Tecnomonarchi: chi sono gli architetti del dopo-democrazia

Non un semplice conservatorismo, ma un progetto di rottura radicale con la modernità politica, da spazzare via grazie ai nuovi poteri digitali. È il disegno degli “architetti del futuro” che influenzano la nuova destra trumpiana: da Curtis Yarvin a Peter Thiel, da Hans-Hermann Hoppe a Elon Musk. In Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli 2026), Alessandro Mulieri racconta al pubblico italiano una galassia di idee sviluppata soprattutto online e che oggi è al centro del potere statunitense. Un libro di intervento pubblico che mette in guardia da un rischio preciso: Trump non è un punto di arrivo, ma di partenza.

 

Cosa intende per “tecnomonarchia”? Di cosa si tratta e perché ha scelto questo titolo per il suo ultimo libro?

Doveva chiamarsi Tecnofascisti, ma mentre lo stavo scrivendo è uscito un altro libro con un titolo simile. Alla fine sono anche un po’ contento di questo titolo: “tecnofascismo” è un’espressione piuttosto abusata nel dibattito statunitense e sempre di più ormai anche in Italia.

Tecnomonarchi, invece, cattura qualcosa di più preciso. Da un lato, segnala subito la diagnosi da cui parte il libro: la democrazia liberale è in crisi. Dall’altro, rimanda in modo efficace al progetto della nuova destra indagata nel libro, che intende sfruttare la crisi della democrazia per compiere, una volta per tutte, un cambio di regime. Che deve portare, secondo questi ideologi, a un esito “monarchico” in senso assolutistico. Yarvin lo sostiene in modo diretto ed esplicito; Hoppe presenta un’argomentazione più complessa, ma supporta apertamente la monarchia assoluta. Thiel è più ambiguo, ma quello che dice e quello che fa vanno in questa stessa direzione.

 

Quale idea di monarchia hanno questi ideologi?

Per monarchia intendono una forma del potere di tipo patrimoniale. Si richiamano – in modo inesatto, da un punto di vista filosofico e storico – ora all’assolutismo, ora alla regalità medievale. Tuttavia, il loro progetto non ha nulla a che vedere né con lo Stato di Luigi XIV, né con i “due corpi del re” di cui ha parlato Ernst Kantorowicz per analizzare la sovranità medievale.

Hanno invece una visione piuttosto caricaturale della monarchia, categoria con cui richiamano confusamente a una forma di potere assoluta, premoderna, preilluministica e feudale, secondo cui lo Stato è un’emanazione della proprietà privata del sovrano. Una concezione quasi patrimoniale del potere che sembra avere echi importanti anche nel modo in cui Trump e il suo circolo ristretto di familiari e alleati utilizzano i poteri e gli apparati dello Stato americano a fini personali.

 

Come si combina la tecnologia con la monarchia, nella prospettiva “tecnomonarchica”?

L’essenza filosofica della “tecnomonarchia” sta nel connubio tra nostalgia del premoderno e celebrazione dell’ipermoderno. L’accelerazione tecnologica ha prodotto meccanismi estremi di controllo sociale e gestione autoritaria delle decisioni collettive e dei dati di sorveglianza di massa che oggi permettono di riabilitare ciò che la modernità politica aveva spazzato via: la monarchia assoluta, la gerarchia naturale, la disuguaglianza naturale. La “tecnomonarchia” vorrebbe compiere una sorta di “rivoluzione reazionaria”.

 

La “tecnomonarchia” non è, però, un vero e proprio movimento teorico politico. Indica un insieme di visioni politicamente e filosoficamente affini, ma questi ideologi non fanno parte di una stessa organizzazione, né dialogano fra di loro, quantomeno non sempre. Perché raggrupparle sotto il medesimo neologismo?

Non solo per indicare un’affinità. Qualche giorno fa un collega mi diceva: “Non dobbiamo semplificare le diverse anime della destra”. Ma se guardiamo al modo in cui oggi i contenuti delle visioni di figure come Patrick J. Deneen, Yarvin e Christopher Rufo dialogano fra loro nel dibattito pubblico – anche senza che abbiano dei veri e propri scambi – ci rendiamo conto che i confini tra le varie anime sono molto più porosi. Questo perché le loro ideologie sono oggi parte integrante del dibattito pubblico e mediatico, soprattutto sulle piattaforme digitali.

L’obiezione del collega è fondata se si vuole fare un’operazione strettamente accademica su ciascuna di quelle figure, cosa che forse potremmo immaginare fra qualche anno. Tuttavia non è ciò che ho voluto fare nel mio libro. Da un punto di vista metodologico, vuole promuovere una conoscenza critica riguardo a ideologie che oggi sono pericolosamente sempre più diffuse; non intende fornirne la radiografia o una collocazione scientifica precisa e puntuale. È un pamphlet di intervento pubblico, più che uno studio accademico.

In questo momento storico penso che sia più interessante conoscere queste ideologie per i loro effetti nel presente, piuttosto che per il loro spessore storico-filosofico (uno spessore che, tra l’altro, per la maggior parte di questi ideologi è molto discutibile).

 

D’altronde non è il suo primo pamphlet. Lei stesso scrive che il libro può essere considerato l’ultimo di una trilogia, pubblicata con Donzelli, in cui si è occupato di indagare la crisi della democrazia liberale da diverse angolazioni, ora più accademiche, ora più militanti. Che differenza c’è rispetto a quei lavori?

Riguarda soprattutto la nuova destra reazionaria statunitense indagata in questo libro e quella europea – Orbán, la democrazia illiberale, il cesarismo – di cui mi sono occupato soprattutto nel libro precedente. Non è solo una differenza nei contenuti, ma anche nel metodo.

La nuova destra statunitense contiene, in quasi tutte le sue anime, una logica di cambiamento di regime. Gli autoproclamati “architetti del futuro”, come Thiel o Land, lavorano sul lungo termine, per superare la democrazia liberale. In Europa, no: persino Alain De Benoist rimane all’interno dell’alveo della democrazia liberale rappresentativa; si interessa a produrre al suo interno torsioni autoritarie e cesaristiche, senza parlare mai di “cambiamento di regime”. “Democrazia illiberale” significa infatti: rimaniamo democratici, ma siamo illiberali. Negli Stati Uniti sono andati oltre, sfidando apertamente la democrazia con i loro progetti “utopistici” proiettati nel futuro.

 

È solo una differenza retorica?

È anche culturale. Certo, i discorsi della “tecnomonarchia” hanno un’efficacia strategica diversa nel dibattito pubblico americano, rispetto a quella che hanno nel dibattito europeo. Ma se c’è una differente efficacia strategica è perché c’è una differenza culturale e filosofica più profonda. Negli Stati Uniti le provocazioni della “tecnomonarchia” sono recepite come più seduttive, e credibili, perché lì c’è davvero chi sta realizzando la rivoluzione digitale ed esplorando le possibili implicazioni politiche reazionarie di questa rivoluzione. Qui in Europa, invece, ne importiamo l’astratta evoluzione senza essere il cuore del fenomeno.

Questo non vuol dire che le due destre, così differenti sul piano ideologico, retorico e culturale, non lavorino assieme sul piano politico. C’è un’internazionale illiberale, che per esempio collega Bannon e Orbán: si tratta di nessi istituzionalizzati come nel caso del Danube Institute a Budapest.

 

Eppure c’è una componente che lei individua nella “tecnoreazione”, che storicamente e culturalmente è molto più “europea” che “statunitense”: quella che definisce “tecnofascista”. Nel libro, spesso impiega i due termini – che d’altra parte, come ha spiegato, hanno rivaleggiato per il titolo – come sinonimi. Ma c’è una grande differenza fra monarchia e fascismo: perché allora li associa?

Non lo faccio perché abbiamo a che fare con una riedizione dei fascismi storici. Quando parlo di fascismo mi riferisco alla concezione di Umberto Eco di “fascismo eterno”. Riguarda la tendenza a sostenere una filosofia della disuguaglianza naturale fra le identità degli individui, che ha caratterizzato i fascismi del Novecento e che caratterizza, oggi, anche la “tecnomonarchia”: per questo, secondo me, è possibile definirla anche una forma di “tecnofascismo”.

Al di là di ciò, molti di questi autori fanno paralleli espliciti con i fascismi storici. Yarvin, a gennaio, ha scritto un post dove proponeva una comparazione esplicita tra le azioni degli squadristi fascisti e nazisti degli anni ‘30 e il ruolo che le app possono avere nella trasformazione della democrazia americana in una monarchia tech. Thiel è meno esplicito. Il modo in cui riutilizza certi aspetti del pensiero di Carl Schmitt, o come gestisce i suoi circoli iniziatici di lettura ‒ lectio con piccoli gruppi chiusi ‒ che è una storpiatura reazionaria del pensiero di Leo Strauss, però richiamano certi circoli nazisti e fascisti degli anni ‘20 e ’30 in Germania.

 

Mettere l’accento sull’elemento fascista della galassia “tecnomonarchica” non rischia, però, di oscurare la dimensione illiberale della stessa tradizione liberale e illuminista, a cui pure quell’ideologia si richiama? Per esempio, il libertarismo di Hoppe, Thiel e Yarvin…

Il mio prossimo libro sarà su queste tematiche. In passato, ho lavorato sulla “democrazia totalitaria” e sul liberalismo contro-Illuminista come chiavi per rileggere il rapporto complesso tra liberalismo e Illuminismo.

Oggi, però, c’è una pericolosa politicizzazione estrema della critica del liberalismo e dell’Illuminismo – del liberalismo illuminista – che finisce per avere esiti particolaristici e identitari, anche nel campo della sinistra radicale.

Però, se storicizziamo la tradizione liberale e illuminista, possiamo individuare un universalismo critico, che va recuperato e riattualizzato. D’altronde la modernità politica è questo stesso continuo interrogarsi, senza limiti, sui propri limiti. Per questo non bisogna dissolvere le differenze tra quel pensiero e quello dei suoi avversari.

C’è poi una distinzione importante tra il contesto americano e il contesto europeo. L’idea di “Occidente” è ormai vuota: non esiste. Forse è il momento in cui noi europei possiamo fare delle distinzioni all’interno di quella categoria e chiederci se dobbiamo adottare le guerre culturali americane. Oppure, se dobbiamo trovare il nostro modo di raccontare il rapporto con l’illuminismo, il liberalismo e soprattutto con l’universalismo.

 

Oggi, purtroppo, l’universalismo versa in condizioni critiche su molti fronti. Tuttavia, anche la nuova destra sembra aver ricevuto diversi contraccolpi: lo abbiamo visto in Ungheria, ma anche nelle piazze internazionali del movimento No Kings, così come nel recente distacco fra Giorgia Meloni e Donald Trump.

Trump sembra essere in discesa, ma non è il punto di contatto tra gli ideologi della nuova destra e il trumpismo al potere, è un battitore libero. Il punto di contatto è J.D. Vance: una creatura di Thiel, che l’ha finanziato e fatto eleggere senatore nel 2022. Vance ha presentato Yarvin come un ideologo che vale la pena leggere. E ha sdoganato le sue idee nel discorso pubblico: è questo forse ciò che è più preoccupante e che sarà difficile da arrestare, contenere e combattere, qualsiasi siano i risultati delle prossime elezioni.

L’influenza dei “tecnomonarchici” sull’amministrazione trumpiana è forte, ma indiretta: quello che Yarvin o Thiel hanno scritto non si traduce direttamente in politiche, ma in certe fasi ‒ il DOGE di Elon Musk ne è un esempio ‒ le loro idee hanno dato indicazioni politiche effettive. Yarvin stesso ha commentato dicendo che il DOGE non era abbastanza radicale e che era un punto di partenza per realizzare un progetto più ambizioso. Anche quello che sta facendo Thiel con Palantir va in questa direzione: sta già ricollocando il suo progetto sul lungo termine.

La crisi del trumpismo è reale, ma temo sia solo una crisi politica e non culturale: temo, cioè, gli effetti di quello sdoganamento. Forse davvero non siamo a un punto di arrivo, ma di partenza, nonostante la crisi politica.

 

Qual è la risposta possibile da sinistra?

Non mi è chiaro quale sarà la risposta del Partito Democratico americano, né politica, né ideologica, né filosofica. Uno dei temi chiave sarà lo scontro tra una sinistra woke e una sinistra più tradizionale alla Bernie Sanders, orientata a enfatizzare i temi della disuguaglianza sociale ed economica. Mi sembra che, dopo la vittoria di Zohran Mamdani, alcuni giovani democratici, per esempio Alexandra Ocasio-Cortez, si stiano comunque ricollocando in questo senso.

Per me il tema centrale è la redistribuzione della ricchezza e il ritorno a questioni radicali legate alla disuguaglianza, che sono diventate quasi tabù nella sinistra liberal americana. Dovremmo tornare a parlare di quanto sia immorale, in una democrazia, un accumulo di ricchezza come quello che vediamo in Musk o in altri oligarchi. Ciò significa, per esempio, aprire un dibattito serio sul rendere pubblici certi settori: ha ancora senso che i social network siano aziende quotate in borsa gestite da privati?

 

Parla di una risposta socialdemocratica o è qualcosa di diverso?

Socialdemocrazia mi sembra un’opzione limitata. Bisogna tornare al socialismo, almeno provare a porre il tema. Negli Stati Uniti, Zohran Mamdani è riuscito a farlo a New York. Ma New York non è gli Stati Uniti. Servirebbe una grande mobilitazione sociale e, per farlo, è necessario un grande lavoro culturale: in un Paese come gli Stati Uniti, in cui la povertà è una vergogna sociale, anche a sinistra, non si può prescindere da un lavoro culturale che rimetta al centro politicamente questo problema.

In Europa abbiamo una storia di lotte sociali che culturalmente già ci legittima a ristrutturare lo spazio pubblico in questa direzione. La storia del movimento operaio italiano o francese è un punto di partenza che gli statunitensi non hanno. E questa, forse, è un’opportunità che Trump ci ha offerto: la possibilità di distanziarci, anche culturalmente, dalla retorica dell’eccezionalismo americano, che non ci appartiene.

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