L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Sorrisi

Papa Francesco riapre la riflessione su coppie omosessuali e altre questioni di carattere etico sulle quali pareva che la chiesa cattolica fosse rigidamente chiusa e il Manifesto di ieri colpisce ancora con uno dei suoi titoli memorabili: Bergoglio e pregiudizio.
Non saprei dire perché i giochi di parole come questo esercitino un fascino irresistibile, almeno su me, per quali ragioni profonde mi facciano sentire una specie di gioia – per così dire – intellettuale, quali siano i motivi per cui mi rendono partecipe di una sorta di identità a volte semplicemente culturale, a volte persino nazionale. Un giorno si dovrà scrivere la storia di questi anni secondo il titolista – i titolisti – che hanno reso il Manifesto un testimone del tutto particolare.
Solo partecipando della identità nazionale italiana si può comprendere il modo in cui – 4 maggio 2007 – fu riassunto il caso delle reazioni del Vaticano alle battute di un comico di nome Rivera che, durante il concerto del primo maggio, lo aveva duramente attaccatto sulla questione dei funerali religiosi vietati a Piergiorgio Welby: Il papa mazzola Rivera. Solo sapendo che Sandro Mazzola e Gianni Rivera erano due grandi protagonisti del calcio italiano degli anni Settanta, che in Nazionale la rivalità tra le due mezze ali sinistre – così si diceva allora – era tradizionale, che erano diventati simboli delle due squadre milanesi, si può gustare il gioco di parole e cogliere l’ironia con cui si indebolisce la reazione veemente – troppo – dell’Osservatore Romano.
Nato nella Repubblica partenopea di fine Settecento, passato nelle Cinque Giornate di Milano, ripreso dalle squadre fasciste e dalla Repubblica Sociale, il motto boia chi molla venne infine adottato dalla destra protagonista della rivolta di Reggio Calabria del 1970. Solo avendo consapevolezza di tutto ciò si può gustare il titolo con cui il Manifesto introduce la notizia – 13 maggio 2011 – di un ausiliare ucraino delle SS, coinvolto nello sterminio di migliaia di ebrei, rilasciato a Monaco di Baviera a causa dei suoi 91 anni: Un boia che molla.
Solo avendo la possibilità di apprezzare il modo in cui alcune metafore si collocano nella nostra tradizione culturale, si riesce a cogliere la pluralità di significati con cui vengono annunciate le elezioni di Ratzinger il 20 aprile 2005 – Il pastore tedesco – e di Barak Obama nel 2008 – L’uomo nero – .
Nel 2001, il ministro italiano degli interni tenta di sminuire la gravità dei fatti avvenuti a Genova in occasione della manifestazione contro il G8 e dunque Fini giustifica i mezzi (2 agosto), mentre nel 2004 Amato avanza una proposta sulla fecondazione assistita per evitare il rischio del referendum: Fecondo me (7 ottobre).
Ma la perfezione viene raggiunta con il titolo usato nel 1998 in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Cuba dove, davanti a Fidel Castro, il papa critica il capitalismo, proponendosi quasi come unico possibile rappresentate di una terza via che non conduca agli esiti negativi del comunismo. In quel periodo su molti muri delle autostrade italiane compariva una scritta – Dio c’è – di cui non sono mai riuscito a capire l’origine e il significato profondo e il Manifesto riassume il senso del viaggio papale con sole sei lettere in cui si condensa gran parte della storia dei decenni precedenti – Dio Che – con la trasformazione del c’è in quel Che maiuscolo, che va pronunciato nello stesso modo, ma richiama alla memoria la storia e la fine di Guevara. Straordinario.
Non saprei definire il contesto in cui questi giochi di parole si collocano se non ricorrendo alla parola cultura e sogno quanto sarebbe bello se potessimo dire non vi seppelliremo sotto le nostre risate – per usare un altro motto degli anni Settanta – ma vi metteremo in difficoltà sotto i nostri sorrisi. Auguri a tutti noi.

  1. Anche io concordo con il commento di Nucci a Rota. Soprattutto per il felice superamento in questo post odierno della granguignolesca irriverenza freak di quello precedente. Per tornare a questo, credo che qualche parte vi sia un’antologia dei titoli del manifesto. E in effetti è cultura, eccome se lo è. Ad esempio io penso che gli storici contemporaneisti – favoloso settore scientifico cui appartengono borgesianamente tutti coloro che sanno quello che è appena successo – invece di studiare quante dita sono state perse dai nostri poveri Gassman e Sordi tirando grilletti marci sul Grappa – dovrebbero dedicarsi a queste vero micro-storie dello zeitgeist d’Italia. Storie che parlano di noi, di quell’italietta che è alle volte il mondo intero e che, peraltro, hanno un percorso comune ad altre forme analoghe. Sono aforismi che hanno un cammino variegato ma unitario, che parte da Benedetti e Longanesi, prosegue con Fortebraccio (ahimé con qualche parentesi anche sul Borghese, dobbiamo ammetterlo anche se sa di revisionismo), arriva al Male e al Manifesto e Linus, continua con Botteghe Oscure e Cuore di Serra e via sino a Cirri e Ferrentino, forse (ma forse) la prima Gialappa a radiopop, di certo, tra i vignettisti, Giannelli ed Ellekappa. Non invece Staino perché c’è dentro troppa narrativa e poco aforisma e non Forattini perché volgare (a parte quella su Spadolini). Infine per me dietro alcune battute di Crozza vi è lo zampino di alcuni autori, tipo Robecchi che appartengono alla tradizione. Non sono solo titoli è vero, ma il genere è quello: ti senti felice nel sapere che tu le capisci ma non sei il solo, c’è un paese attorno che le capisce con te. Io trovo bellissima quella copertina con la madonna del parto di Piero e il titolo “Inconcepibile” in occasione della mancata approvazione della legge sulla fecondazione eterologa. E quella dell’addio a Pintor, che pare da sola un romanzo della Ginzburg (e non solo per l’evocazione del titolo). E voi, quale preferite?

  2. Ciao Massimo, riprendo un tuo aggettivo: straordinario questo tuo scritto perchè ci ritrovo tutta la feroce ironia dei tuoi 20 anni, con ovviamenta lo spessore intellettuale accumulato dai 20 in poi, che non l’ha assolutamente scalfita, bensì arricchita. Complimenti e che tu possa regalarci ancora molti scritti al fine di mettere in difficoltà sotto i nostri sorrisi.

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