ZATTERA SCIOLTA

Giovanni Cominelli

Laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all'Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino, all'Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990. Scrive di politiche dell’istruzione sulla Rivista “Nuova secondaria” e www.santalessandro.org, su Libertà eguale, su Mondoperaio. Ha scritto: - La caduta del vento leggero. Autobiografia di una generazione che voleva cambiare il mondo. Ed. Guerini 2008. - La scuola è finita… forse. Per insegnanti sulle tracce di sé. Ed. Guerini 2009 - Scuola: rompere il muro fra aula e vita. Ed. Guerini 2016 Ha curato i volumi collettivi: - La cittadinanza. Idee per una buona immigrazione. Ed. Franco Angeli 2004 - Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria? Ed. Guerini 2018

L’ora della guerra, l’ora dell’Europa

Dunque, la guerra torna in Europa. Mancava dall’8 maggio 1945. Non che da allora non sia stato versato sangue, ma sempre in modica quantità, per così dire, e senza alterare i confini usciti dalla Seconda guerra mondiale. Semmai, come nelle guerre civili jugoslave degli anni ‘90, si trattava di ritagliarne di minori tra le etnie, dentro quelli storici. L’atto di guerra barbarico – così definito opportunamente da Ursula von der Leyen – deciso da Putin alle prime ore del 24 febbraio, spezza brutalmente la pace europea. È solo il primo anello di una sequenza cause-effetti folle e incontrollabile?

L’illusione di Putin – e forse la speranza inconfessata di molti troppo tranquilli europei – è quella di circoscrivere la faccenda: creare un governo filo-russo a Kiev, magari impiccare il Presidente ucraino – i sovietici lo fecero tranquillamente già con l’ungherese Nagy – e chiuderla lì. Purtroppo le due guerre mondiali precedenti raccontano un’altra storia. Nel 1914 l’Austria pensò di sbrigarsela in un paio di settimane con la Serbia. A Hitler furono concessi, nell’ordine, l’Anschluss dell’Austria nel marzo del ’38, quello dei Sudeti nell’ottobre dello stesso anno… Stupisce l’assonanza delle motivazioni di Putin con quelle hitleriane: per proteggere la popolazione locale, oggi “russa” in Ukraina, ieri tedesca in Cecoslosvacchia. Calcoli sbagliati e passi da sonnambuli hanno provocato decine di milioni di morti, disastri immani… A Teheran nel novembre del 1943 Churchill si augurava di aver messo in piedi almeno cinquant’anni di pace. La storia ce ne ha generosamente dispensato una trentina in più. Da oggi, tuttavia, la Belle époque europea è finita. Di qui in avanti i singoli cittadini e i loro piccoli governi si chiedono se sia possibile fermare eventi più grandi di loro, che minacciano di travolgerli fatalmente.

Sulle cause che hanno spinto Vladimir Putin da una prima domanda, agli inizi della sua carriera politica come Capo di governo, di entrare a far parte della Nato, nel quadro di una sicurezza globale, all’attuale scatenamento di una guerra di occupazione di uno Stato sovrano, per garantirsi che non entri nella Nato, si elaborano in queste ore molte supposizioni e teorie.

Robert Kaplan, il politologo americano, aveva già scritto nel 1997 che era un errore spingere la Nato fino ai confini della vecchia URSS, perché avrebbe eccitato correnti nazionaliste e imperialiste, presenti in profondità nel suolo politico-culturale russo.
Vittorio Strada aveva già indicato alla nostra attenzione – nel suo libro “Impero e rivoluzione” – le teorie che il filosofo e politologo Alexander Dugin, già fondatore del Partito nazionale bolscevico con lo scrittore Limonov e oggi consigliere politico-ideologico di Putin, ha sviluppato da ultimo nel suo libro “La Quarta teoria politica” del 2009. Le tre teorie politiche precedenti – il fascismo, il comunismo, il liberalismo – devono essere superate, secondo Dugin, dal “Nazionalbolscevismo”, cioè da “un socialismo senza materialismo, ateismo, modernismo e progressivismo”. “Quarta”, anche perché “il numero 4 è il segno di Giove, il pianeta dell’ordine e della monarchia. È un simbolo indo-europeo patriarcale del Dio del Cielo – Dyaus, Zeus, Deus”. Secondo questa filosofia, l’Occidente liberal-democratico è marcio e avviato alla decadenza. Il populismo, il nazionalismo e il sovranismo, che hanno affascinato anche Di Maio, prima versione, Salvini e Giorgia Meloni, e che ispirano tutte le destre estreme europee e le sinistre rosso-brune alla Diego Fusaro, hanno trovato qui una fonte inesauribile. E, forse, in questa azione estrema di Putin, il loro declino, almeno presso gli Europei.

Queste teorie camminano in Russia su delle gambe: quelle del complesso politico-militare russo, passato indenne come la salamandra attraverso il crollo del comunismo e le convulsioni post-Eltsin, dalle quali è venuto lo stesso Putin. Da questo punto di vista, il discorso di Putin alla nazione è chiarificatore: sotto la patina del comunismo sta il nocciolo duro del nazionalismo/imperialismo russo. I bolscevichi avrebbero commesso l’ingenuità di rinunciarvi. Ma già Stalin aveva rimediato all’errore; si tratta ora di ripristinare la missione nel mondo della Sacra Madre Russia: un sole con i suoi pianeti e satelliti. La Chiesa ortodossa appare perfettamente allineata. Di qui, detto tra parentesi, la difficile posizione ecumenica di papa Francesco. Il complesso politico-militare – dalla Russia, a Cuba, alla Birmania, all’Egitto, all’Irak di Saddam Hussein, dovunque abbia prevalso il modello di socialismo sovietico, dispone di propri ospedali, scuole, università, privilegi e finanziamenti. Trotsky aveva previsto la formazione di una classe politico-burocratica fuori controllo democratico.

E qui siamo al punto. Per quanto errori strategici possano avere compiuto la Nato, gli Usa, la Germania merkeliano-commerciante, la Francia nazionalista, l’Italia dipendente dal gas russo e dagli scambi commerciali, ciò che, in fine, ha reso possibile l’avventura militare di Putin è quel complesso dittatoriale, che non risponde al popolo russo e che ha lasciato, per quanto se ne sa, stupiti e sorpresi gli stessi cittadini russi. Dobbiamo a Navalny, l’oppositore liberale messo in carcere da Putin, una prima tempestiva condanna dell’azione militare russa. Manifestazioni contro la scelta di Putin sono in corso a San Pietroburgo…

Semmai fosse mancata una conferma, è ancora la vecchia (?) democrazia liberale, in cui il governo risponde ad un parlamento, eletto dai cittadini in piena libertà, la maggior garanzia che la guerra non sia usata per risolvere le controversie e i conflitti di interesse internazionali. La democrazia e la pace sono due facce della stessa medaglia. Questa medaglia è l’Europa. Sì, se una causa storica ha spianato la strada dell’aggressione di Putin, è stata l’assenza colpevole del soggetto-Europa. Di un soggetto sovranazionale politico e militare, in grado di costruire un quadro di sicurezza dall’Atlantico a Vladivostok, dentro la Nato, cioé un’alleanza più grande delle potenze democratico-liberali del mondo. La storia europea di questi decenni non ha camminato all’altezza dei cambiamenti geopolitici.

La Francia si oppose alla Comunità europea di difesa il 30 agosto 1954. Il 14 gennaio del 1963 De Gaulle pose il veto all’ingresso della Gran Bretagna nella CEE. La Germania divisa si dedicò ai commerci, senza fare politica estera. Incominciò a farla con la riunificazione tedesca il 3 ottobre 1990. La fece malissimo in Jugoslavia, favorendone la disgregazione per ragioni commerciali. I passaggi europei successivi, da Maastricht in avanti, hanno seguito la strada dell’unificazione monetaria, nell’illusione che l’economia avrebbe portato naturalmente all’unità politica. La crisi finanziaria ed economica del 2007-08 ha segnato la fine di questa illusione. La Gran Bretagna se n’è andata il 31 gennaio del 2020. In tutta Europa, ma particolarmente in Italia, si sono sviluppati movimenti antieuropeisti, anti-Euro e anti-Ue. Così l’Europa si trova oggi un pulviscolo di Stati, egoisticamente chiusi nel proprio particolare, mentre la scena della storia è occupata da tre grandi potenze impegnate in conflitto pericoloso, che possono trasformare l’’Europa in un campo sanguinoso di battaglia. Da ciò che abbiamo oggi – un Parlamento europeo, una Commissione europea, un’Unione europea – occorre muovere rapidamente verso una Federazione europea, con una politica estera, una politica militare, una politica fiscale uniche. Non c’è più molto tempo.

 

Quest’articolo è stato pubblicato originariamente sulla rivista Sant’Alessandro.

Foto: Una manifestazione di solidarietà al popolo ucraino a Tampere, Finlandia – 24 febbraio 2022 (Tiago Mazza Chiaravalloti /  NurPhoto via AFP).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *