L'ASINO DI BURIDANO

Massimo Parodi

Professore di Storia della filosofia medievale all'Università Statale di Milano.

Dimentico tutto

Tutto è silenzio, tutto è assonnato, tutto è chiuso per ferie. Per strada si sente solo l’isolato e – temo – triste motociclista che si diverte di tanto in tanto ad allietare il quartiere con le sue accelerate rumorose e infinite. Il frastuono si perde lontano e torna il silenzio che consente di ascoltare, da un auto parcheggiata qui vicino o da una radio di qualche vicino, un motivo che appartiene a quel gruppo di canzoni che popolano l’agosto italiano di quest’anno.

E intanto dimentico tutto / dimentico tutti / i luoghi che ho visto, le cose che ho detto / i sogni distrutti

Mi piacciono le canzoni di Emma e questo ritornello mi pare particolarmente adatto al clima agostano, meteorologico e spirituale, alla possibilità – almeno per qualche settimana – di dimenticare tutti i rapporti che nel resto dell’anno fanno di noi quello che siamo.
Le strofe non mi sono del tutto chiare ma credo intendano alludere alla importanza di dimenticarsi delusioni e fallimenti per poter andare avanti, lasciando perdere il passato. Il passaggio che tuttavia mi tormenta è il verso successivo a quelli citati: la storia non è la memoria, ma la parola. Che cosa intende dire? Di quale storia si parla? In che senso la parola può essere separata dalla memoria?
Forse è vero che del passato – sia individuale sia collettivo – conserviamo parole, magari anche le parole usate per descrivere fatti che come tali non abbiamo avuto modo di vivere o che comunque hanno perso la loro specificità di fatto. E allora solo parole. Questo vale persino per il lavoro dello storico e più in generale per tutto ciò che ci lega a un tempo a proposito del quale possiamo fidarci solo di testimonianze altrui. Un po’ come dire che, se lo avessimo nella memoria, potremmo comprenderlo, ma, dal momento che ci restano solo le parole, occorre accontentarsi di crederci.
Tanto per non smentirmi, posso anche ricordare Agostino che, tra i generi delle cose credibili, ricorda che

Alcune si credono sempre senza comprenderle mai: tale è la storia intera che passa in rassegna gli avvenimenti temporali e umani. (De diversis quaestionibus octoginta tribus, 48)

O forse è il caldo che dà alla testa. Forse, come diceva un altro saggio, sono solo canzonette (E. Bennato).

  1. Sì è vero, è un pezzo molto bello. E il più bello è che io, non arrivando all’inciso, ho interpretato l’inizio come si sente l’isolato (a proposito di parole), nel senso che davvero in questa estate milanese capita di sentire l’isolato, un po’ come certe volte che abbaia la campagna: qualche voce in fondo alla via deserta, piatti sparecchiati che rimbombano nel più assoluto (o assolato?) silenzio, un telecomando che cambia di continuo. Poi ti affacci al poggiolo e non c’è nessuno, e non sai se è un’allucinazione: solo silenzio, parole che riecheggiano rimbalzate chissà da dove per le stanze vuote del quartiere: un po’ come la storia. Intanto, mentre noi ascoltiamo il cuore della città, il nostro rombante sarà su qualche passo alpino, o tra i tornanti del lago, cantando felice per lo scampolo di ferie: motocicletta dieci acca-pi tutta cromata e’ tua se dici si

  2. Sublime, Emma e Agostino, memoria e parole. Insomma c’é quasi tutto quello che ci vuole in un agosto in città. Ma il frastuono della motocicletta non è triste, é arrogante e allegro come chi non ricorda. Dai, vieni via.

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