah per non rendere le proprie armi (che non comunque renderebbe). L’amministrazione Trump è troppo instabile e volatile per far attuare un piano così ambizioso, che richiederebbe, oltre alla firma di un accordo quadro stabile con l’Iran, anche il coinvolgimento attivo di truppe americane e l’invio di osservatori in Libano, dal momento che la missione Unifil non si è mai dimostrata all’altezza del compito ed è parzialmente sfiduciata da entrambe le parti.
Il timore maggiore, però, è che nel frattempo qualche frangia del governo e della società israeliana non approfitti di questo stadio indefinito di assenza di guerra e di pace per avanzare i propri pedoni sulla scacchiera, creando nuovi “dati di fatto” nel sud del Libano, nell’impunità generale d’Israele che ormai regna in Medio Oriente dal 7 ottobre.
Immagine di copertina: alcuni carriarmati appostati nell’Alta Galilea, nel nord di Israele il 1 luglio 2026. (Foto di Jack Guez / Afp)


