Philippe Van Parijs: un Euro-dividendo
per un’Europa più giusta e inclusiva

Filosofo ed economista, docente a Oxford e a Lovanio, dove dirige la Hoover Chair di Etica economica e sociale, Philippe Van Parijs ha costruito la sua originalissima fisionomia intellettuale studiando etica e filosofia politica, filosofia della scienza ed economia politica. Negli anni Settanta ha partecipato alla creazione del “September group”, il gruppo di ricerca a cui si deve l’affermazione del “marxismo analitico”, mentre dagli anni Ottanta si è dedicato a alla questione del reddito minimo garantito, di cui è uno dei più convinti sostenitori. Fondatore del Basic Income European Network (nel frattempo ampliato su scala mondiale), non ha mai smesso di credere che non ci sia questione economica o sociale di una qualche rilevanza che non implichi anche una riflessione specificamente etica (come scrive in Cos’è una società giusta? e in Quanta disuguaglianza possiamo accettare?). Oggi vede nell’introduzione di un Euro-dividendo uno degli strumenti necessari per dare vita a una società più giusta e scongiurare la fine del welfare state europeo. O, in altri termini, una via per avvicinarsi al regno della libertà di cui parlava Marx: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove sabato 18 ottobre ha partecipato al Salone dell’editoria sociale.

Anche a sinistra le ricette per affrontare la profonda crisi economica dell’Eurozona – alti tassi di disoccupazione e una crescente disuguaglianza – sono accomunate dall’idea che occorra puntare alla “crescita” e che la crescita (eventuale) porti automaticamente a una maggiore giustizia sociale. Lei invece sembra guardare altrove, a una maggiore e diversa redistribuzione, a politiche di sicurezza sociale transnazionali. Ci spiega meglio cosa intende?

Per ragionare sulla questione nella giusta prospettiva, proviamo a comparare la situazione attuale con i “magnifici” anni Sessanta. Una delle differenze è che oggi proporzionalmente ci sono più disoccupati e, insieme, più precari, angosciati dall’eventualità di diventare disoccupati a loro volta. Ma un’altra differenza è che oggi godiamo di una ricchezza più che doppia rispetto ad allora, e che il reddito reale è cresciuto in maniera spettacolare. Ciò in apparenza non dovrebbe farci dubitare che la soluzione fondamentale alla complicata situazione sociale ed economica dei nostri tempi sia lavoro-lavoro-lavoro mediante crescita-crescita-crescita. Ma la questione non è così semplice.

Vuole forse dire che la sinistra non dovrebbe più sostenere il keynesianismo contro le politiche di austerità?

Significa piuttosto che la sinistra dovrebbe guardare alla coerenza tra le due intuizioni di Keynes. Per evitare che le fluttuazioni economiche degenerino nelle depressioni, abbiamo bisogno di stabilizzatori economici, preferibilmente automatici, orientati alla crescita, come le nostre istituzioni del welfare state. Ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di riconoscere e affrontare un problema ancora più fondamentale. Negli stessi termini di Keynes, “la nostra scoperta dei mezzi per economizzare l’uso del lavoro” tende a “superare il ritmo con cui siamo in grado di trovare nuovi usi per il lavoro”. La soluzione strutturale di Keynes a questo problema fondamentale non è la crescita-crescita-crescita, ma la traduzione dei benefici della produttività in una riduzione del tempo di lavoro. Il compito del futuro, scriveva nel 1930, sarà di “fare in modo che il lavoro che rimane da fare sia il più ampiamente condiviso”. Oggi questo è diventato l’obiettivo più urgente. Significa che dobbiamo garantire sicurezza e inclusione senza fare affidamento sul lavoro. Per questo, abbiamo bisogno di ristrutturare in profondità il nostro welfare state, il nostro sistema educativo, il mercato del lavoro, così da distribuire meglio l’occupazione tra le persone e tra le diverse fasce di età. Ciò può essere fatto senza ostacolare l’innovazione e senza gravare l’economia con lacci non necessari. Non c’è bisogno di una riduzione della settimana lavorativa ufficiale, che venga imposta dall’alto in basso. Ciò che serve è un reddito minimo incondizionato, una componente centrale della strategia di cui parlo.

Lei suggerisce infatti di adottare un reddito minimo, una sorta di Euro-dividendo, come meccanismo stabilizzatore e come strumento per la giustizia sociale. Ci spiega di cosa si tratta, di quali sarebbero i benefici derivanti dall’introduzione di una misura simile e di come verrebbe finanziata?

Nel prossimo futuro, buona parte della redistribuzione in Europa rimarrà localizzata al livello degli Stati membri. Ma i sistemi nazionali devono essere integrati con uno schema più ampio, di portata europea. Una delle ragioni più immediate è che dobbiamo assicurare la sostenibilità dell’euro. Per questo, c’è bisogno di potenti meccanismi di stabilizzazione con cui gestire le divergenze economiche temporanee o permanenti tra gli Stati membri. Gli Stati Uniti hanno due meccanismi che operano in questo senso: un welfare state federale e le migrazioni interstatali. In Europa non possiamo contarci. Ecco perché sono ancora più necessari i trasferimenti interstatali automatici. Per un certo periodo l’Eurozona potrebbe continuare a essere fortunata come è stata nel corso del suo primo decennio di vita, ma senza l’effetto stabilizzatore offerto da un potente schema di trasferimenti sarà destinata a inciampare di crisi in crisi. Affinché sia praticabile, uno schema simile deve essere semplice nel suo finanziamento così come nella sua erogazione: propongo che un reddito minimo incondizionato, o un Euro-dividendo di 200 euro, venga corrisposto a ogni individuo che risieda nell’Unione europea e che sia finanziato da un’imposta sul valore aggiunto (Iva) europea del 19% circa. Non solo sarebbe uno strumento per aiutare l’Unione europea a garantire il futuro della moneta comune. Permetterebbe anche che l’Europa apparisse ancora a lungo come “l’Europa che si prende cura”, che protegge i suoi cittadini condividendo i benefici che rivendica di produrre.

L’introduzione di un Euro-dividendo – ha spesso sottolineato – non presuppone l’imposizione di un “mega welfare state”; inoltre, non solo non sarebbe in contraddizione con le altre misure di protezione sociale nazionali già esistenti, ma sarebbe uno strumento per preservare la diversità dei diversi sistemi di welfare. Ci spiega come?

È vero, non intendo l’Eurodividendo come un sostituto ai welfare state nazionali in Europa. Piuttosto, come un fondamento che dovrebbe aiutarli ad affrontare la duplice minaccia che subiscono a causa dell’apertura dei confini interni all’Unione europea. In primo luogo, un euro-dividendo fornisce un modesto contributo che non sollecita né è suscettibile alla competizione fiscale e sociale tra gli Stati membri. Le aziende e le famiglie ricche contribuiranno a questa porzione di tutti i trasferimenti di una certa popolazione a dispetto del posto in cui vivono nell’Unione europea, mentre i più poveri ne saranno beneficiati a dispetto del posto in cui vivono. Come risultato, verrà ridimensionata la pressione sui governi affinché riducano la portata del sistema nazionale di trasferimento: il budget nazionale avrà meno da perdere con la partenza di un contributore netto o con l’arrivo di un beneficiario netto. In secondo luogo, perfino un modesto Eurodividendo di 200 euro incrementerà significativamente il reddito medio dei paesi più poveri come la Romania e la Bulgaria, e in questo modo agirà da stabilizzatore della popolazione. Ridurrà il trasferimento massiccio nelle città in boom di quegli immigrati poveri che avrebbero preferito rimanere a vivere più vicini alle loro radici. Ciò attenuerà il sovraccarico del mercato del lavoro, del sistema scolastico ed educativo e dei servizi sociali dei centri urbani, controbilanciando le reazioni negative politiche contro un generoso welfare state nazionale.

Affinché l’Euro-dividendo sia politicamente realizzabile, lei sostiene che occorra passare dalla demoi-crazia alla demos-crazia, “passando dall’accountability verso le diverse popolazioni dell’Europa all’accountability verso il popolo d’Europa nel suo complesso”. Cosa intende? E di quali cambiamenti avremmo bisogno per favorire questo passaggio?

Credo che la praticabilità e la sostenibilità politica di un Euro-dividendo e di ogni altro schema redistributivo di livello europeo sarebbero favorite se l’Unione europea funzionasse politicamente attraverso la deliberazione in un demos condiviso piuttosto che attraverso la negoziazione in demoi separati. Ciò richiede uno spazio elettorale comune. Alcuni passi in questa direzione sono stati compiuti con il ruolo crescente che è stato giocato dalle più o meno coese federazioni di partiti politici su scala europea, compreso il tentativo riuscito di presentare l’elezione europea come una contesa tra Spitzenkandidaten alla presidenza della Commissione europea. Un passo fondamentale ulteriore sarebbe l’elezione di una parte dei deputati europei, diciamo 25, sulla base di un collegio elettorale su scala europea. Ma un demos condiviso non è soltanto una questione elettorale. Rimanda anche a uno spazio condiviso di discussione e mobilitazione.

A questo proposito, lei ha scritto che, data la diversità linguistica dell’Europa, una demos-crazia su scala europea sia destinata a rimanere un sogno irraggiungibile senza un plurilinguismo diffuso o almeno “una convergenza generalizzata verso una lingua franca”. Ciò rimanda a un quesito fondamentale, di cui si è occupato nel libro Linguistic Justice for Europe and for the World: come favorire la democratizzazione della conoscenza della lingua franca – l’inglese – senza venir meno alla necessità di proteggere la diversità delle lingue nazionali ?

L’importanza che attribuisco alla disseminazione della lingua franca non deriva da un’attrazione intellettuale verso il multilinguismo, ancora meno dalle richieste di competitività. La democratizzazione della competenza nell’inglese è essenziale per fornire alla politica e alla società civile paneuropea uno strumento di comunicazione economico ed efficiente. Nel mio libro sostengo che un processo simile, già ampiamente in atto tra le generazioni più giovani d’Europa, sia coerente con la legittima protezione territoriale delle lingue più “deboli” attraverso l’imposizione delle varie lingue nazionali come lingue dell’educazione pubblica (intesa in senso ampio) e della comunicazione pubblica all’interno di ciascun territorio nazionale.

Ritiene che la democratizzazione della lingua franca sia una condizione sufficiente per reimpostare le nostre concezioni della sfera pubblica in chiave post-westfaliana, così da archiviare l’idea che l’identità politica corrisponda ai confini nazionali?

Una lingua franca comune non è una condizione sufficiente per l’emergere di una sfera pubblica sovranazionale: anche le istituzioni politiche devono essere ripensate. Ma è una condizione necessaria. In ogni caso, il fatto che una sfera pubblica su scala europea ci sia e sia disponibile non implica che l’identificazione politica debba necessariamente avvenire soltanto a quel livello. Le identità politiche, l’impegno verso una determinata comunità politica, sono importanti in qualunque livello vengano assunte le decisioni politiche, da quello locale a quello europeo. Su ogni livello, il patriottismo è legittimo e desiderabile. Ma deve trattarsi di un patriottismo che rimanda a un’identità territoriale inclusiva, aperta verso ciascun individuo che scelga di vivere in una certa parte del pianeta, non a un’identità etnica, circoscritta alle persone che condividono i nostri stessi antenati, la nostra stessa religione o lingua madre.

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