L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Nusquam ire

Mi affascinano le storie delle parole e delle frasi. Mi commuove il destino del latino digitus, che diventa l’inglese digit (cifra), torna nei paesi latini come digitale (numerico da digit) e viene frainteso nel neologismo digitare (usare le dita), tornando così al significato di partenza. Mi interrogo da anni sul motivo per cui una intera stagione della nostra storia politica sia stata segnata dall’espressione nella misura in cui, che oggi è invece quasi scomparsa. Mi incuriosisce il fatto che oggi, quando si sente parlare della necessità di uno schieramento politico che sia omogeneo nei suoi programmi, pare inevitabile ricorrere al forbito aggettivo coeso.
Ma la vera angoscia mi viene dalla diffusione della frase non andiamo da nessuna parte. Lo dichiarano nelle interviste allenatori di calcio alle prese con difficoltà nello schierare la formazione migliore; lo ribadiscono esponenti politici di tutti i partiti per indicare la necessità di alcune cose senza le quali appunto non andiamo da nessuna parte.
Magari si tratta solo di un caso, ma viene da pensare che anche il caso, in queste vicende, debba nutrirsi di altro, di una sintonia con situazioni reali o teoriche. Abbiamo forse l’impressione che il problema di oggi sia proprio quello della perdita del senso (direzione) e che non si riesca a capire verso dove si sta procedendo? Il tramonto dell’epoca delle grandi narrazioni ci ha probabilmente lasciato senza alcuna ipotesi su che cosa ci riservi la pagina successiva, se sia possibile che, almeno in parte, si riesca a vivere felici e contenti. E’ per questo motivo che il non andiamo da nessuna parte è diventato un tormentone lessicale? Mah!?
Ho cercato precursori di una qualche nobiltà.
Il gruppo rock inglese degli Oasis ha inciso una canzone dal titolo Going nowhere, in cui lei si lamenta degli uomini della sua vita, anche di quelli Come before you came, del fatto che le domande e i desideri siano sempre gli stessi: un’automobile, magari un aereo, un giorno di gloria, la possibilità di essere un po’ selvaggio, perché my life’s so tame. E per descrivere questa vita scialba, cantano

Here am I, going nowhere on a train / Here am I, growing older in the rain / Here am I, going nowhere on a train / Here am I, getting lost and lonely / Sad and only, why sometimes does my life feel so tame?

Ho trovato però anche un’altra citazione possibile, più raffinata, più intellettuale, più snob.
Ammiano Marcellino – in Storie, XXXI, 12-13 – sta descrivendo la disfatta dell’imperatore Valente ad Adrianopoli, nel 378, contro i Goti:

Hocque impedimento conatus intempestivi et Richomeris alacritas fracta est, nusquam ire permissi, et equitatus Gothorum cum Alatheo reversus et Saphrace, Halanorum manu permixta, ut fulmen prope montes celsos excussus, quoscumque accursu veloci invenire comminus potuit, incitata caede turbavit.

L’impegno di Ricimero è reso vano perché non può andare da nessuna parte (nusquam ire), e proprio allora la cavalleria dei Goti scende dalla sommità dei monti travolgendo tutto quello che incontra. Forse è questo il nostro timore: in fondo non andare da nessuna parte potrebbe anche essere un modo di riposarsi, ma abbiamo l’impressione che, da un momento all’altro, scenda dalla sommità dei monti una cavalleria nemica e ci travolga.
Ma nessuno spiega di quale cavalleria si tratti.

  1. “… noi vogliamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare! Sa, è una semplice informazione …”
    Totò, Peppino e la malafemmina 🙂

  2. E se invece avessimo una fantastica occasione per capire che da qualche parte si va sempre e comunque, che attribuire un senso a quella direzione dipende solo da noi e che – diciamolo una buona volta – non abbiamo alcun bisogno di essere salvati?

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