ZATTERA SCIOLTA

Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all'Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all'Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio. Ha scritto: - La caduta del vento leggero. Autobiografia di una generazione che voleva cambiare il mondo. Ed. Guerini 2008. - La scuola è finita… forse. Per insegnanti sulle tracce di sé. Ed. Guerini 2009 - Scuola: rompere il muro fra aula e vita. Ed. Guerini 2016 Ha curato i volumi collettivi: - La cittadinanza. Idee per una buona immigrazione. Ed. Franco Angeli 2004 - Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria? Ed. Guerini 2018

TEMPO DI COVID, TEMPO DI RIFORME

TEMPO DI COVID, TEMPO DI RIFORME

In anticipo sul calendario liturgico, che chiama ogni anno al “nuovo inizio” del Natale, tocca al governo, alle forze politiche e al Paese bere un amaro calice di passione: quello degli oltre settantamila morti per Covid. Siamo il primo tra i Paesi del G20 e il terzo al mondo, dopo San Marino e il Belgio, per numero di morti, si intende in relazione percentuale alla popolazione. Nessun Paese ha da invidiare o da copiare il modello-Italia. Il Covid ha svelato agli Italiani il loro Paese così com’è: un Paese fragile. Fragili sono la sua società civile, la sua Amministrazione, le sue Istituzioni centrali e regionali, i suoi partiti, il suo governo.
Viceversa, il Covid ha rafforzato l’Unione europea, che ha preso in mano la lotta alle conseguenze socio-economiche e sanitarie del Covid. Di qui lo SURE, il RECOVERY FUND, IL MES. Di qui una pioggia di miliardi, anche a favore dell’Italia, con interessi bassi o a fondo perduto. La discussione nervosa, tutt’altro che conclusa, innescata da ultimo da Renzi, ma in corso sotterraneamente da mesi, ha appunto quale oggetto una scelta non più rinviabile: come usare quei miliardi. Dovrebbero servire come medicina contro la fragilità, ma, soprattutto, come motore per riforme radicali attese da anni in tutti i campi della vita associata e delle istituzioni. Non è forse risuonato in questi mesi alle nostre orecchie lo slogan: “nulla sarà più come prima”? Il Covid non obbliga forse ogni Paese a fare un salto quantico nell’organizzazione della produzione, del lavoro, delle relazioni sociali, dei sistemi di istruzione, dei trasporti e, prima di tutto, delle relazioni internazionali? Sì, il Covid ci costringe brutalmente ad anticipare il futuro, ad incorporarlo frettolosamente nei progetti del presente. La globalizzazione, ben lungi dal subire un rallentamento, ha ripreso a correre, proprio e perché attraversata da nuovi conflitti globali e locali. Insomma, il Covid è stato una violenta scudisciata in faccia all’Italia. Forse ha ragione Achille Occhetto, quando paragona la rottura del Covid a quella del 1989.

Eppure…
Dalla discussione politica in corso e, da ultimo, da quella sulla Legge di Bilancio emerge un altro spirito: miliardi sì – ma non il MES! – non per avviare le riforme del fisco, del catasto, della sanità, dell’istruzione, dell’amministrazione, delle istituzioni… bensì per tornare allo “status quo antea”. Perciò nessun progetto concreto di riforme, come se consistessero nel disporre di maggiore quantità di denaro. Così i “ristori” sono diventati l’unica politica visibile, dispersa in una rete di canali e rivoli di finanziamenti clientelari. La gara tra i partiti di governo e di opposizione per inserire centinaia di emendamenti nella Legge di bilancio si è svolta sul terreno privilegiato della copertura di ogni possibile corporazione. Donde i quaranta miliardi di debito cattivo. Ogni sera i TG di Rai 1, Rai 2, Rai 3 ci infliggono il patetico spettacolo dei rappresentanti dei partiti di governo e di opposizione, in rigorosa successione, come da percentuale dei voti, che, fissando impavidi la telecamera, recitano sempre la stessa antifona: “Grazie a noi sono arrivati più soldi a…”. Quasi che i soldi fossero di loro proprietà privata. Dopo un simile martellamento quotidiano, non c’è da stupirsi se oltre il 45% degli elettori sia ben deciso a disertare le urne.

Alla base di una diffusa opinione pubblica e dei partiti che democraticamente la rispecchiano sta l’idea che il Covid sia una parentesi dolorosa, chiusa la quale, si ritornerà all’antico andazzo dell’Italietta degli ultimi venticinque anni, un’Italia fatta di commercianti, baristi, camerieri, saltimbanchi, pensionati, statali… Un’Italia senza sviluppo dell’intelligenza produttiva, senza lavoro tecnico e artigianale, senza ingegneri, senza matematici, senza biologi. Un’Italia con una miriade di piccole imprese, incapaci di rete, ormai solo minuscoli anelli di una catena di valore appesa in Baviera, nel Nord Europa e ovunque nel mondo, ma non più in Italia. Un’Italia, dove lo Stato butta miliardi nell’Alitalia e nell’Ilva di Taranto. Un’Italia, dove solo la metà dei contribuenti paga le tasse. Un’Italia senza digitale. Un’Italia in inverno demografico, che sta caricando sui giovani un carico insopportabile di debito…
Nonostante le baruffe chiozzotte tra i partiti, essi hanno troppo in comune: la visione dell’Italia della protezione e della paura. Non è una competizione per lo sviluppo, ma per la protezione corporativa di interi settori di evasori fiscali e di piccoli rentiers, che gonfiano il risparmio privato, ricavando interessi sul debito pubblico. La gara non è tra chi sviluppa di più, ma tra chi “protegge” di più. Fino a quando il Paese reggerà in questa condizione, in cui la politica si accapiglia, istericamente immobile, in vista dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, mentre la società italiana si ripiega sempre più rassegnata e le sue intelligenze produttive migliori cercano fortuna fuori?

Il sovranismo, a quanto pare, conosce, in Italia due versioni: quella muscolare-autarchica alla Salvini-Meloni, che si è ridotta a masticare petardi e a rivendicare/contrattare in Parlamento “i ristori” europei per la propria constituency elettorale; quella felpata-assistenziale dei partiti al giallo-rossi al governo, per i quali l’Europa è un salvadanaio nazionale e una madre isterica: “noi non abbiamo nessuna voglia di fare riforme, ma ce le chiede l’Europa!”.
Fino a quando, dunque? Finché il Paese consumi per intero l’itinerario del suo declino, finché si divida in frammenti, ciascuno attratto da calamite diverse, finché si arrivi ad una crisi di sistema?
Se il Natale ci “obbliga” al cammino di speranza, dove appoggiamo i piedi? Sappiamo bene che esistono negli interstizi della società civile, della politica e dello Stato rivoli di resilienza al declino e di intelligenze produttive. Al momento tuttavia non si vede un estuario. Eppure, il Covid ci ha collocato brutalmente su un crinale: o cambiamo noi stessi secondo un nostro progetto o il mondo ci cambierà secondo il proprio.

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