L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Pasqua o futilità

E’ ovvio che, avendo dedicato gran parte della vita a studiare il pensiero medievale, ho acquistato una certa familiarità con la tradizione cristiana, che non vuole dire necessariamente religione cristiana, ma ne assume alcuni presupposti e temi fondamentali. Mi sono sempre più convinto, nel corso degli anni, che la riflessione dei pensatori cristiani possa essere letta in termini, diciamo così, laici, anche se certamente il termine è improprio. Intendo dire che molti temi discussi nel corso del cosiddetto medioevo sono in grado di coinvolgere e interessare anche noi, oggi, e anche quelli fra noi che non condividono l’adesione alla fede, intesa in senso stretto.
Talvolta sembra possibile addirittura capovolgere il modo in cui tradizionalmente viene visto dipanarsi nel corso di quel millennio il problema del rapporto tra filosofia e fede. Quando Agostino sostiene che il maestro interiore, elemento fondamentale della sua dottrina della conoscenza, va identificato con Cristo, sembra assumere un contenuto della fede per sorreggere una tesi filosofica e per proporre una soluzione a un problema di grande difficoltà (filosofica). In altre parole, sembra decisamente subordinare la fede alla filosofia. Per non parlare del ruolo centrale che il tema della trinità divina assume nella sua riflessione filosofica o del posto che taluni contenuti della fede, e la Scrittura stessa, hanno nella riflessione specificamente metafisica di Tommaso d’Aquino.
Questo solo per dire che non assumerei mai l’atteggiamento di chi considera la religione cristiana una serie di favole raccontate a causa dell’ignoranza o della volontà politica di produrre oppio per i popoli. Tuttavia c’è qualcosa nella Pasqua che mi disturba, un po’ mi irrita e mi allontana dalla sensibilità religiosa. Forse perché una nascita misteriosa, di un Dio che ama gli uomini – il Natale – è più facile da tradurre in un discorso umano di ricerca del senso dell’esistenza, del mondo, della storia, più facile da vivere come proiezione di un sentimento umano di amore, di maternità e paternità, persino banalmente di famiglia.
Per un bimbo che nasce, investito di tutto il significato di cui il cristianesimo lo ha investito, riesco a commuovermi, ma non ci riesco invece per un giovane uomo che si proclama figlio di Dio, muore sulla croce e dopo tre giorni risorge. Mi pare troppo. So benissimo che il primo avvenimento, senza il secondo, perderebbe il suo preciso senso religioso, ma appunto di questo vorrei cercare di fare a meno, e allora il secondo – la Pasqua – non riesco a tradurlo in una diversa percezione.
Ci si deve misurare con un fatto terribile – un sacrificio umano – e con uno – la resurrezione – ben più difficile da accettare rispetto alla nascita di un bambino in una stalla. Temo che qui la fede sia assolutamente discriminante: o si accetta il mistero o non si riesce a capire. Soprattutto perché la drammatizzazione di una morte in croce non può essere semplicemente tradotta nella ricerca del senso. Sembra evidente che in questo caso si abbia a che fare con un senso della colpa e del peccato che difficilmente sono argomentabili in termini ragionevoli. Anselmo d’Aosta si chiede perché Dio abbia dovuto farsi carico, con la sua morte, della riparazione della disubbidienza umana rappresentata dal peccato; e risponde che solo Dio stesso poteva essere una vittima all’altezza della colpa commessa, appunto nei confronti di Dio (Cur Deus homo).
Qui forse sta il tema profondo e decisivo della redenzione, e quindi qui potrebbe stare anche il punto decisivo di frattura tra una sensibilità religiosa e una laica. Malgrado il senso di imperfezione, di finitezza, di incapacità di capire troppe cose, anche di incertezza morale, si può non sentire la necessità della redenzione, anzi si può sentire un certo senso di irritazione nei confronti di chi vuole redimerci. Abbiamo conosciuto partiti politici che volevano redimerci, intellettuali, religioni, maestri, predicatori, ma in tutta onestà – spero non sia superbia – non mi pare di avere fatto nulla che richieda una redenzione. Si cerca di capire e si capisce poco, si cerca di amare e probabilmente spesso si ama male, si cerca di vivere e non sempre ci si riesce in modo soddisfacente, ma perché dovrebbe essere colpa nostra? Perché dovrebbero essere richiesti sacrifici umani per essere perdonati di imperfezioni che non abbiamo affatto scelto consapevolmente. Sono affezionato ai miei limiti, ai miei difetti, alle mie incapacità perché fanno parte di me e non voglio essere redento.
Se proprio vogliamo affrontare la questione ponendoci nei cieli dell’astrazione, allora ricorderei quanto dice Jorge Luis Borges, parlando dell’eresia gnostica:

La vertiginosa torre di cieli dell’eresia basilidiana, la proliferazione dei suoi angeli, l’ombra planetaria dei demiurghi che sconvolgono la terra, la macchinazione dei circoli inferiori contro il pleroma, la densa popolazione, anche se inconcepibile o nominale, di quella vasta mitologia, mirano anche alla svalutazione di questo mondo. Esse predicano, non il nostro male, ma la nostra centrale futilità.

Riflettendo su quei racconti, si scopre, secondo il poeta argentino, che non si tratta di ingenue aspettative di senso, ma anzi, piuttosto, di consapevolezza di un clamoroso fallimento in quella ricerca di senso:

ammirevole idea: il mondo immaginato come un processo essenzialmente futile, come un riflesso laterale e sperduto di vecchi episodi celesti. La creazione come fatto casuale,

E allora il problema – si potrebbe dire – della redenzione si capovolge completamente:

quale miglior dono possiamo sperare che l’essere insignificante, quale maggior gloria per un Dio che quella di essere prosciolto dal mondo (Una rivendicazione del falso Basilide in Discussione)

  1. Continuo a essere convinto che Massimo ci parli per enigmi. Quando scrive di biglie, profonda è la sua sapienza misterica; quando dice futilità, come in questo post sulla Pasqua, passa da Anselmo a Borges – toccando gli gnostici per non farci sentire ignoranti – per chiarire la redenzione. L’integumentum di Massimo è un metodo molto in uso oggi e davvero è rivoluzionario. Purtroppo vi è chi l’ha scoperto. Grande sapere dei Comunicatori; per fortuna, però, lo spiega anche a noi che viviamo nella caligine. Segno (segno!) della rivoluzione di Papa Francesco è infatti proprio il Linguaggio. Sembra che dica cose banali, al limite del futile, e invece… sta compiendo la svolta della, e nella, e per la Cristianità (isole comprese). Ogni volta che apre bocca, dice cose sconvolgenti. Quella sulle pecore mi è un po’ ostica, per cui aspetto di leggere l’esegesi sui giornali. Più accessibile è invece il fatto che, presentandosi, auguri “Buonasera a tutti” (come la Orsomando). Pare poi che tenda la mano e, come facevano i Galli di un piccolo villaggio bretone, la “scuota” vigorosamente con quella dei suoi interlocutori. Eccolo che, incontrando gente che va al lavoro dice loro: “Buon lavoro” – incredibile: cosa avrà voluto dire? Chi sarà il suo ufficio comunicazione? Avrà uno spin doctor? O è direttamente lo Spirito Santo? Magari ha avuto una mamma che da piccolo gli ha detto: “Saluta quando incontri qualcuno”. Pazzesco. Non vedo l’ora di leggere la spiegazione di questi atti linguistici sui giornali. Intanto anche io mi attrezzo, e l’altro giorno sul metro, vedendo di fronte a me una signora anziana, le ho detto: “vuole sedersi signora”? Performativamente, ora lo so, l’enunciato mi ha fatto alzare. E sapete lei cosa mi ha risposto? Be’, non ci crederete: “grazie, ben gentile, ma scendo alla prossima”. Mi sono sentito meglio e sono tornato a sedermi. In odor di santità.

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