Quando poco è meglio, un manifesto per un’epoca “qb”

In principio di “qb” c’era solo la cucina. Ovvero, sale, pepe e olio «quanto basta». Il giusto condimento, né in eccesso né in difetto. Il giusto equilibrio, massima moderazione negli ingredienti. Ora, in tempi di crisi, di deficit economico, di mancanza di risorse, di stipendi alleggeriti e disoccupazione galoppante, la formula si è estesa agli stili di vita: niente più esagerazioni, niente più eccessi. Non ce li possiamo più permettere.

Si sapeva che sarebbe andata a finire così, che non si poteva sprecare altrimenti. Ma abbiamo aspettato fino all’ultimo momento prima di prenderne (ancora totalmente) atto e iniziare a pensare di riconvertirci e convertirci ad un più equo consumo delle risorse. Senza più sprechi di risorse. Di cercare di tornare all’essenza delle cose. Siamo solo all’inizio, ma timidi segnali di riconversione si intravedono qua e là.

Guido Moltedo, per esempio, giornalista e autore de Il manifesto qubista, istant e-book edito dal quotidiano Europa, raccoglie e analizza molti casi e legge – ad esempio nelle scarpe consumate, sformate, non lucide e anche un po’ polverose che spuntano sotto la tonaca di Papa Francesco – il segno di uno stile inequivocabile che comincia ad affermarsi, emblema e simbolo di un uomo che viene da lontano dopo aver percorso un lungo e non scontato percorso. O, quantomeno, di un’inversione di tendenza. Si contrappongono a quelle rosse e di buona fattura, confezionate a mano che indossava il predecessore Papa Ratzinger e che fanno il paio con quelle calzate da D’Alema di qualche anno fa, del valore di un milione e mezzo di lire. Quando la politica solcava altri lidi e voleva/doveva essere à la page. Più con i ricchi che con gli umili. Segno di salto di classe più che di un’emancipazione dalle proprie origini.

E comunque anche in contrapposizione alle scarpe dalla suola bucata calzate Barack Obama e immortalate in un celebre scatto nel 2008, i piedi allungati sul tavolo della sede del Comitato elettorale sul finire di una estenuante campagna. O quelle del giudice Mario Amato, stese al suolo insieme al suo corpo inerme, colpito dai propiettili di un commando terrorista dell’estrema destra a Roma nel giugno del 1990. O a quelle cantate da Enzo Jannacci negli anni Cinquanta, simbolo ed emblema del miracolo economico, di un’Italia in ricostruzione e in ripresa dopo gli anni duri della guerra e del regime. Le scarpe dalle suole bucate sono anche l’emblema di un’altra era, di quando forse i mulini erano ancora bianchi e la società aveva altri mezzi e altri valori. C’erano i blocchi contrapposti, la guerra fredda, il muro che divideva Berlino in due era in piedi, eccetera, eccetera.

«Nel mondo, di fronte all’instabilità e all’indigenza che avanzano, non c’è solo risentimento e smarrimento. Non c’è solo protesta. La lettura di Marx torna in auge come chiave per capire gli inganni del capitalismo, il liberismo diventa una parolaccia.

Contemporaneamente si affermano idee e visioni “propositive”, molto in voga da tempo ma relegate a nicchie e a élite e spesso liquidate come “ideologiche” dal pensiero unico dominante» annota Moltedo in un pamphlet di facile e rapida lettura che dispone, quasi come su un asse cartesiano, tutti gli elementi di una necessaria revisione dei consumi e di una riconversione produttiva e industriale che metta in primo piano la nuova filosofia dei “beni comuni”, che non sono proprietà di nessuno, come l’acqua, l’aria, il clima, le risorse del mare…, la conoscenza, la cultura… eccetera, eccetera…

A Moltedo piace la “tendenza Francesco”, quella di un Papa votato agli ultimi e non agli sfarzi, di un ritorno alla “pietra di Pietro”, tanto da rintracciarla anche in altri comportamenti: come nell’ingresso al Quirinale di Enrico Letta alla guida della propria vettura il giorno in cui ha ricevuto dal capo dello Stato l’incarico esplorativo o in quello del Governatore Zingaretti che si reca alla Regione Lazio alla guida della propria Renault Scenic il giorno dell’insediamento. Cambio dei tempi e cambio di passo. Sono piccoli gesti, ma di grande significato. Popolari e nient’affatto populisti.

Nell’agile e-book l’autore gli elenca uno ad uno, all’estero come in Italia, negli atti del presidente Obama come nei (non definitivi) tagli dei costi della politica in Italia, nel ridimensionamento di alcuni fastidiosi privilegi della classe politica o nelle prebende di certi amministratori delegati o direttori generali pubblici e privati. E una lunga sfilza. Per concludere? Che «vivere con meno» costa anche molto meno. E che anche chi ha poco in qualche modo quel che ha se lo gode di più. “Tendenza Francesco” diventa così anche “il manifesto” di una nuova/vecchia “sinistra francescana” – o che cerca di esserlo di più – una sinistra degli ultimi e dei diseredati che non si vedeva da tempo o non era più in auge o di moda.

Ed è anche quella, a carattere per altro internazionale, che si può riconoscere nelle scelte e nei discorsi sul cibo e sulla terra di Carlìn Petrini, il gran patròn di Slow Food e del suo movimento fatto di cinquemila contadini che da ogni parte del mondo convergono ogni anno in maxiconvegno al Lingotto di Torino in quella iniziativa che si chiama Terra Madre; oppure, anche, in quel movimento di volontari che si riconosce nell’attività di Last Minute Market messa a regime dal professor Andrea Segré, dell’Università di Bologna, che raccoglie e riutilizza i prodotti in vendita nei supermarket prima che arrivino a scadenza sull’etichetta (e talvolta anche già scaduti ma ad ogni modo per nulla nocivi) redistribuendoli nelle mense dei poveri o degli anziani o nei refettori dei disagiati, sottraendo così anche ingenti quantità di cibo dal secchio della spazzatura ed evitando che ogni giorno decine di quintali di prodotti alimentari vengano buttati via e resi per sempre inutilizzabili mentre c’è chi ne ha molto bisogno per potersi nutrire. Buttare il cibo, in una società come la nostra, è un gesto orribile, un vero insulto alla miseria.

Movimenti umanitari, dunque. Lo si può tranquillamente dire. Perché, in fondo, è di più umanità che c’è anche molto bisogno. Nella vita in generale. Come pure nella politica. E nella visione e gestione dell’economia. Nel simbolico come nel pratico. Umanità e condivisione. Delle scelte. Ma pure delle risorse. Di passare dall’io al noi. Le esperienze ormai si sommano una sull’altra e si concretizzano nella sempre più diffusa comunità dei “gruppi d’acquisto”, di condominio, di quartiere, di zona, d’ufficio: dal file sharing al car&bike sharing allo sharing in generale, compresi i passaggi in auto o i trasporti collettivi su mezzi privati in una complessa e sempre ormai più diffusa grande “economia del baratto”, dello scambio, della permuta, dell’usato, del riciclato, del riciclabile e possibilmente ancora da riciclare e riutilizzare. Una “nuova società” che un po’ alla volta si alimenta da sé, contagiandosi ed emulandosi. E si rende più autonoma dai centri produttivi tradizionali. Non è ancora il “collettivismo” di antica memoria.

«Nessuna fuoriuscita dal capitalismo. Nessuno scontro tra chi lo vuole abbattere e chi lo vuole riformare – avverte Moltedo –. Senza strombazzature ideologiche, si fanno strada nuovi stili di vita, molti dei quali trovano origine negli anni Sessanta. Fenomeni di costume, mode, bizzarrie: così apparivano ai sociologi di allora. E chi non li condivideva, li considerava appannaggio di ambienti marginali anche se di gente tutt’altro che ai margini della società. Spesso erano considerati tic ideologici di gente benestante, contraria all’estensione del benessere di cui loro godevano, e a cui potevano perfino permettersi il lusso di rinunciare. Oggi quella percezione sta cambiando (…) Di sicuro, ci sarà l’opposizione dura e nervosa del vecchio, ma l’importante è che si sia aperto un percorso nuovo. Un orizzonte verso cui muoversi». Verso una società “qubista”. E creativa. E, fors’anche, picassiana.

Titolo: Il manifesto qubista

Autore: Guido Moltedo

Editore: Europa

Pagine:

Prezzo: Gratuito €

Anno di pubblicazione: 2013



  1. Mi è sempre dispiaciuto il modo di “prendere le cose alla leggera”. E’ per questa caratteristica, che è probabilmente un difetto, che non cerco di avere successo in società. La mia tendenza a guardare le cose dalla parte del pericolo, quando riguardano la collettività, non vuole impedire né a me né ad altre singole persone di tenere conto, nelle avversità, anche delle opportunità che possono presentare. E’ dunque proprio questo indirizzarsi di Moltedo alla collettività che mi crea disagio. Stiamo affrontando un’epoca in cui ciò che più colpisce sono la distruzione dei diritti, la negazione del welfare, la separazione netta tra chi aumenta enormemente nella disponibilità del potere e chi vede essergli negato anche quel poco di voce di cui disponeva, e in questo clima ecco arrivare la proposta “culturale” di Moltedo, che parla di “nuovi stili di vita”, senza chiedersi se siano scelti o subìti. Ma nella sua elaborazione di pensiero non ha dimenticato l’esistenza di persone critiche come il sottoscritto, persone non qubiste e non picassiane , ma mediocri sintomi di un’ “opposizione dura e nervosa del vecchio”.

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