Le ombre della psicoanalisi. Freud, Jung, Spielrein e l’identità ebraica

Nel libro S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la faccenda nazionale ebraica, David Meghnagi affronta la complessità della nascita della psicoanalisi: l’identità ebraica di Sigmund Freud, l’antisemitismo culturale del tempo sempre pervasivo, la frattura con Carl Jung e il “volontario” allontanamento di Sabina Spielrein dai due mettono in relazione la vicenda traumatica delle origini.

L’autore propone, nella prima parte del libro, una visione decisamente interessante delle origini della psicoanalisi. La rottura tra i due giganti del pensiero psicoanalitico viene ripensata come un trauma generato non solo da divergenze teoriche e personali, quanto piuttosto dalla drammatica “faccenda ebraica”, che fa da sfondo, consentendogli di contestualizzare l’intricata relazione tra i tre attori all’interno della realtà storico-culturale dell’epoca. L’ebraismo europeo appariva assimilato ed emancipato, ma in realtà continuava a essere permanentemente esposto a forme di esclusione e di delegittimazione. La preoccupazione di Freud era dunque relativa alla matrice fondativa della psicoanalisi. Temeva che sarebbe stata troppo identificata con l’ebraismo e destinata, dal pregiudizio, a una chiusura identitaria che l’avrebbe ridotta a “scienza ebraica”, delegittimandola. Ateo e critico della religione, riconosceva tuttavia la sua elaborazione in una linea di profonda continuità con la tradizione ebraica.

Siamo in un momento storico che anticipa le lacerazioni novecentesche che stavano già attraversando tutta la cultura europea dell’epoca.

Freud riteneva inoltre necessario, per il futuro stesso della psicoanalisi, che fosse riconosciuta dalla comunità come disciplina scientifica, allontanando ogni ipotesi di “esoterismo”.

È in questo complesso scenario che Meghnagi colloca la relazione tra Freud e Jung, identificando il conflitto teorico e personale alla radice stessa delle differenti forme del loro modo di pensare. Forme che inevitabilmente convergevano attorno alle diverse origini culturali, sociali, relazionali.

Jung viene designato inizialmente da Freud, in quanto psichiatra, come erede in grado di accreditare la psicoanalisi nei contesti scientifici.

Prima allievo e poi assistente di Eugen Bleurer al Burghölzli, l’istituto psichiatrico ritenuto all’epoca innovativo per il suo approccio alla malattia mentale in quanto andava oltre una logica classificatoria altrove imperante, Jung era rimasto conquistato dalle idee della nuova disciplina nascente, le sentiva del tutto sintoniche alla modalità di approccio alla sofferenza mentale che il Burghölzli perseguiva.

Un secondo motivo di interesse da parte di Freud per il giovane Jung riguardava la necessità, ritenuta  da lui inevitabile, di sottrarre il movimento psicoanalitico nascente dall’accusa di ebraicità, identificando Jung stesso nel possibile garante di una universalità della psicoanalisi. Jung, svizzero, era infatti di cultura religiosa protestante, molto interessato alla cultura e alla filosofia orientale di cui era uno studioso. Il sodalizio tra i due è dunque attraversato da appartenenze identitarie molto diverse, che contribuiranno a generare una tensione irrisolta inizialmente contenuta, ma che esploderà successivamente quando in Jung cominceranno ad affiorare stereotipi culturali e religiosi “sull’anima ebraica” come origine delle differenze culturali e psicologiche tra ebrei e non ebrei.

Il pregio del libro di Meghnagi è quello di narrare senza ideologizzare, riuscendo a restituire valore sostanziale ad alcune concettualizzazioni di Jung che vengono esposte soprattutto nei capitoli dieci e undici del testo in questione. Così come ha il pregio di restituire alla figura di Spielrein quel valore intellettuale e di pensiero invece mortificato dalla stessa comunità psicoanalitica.

La figura di Spielrein assume, nella lettura proposta, un ruolo decisivo che è da scoprire. Spielrein non è soltanto la paziente-amante di Jung che si rifugia da Freud dopo l’abbandono dell’amante. È invece una protagonista che si impegna a promuovere un nuovo dialogo tra i due. Viene riconosciuta da Meghnagi come una “figura di soglia” tra mondi diversi – ebraismo russo, cultura mitteleuropea, psicoanalisi freudiana, psicologia junghiana, femminile, trauma, creazione teorica. In lei si condensano, rendendola testimone attiva, le contraddizioni di un movimento che proclama l’universalità dell’inconscio e che è al contempo attraversato da appartenenze, esclusioni, gerarchie simboliche e fantasmi nazionali.

Eppure lei sa attraversare queste appartenenze grazie alla sua capacità di muoversi tra culture e linguaggi differenti. Era una donna cosmopolita, capace di comprendere le provenienze culturali di Freud e quelle di Jung, senza avere il bisogno di identificarsi con nessuna delle due, proponendo una lettura originale di ciò che può germinare in tutti quei passaggi che definiscono, delimitandole, le differenze: il suo pensiero è sulla creatività nascosta nella pulsione distruttiva che non dissolve solamente, ma apre piuttosto a nuove forme del pensare. La tensione umana è verso uno stato nascente che va trovato e coltivato. La tensione vitale genera una mente estesa, protesa verso qualcosa che include i depositi di un sapere pregresso come presupposto di un nuovo sapere.

Per Spielrein l’esistenza non è mai una realtà chiusa. Piuttosto è un continuo stato liminare, un continuo abitare confini: tra sé e l’altro; tra interno e esterno; tra passato e futuro; tra identità e alterità. È una questione, questa, che Meghnagi stesso affronta in ogni parte del suo testo, rendendola una questione centrale del suo modo di pensare, sollecitandoci come lettori a ripensare il difficile delicato equilibrio tra appartenenza e apertura, memoria e universalità.

Se l’ebraismo è ascolto di parole senza fine che si traduce in associazioni prodotte dal paziente nella pratica freudiana, nel protestantesimo le parole interpellano la coscienza personale, introducendo il problema della responsabilità nel rapporto con il male attraverso l’analisi dell’Ombra, istanza così essenziale per la pratica junghiana.

Meghnagi dedica infatti alla questione dell’Ombra i capitoli dieci e undici che ritengo siano tra i più interessanti per il rimando attualissimo alla realtà storica e socio-culturale in cui siamo immersi.

Per Jung l’Ombra è costituita da tutto ciò che l’Io rifiuta di riconoscere di sé e lo proietta sull’altro. Per il processo di individuazione, indispensabile percorso analitico per il raggiungimento di un equilibrio psicologico, è necessario che il paziente riconosca e integri questa parte rimossa invece di combatterla.

Meghnagi riconosce il valore di questa intuizione di Jung e ne amplia le conseguenze interrogandosi su cosa succede quando, da categoria personale, l’Ombra diviene stigma inconscio di un’intera cultura. La risposta a questo interrogativo è possibile, per l’autore, solo se si riconosce quanto questa istanza della psiche individuale sia innestata nella psiche collettiva e, contestualmente alle argomentazioni del libro, intrecciata con la più grande tragedia del Novecento: le sempre impensabili conseguenze determinate dall’antisemitismo europeo. Per Meghnagi l’Ombra collettiva è l’esempio della proiezione collettiva: l’ebreo diviene il contenitore di tutto ciò che l’Europa non vuole riconoscere di sé, divenendo una proiezione potente del male. E non è un caso, ci suggerisce, che contestualmente Freud abbia costruito una teoria del rimosso che è necessario disvelare. Linguaggi diversi che originano da culture diverse, Freud e Jung, possono convergere su una questione che da psichica diviene appunto collettiva e culturale.

Meghnagi considera Jung uno dei più grandi psicologi del Novecento, ma il richiamo per lui significativo è all’incapacità di questo genio di riconoscere la propria Ombra culturale. Per l’autore si tratta di un paradosso enorme, poiché proprio con il concetto di Ombra Jung riesce a descrivere magistralmente il meccanismo della proiezione. Alcune considerazioni di Jung sulle differenze tra “psicologia ebraica” e “psicologia ariana”, che fanno parte di alcuni scritti degli anni Trenta, mostrano quanto lui stesso sia stato attraversato, mantenendolo totalmente inconsapevole al riguardo, dalle categorie culturali del tempo.

Meghnagi ci invita però a leggere questa contraddizione come espressione di un’ambivalenza che non va demonizzata, per non correre il rischio di ridurre il pensiero junghiano a queste posizioni, ignorando le sue intuizioni geniali per la comprensione del funzionamento della mente umana.

Nessuno è immune dalla propria Ombra! Questo è l’ammonimento di Meghnagi che suggerisce di considerare quanto l’Ombra sia una realtà presente pervasivamente anche in una comunità scientifica, in una nazione, in una religione, in una scuola di pensiero. Luoghi in cui gli individui si formano culturalmente e professionalmente. L’Ombra di Jung è rimasta custodita nelle profondità del suo inconscio, senza diventare un possibile pensiero circa la responsabilità storica di una forma di antisemitismo e di razzismo latente ma attivo, mantenendolo di fatto, e inevitabilmente, ambiguo nel rapporto con il nazismo. Non ci sono scuse a proposito, solo possibili analisi della problematica in questione.

Tutta la trattazione di Meghnagi ci pone una questione enorme, perché ci chiama, come comunità psicoanalitica, a riconsiderare il significato stesso del lemma “trauma”. Non è solo necessario studiare, come è stato fatto, il trauma e i suoi effetti anche transgenerazionali sul soggetto, ma anche quelli che, in quanto traumi collettivi, riguardano la storia e la cultura. È necessario comprendere meglio come contribuiscono a conformare porzioni significative di Ombra che possono rimanere inconsce ma proiettivamente operanti nella mente individuale, nutrendo forme di cecità psichica.

Possiamo eliminare l’Ombra? Meghnagi si interroga nel capitolo undici e la risposta è ovviamente no. No, perché non è possibile eliminare una parte costitutiva della personalità soggettiva. Jung sosteneva che l’Ombra è una componente strutturale della personalità e che il lavoro analitico deve consistere nell’integrazione e non nella soppressione di questa istanza psichica. La proposta dunque è quella di convivere consapevolmente con questo aspetto della personalità individuale e della “personalità” collettiva. Affinché questo sia reso possibile, è però necessario distinguere tra il concetto di “integrazione” e quello di “identificazione” che si alimenta della logica proiettiva per cui il male appartiene all’altro, al diverso che ci contamina.

Convivere con l’Ombra significa acquisire, e mantenere viva, una consapevolezza delle parti ombra non solo soggettive, ma culturali e quindi collettive, affinché vi sia sempre una possibilità germinativa di coscienza civile, storica, relazionale.

Per questo motivo, sostiene giustamente Meghnagi, non è possibile che l’Europa – e il mondo aggiungo – dimentichi Auschwitz. Ma al contempo, ammonisce Meghnagi, non è possibile continuare a vivere soltanto dentro Auschwitz. È piuttosto indispensabile imparare a convivere con la sua memoria, continuando a trasmetterla.

La questione ebraica non è solo un contenuto esterno alla psicoanalisi delle origini, come già detto, ma è il risultato di un’Ombra culturale e religiosa proiettata. Continua a rendere l’antisemitismo una formazione mentale delirante che attribuisce all’ebreo ciò che la civiltà europea stessa non vuole riconoscere come realtà installata in sé: l’odio per colui che incarna la colpa; la paura della sua forma religiosa differente che crea inquietudine; la proiezione della sua capacità cosmopolita; la concezione che la legge precede i desideri individuali. E l’elenco potrebbe continuare… Ma ciò che mi sembra emergere con chiarezza è che le proiezioni sull’ebreo sono le stesse tensioni interne di una cultura e di una forma di religione che hanno attraversato continuamente la civiltà europea.

Voglio tornare a Spielrein. Una figura, tra le poche nella storia della psicoanalisi, che ha abitato, traducendole, le diverse soglie. È stata una pensatrice che ha voluto evidenziare come la difficile relazione tra Freud e Jung fosse una rappresentazione plastica di dinamiche personali strettamente intrecciate con i temi delle loro personali identità e differenze culturali. Spielrein ha richiamato di fatto con i suoi scritti e la sua azione l’assoluta necessità di non ignorare quanto il legame tra distruzione e creatività sia generativo per la comprensione delle dinamiche sociali e storiche. Spielrein è stata un ponte tra questioni di genere e di identità nella psicoanalisi. È stata una figura emblematica anche per la necessità da lei sottolineata di una maggiore inclusione del pensiero femminile nelle scienze sociali e psicologiche. Resta un interrogativo su cui tornare a riflettere: quale Ombra è stata proiettata su Sabina? Io ringrazio Meghnagi per averla dissepolta dai pregiudizi e dall’oblio della sua morte: è stata massacrata a Rostov nel 1942 insieme ad altri ebrei da un commando nazista. Ma il libro di Meghnagi ha un ulteriore pregio che è quello di restituire alla storia della psicoanalisi la sua zona d’ombra: non solo le idee, ma le appartenenze; non solo le teorie, ma i fantasmi culturali; non solo Freud e Jung, ma Spielrein come figura tragica e generativa.

 

 

Nadia Fina è preside della Scuola di specializzazione in Psicoterapia psicoanalitica della  C.O.I.R.A.G.

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