La fine dell’equivoco Hezbollah? Il Libano alla prova dei negoziati

Piccolo, impoverito da anni di una crisi economica devastante e distrutto da una guerra che sta cancellando il suo fianco sud, il Libano è diventato importante come non è mai stato per il mondo in queste ore. Con poche settimane a disposizione per regolare i loro conti, americani e iraniani hanno cominciato il loro negoziato in Svizzera litigando di brutto sul Libano, per ore. Solo quando l’Iran è riuscito a ottenere qualcosa sul Libano, legittimando l’idea di esserne il tutore, le parti hanno trovato il modo di parlarsi dei fatti propriamente loro. Evidentemente Teheran considera il Libano parte di sé, la sua dimostrazione di avere influenza regionale, che vuole che sia riconosciuta, e un po’ ci è riuscito.

Sono passate poche ore e ora è in corso a Washington, sotto gli auspici del governo Trump, il negoziato tra il governo israeliano, che al tavolo svizzero non c’è, e il governo libanese, anch’esso assente a quel tavolo. La questione può sembrare strana, ma non lo è, perché all’atto pratico un Libano solo non c’è.

In Svizzera si parla con il patrono di Hezbollah, cioè l’Iran, che guida operativamente questa milizia khomeinista basata a Beirut. Da quando Trump ha sorprendentemente detto di aver avuto delle buone conversazioni con la leadership di Hezbollah (classificata da Washington come organizzazione terrorista e da distruggere), sembra che dei canali di comunicazione diretta con gli Stati Uniti siano stati stabiliti. Di certo li ha l’Iran, che tratta la sua pace e vuole che sia chiaro che il parzialissimo cessate il fuoco in Libano è un prodotto suo, come recepito nel Memorandum d’intesa siglato.

Ma sin qui Israele, di fatto contrario al processo negoziale, non ci sta, sebbene ora sembra che accetti di ridurre il fuoco ma non di ritirarsi dai territori libanesi. A questo cessate il fuoco, visto che è promosso dall’Iran, Hezbollah dà il suo sì, pur con l’irrinunciabile richiesta di ritiro totale israeliano. Così il braccio di ferro svizzero ha un senso: l’Iran intreccia il negoziato bilaterale con gli Stati Uniti con quello sul Libano per ottenere, intrecciando le due partite, un riconoscimento di influenza regionale.

Sull’altro tavolo negoziale, quello che a Washington, Israele tratta con il governo libanese, che da tanti anni è stato nei fatti esautorato da Hezbollah (grazie a tante convergenze libanesi). Restando la sola milizia in armi dopo la fine della guerra civile libanese, Hezbollah ha assunto il controllo della politica nazionale di difesa. Essendo molto più forte dell’esercito libanese, questo controllo non può essere conteso.

In prospettiva, cosa potrebbe emergere dal tavolo svizzero per il governo libanese? Un accordo tra Stati Uniti e Iran sul disarmo di Hezbollah. Disarmo pensabile in tempi lunghi, con un negoziato nazionale. Un discorso che richiederebbe un Libano diverso, con più peso per la componente sciita, un esito che a certe condizioni potrebbe far dire all’Iran di aver ottenuto l’agognato riconoscimento del suo ruolo regionale. Discorso a dir poco complicato e soprattutto non breve, legato a molto altro. E qui entra in scena l’altro tavolo, quello tra Israele e Libano, che in Svizzera non ci sono.

I diplomatici libanesi hanno prodotto un’idea poco apprezzata dalla stampa internazionale ma di indiscutibile rilievo: “le zone pilota”. Se Israele dice di non voler annettere il Libano del sud ma di non potersi ritirare per motivi di sicurezza, per Beirut allora deve cominciare a farlo da qualche zona delimitata, circoscritta, ottenendo in cambio che quelle zone siano in mano all’esercito libanese, senza i miliziani di Hezbollah. Queste zone pilota sono al cuore del negoziato tra i governi israeliano e libanese, che chiederà di cominciare da una zona che una volta in mano al governo libanese arresterebbe la temuta espansione israeliana in Libano. Se spinto dagli americani ai contemporanei negoziati svizzeri con gli iraniani, potrebbe anche arrivare un sì alle condizioni dette? Chissà.

Ma giunti a questo punto occorre spiegare perché esistano questi due blocchi ormai inconciliabili da anni. Se Hezbollah crede nella lotta senza quartiere contro Israele, sia quando si è sotto occupazione che quando non lo si è, in cosa crede l’altro Libano? È troppo facile dire che crede nella pace. Non credo che esista per tutti la stessa risposta se non su un punto: rifiutano di sottostare all’egemonia miliziana di Hezbollah, egemonia iraniana. Meno nota di quanto dovrebbe essere, nella storia di Hezbollah c’è stata anche una storia di uso delle sue armi contro gli altri libanesi, con l’eliminazione fisica dei suoi principali avversari politici, di grandi intellettuali di quel mondo come dei pochi sciiti che hanno saputo esprimere dissenso aperto al khomeinismo, come Lokman Slim, fino all’esplosione del porto di Beirut, un porto commerciale riempito di nitrato d’ammonio da Hezbollah. Questa storia è passata attraverso tante altre pagine, come l’occupazione della Beirut sunnita, e nel tempo ha consolidato una contrarietà soprattutto popolare, dalle diverse visioni politiche.

Il potere “anticostituzionale” di Hezbollah è stato il prodotto della tutela della Siria degli Assad sul Libano, ma si presenta come tutore della patria a ogni occupazione israeliana. Ma c’è stata anche l’altra occupazione, quella siriana, alleata dell’Iran e garantita da Hezbollah. Molti esponenti della “cupola politica libanese” hanno eseguito gli ordini di Damasco. Questo è stato vero in molti casi per politici cristiani, sempre alla ricerca di un protettore, un lascito culturale ottomano, quando il sultano proteggeva le minoranze, divenuto sistema politico con il colonialismo francese, maestro nel creare urti tra comunità religiose per comandare indisturbato.

Con la fine degli Assad è finito il protettorato siriano, e il nuovo governo e il nuovo presidente per tornare a essere davvero tali ritengono che sia giunto il momento di chiarire l’equivoco Hezbollah.

Se questa operazione riuscisse, bisognerebbe metter mano all’altra impresa, non da meno, creare uno Stato. Basti porsi una domanda: come mai in Libano l’ultimo censimento risale al 1932? Perché quel censimento fissa i paletti del sistema politico-confessionale. Nel confessionalismo attuale c’è un tratto nobile: fissare, come accade dalla fine della guerra civile, che il Parlamento sia costituito al 50 per cento da cristiani e al 50 per cento da musulmani; vuol dire sancire che il Paese riconosce all’altro pari dignità, che nessuno punterà a fare l’asso pigliatutto. Ma tutto il resto, e non è certo poco, non risponde a questa logica. Basti pensare a cosa controllano “nella costituzione materiale” i maroniti: oltre alla presidenza della Repubblica, la presidenza della Banca del Libano, la guida dell’esercito.

Se il Libano potesse imboccare la strada che porterà al termine di un percorso politico a superare con una difficilissima concordia nazionale l’intoppo di una milizia “privata” più forte dell’esercito, allora si potrebbe imboccare questa successiva ma altrettanto importante strada. Si dovrebbe però tenere conto che, ove mai ciò fosse possibile, passerebbe certamente da una richiesta iraniana, un maggior peso per gli sciiti e segnatamente per Hezbollah, rifatta in questo ipotetico scenario in partito solo politico, ma capace di garantire gli interessi di Teheran. Ecco che il sistema dovrebbe conservare un’impronta confessionale.

Ora però si tratta di preservare l’integrità territoriale del Paese, poi potrebbe cominciare il percorso per creare uno Stato che sarebbe un cambiamento indigesto a tanti, perché è difficile pensarlo senza la costituzione di partiti politici, non di famiglia o di clan, ai quali possano aderire persone di ogni confessione. Se si guarda lo scenario libanese si vede che i suoi protagonisti politici sono in gran parte i protagonisti della guerra civile libanese. Sarebbe ora di andare avanti.

La speranza del governo libanese non può che riposare nell’auspicio di una benevolenza americana, i soli seduti ad entrambi i tavoli dove si discute del Libano. Poi per creare un sistema compatibile con le nuove necessità, cioè garantire il ruolo dell’Iran, ci sarebbero tante strade. Per esempio: la ripartizione dei seggi tra cristiani e musulmani potrebbe essere compatibile con un sistema non feudale. Guardando all’attuale Costituzione si potrebbe pensare al bicameralismo, con una Camera dei partiti politici e un Senato delle Comunità, eletti con sistemi elettorali diversi. Il problema sarebbe superare il no “della cupola” che si autolegittima con l’attuale sistema clanico. Ma l’importante sarebbe cominciare, dopo essere riusciti nello sforzo di preservare l’unità territoriale del Paese.

Chi ha cominciato male è stato il vicepresidente USA, JD Vance. Fautore dell’accordo con l’Iran, pressato dai libanesi americani (cristiani) in larghissima parte contrari all’accordo con Teheran, arrivando in Svizzera ha rilasciato un’intervista diretta ai cristiani libanesi in cui ha fermamente criticato Hezbollah ed elogiato i cristiani. Proprio in quelle ore però la Casa Bianca, di cui sarebbe il numero due, metteva sotto sanzioni il capo di un partito cristiano, Suleiman Frangieh, per sostegno e coperture bancarie fornite a Hezbollah. Certo non è il primo caso, è già toccato a nomi politicamente più importanti del suo. Il discorso di marca confessionale di Vance non aiuta, perché dà l’impressione di restare nel solco del confessionalismo.

Certo, il Libano ha voltato le spalle al colonialismo francese, un secolo fa, con un patto confessionale. Andava bene allora, non oggi. E poi, a quel tempo, i partiti interconfessionali esistevano, oggi no. Amin Maalouf, il grande scrittore libanese, oggi segretario perpetuo dell’Accademia di Francia, ha scritto che nelle sedi del Partito Comunista c’erano tutti, cristiani, sunniti, sciiti; è stato quello il solo posto dove ha visto i libanesi unirsi al di là del muro comunitario. Questo nel discorso di Vance non si è visto. Ma siccome oggi il punto è creare le condizioni per salvare l’integrità territoriale, nessuno glielo farà notare. Eppure, per strano che possa sembrare, il governo attuale, quello che confida negli americani, è nato proprio con questa idea, tanto cara all’attuale premier libanese, il giurista formatosi in Europa, sui codici europei, Nawaf Salam. Ma tra i pochi nomi di politici libanesi citati dalla grande stampa mondiale il suo quasi non si trova.

 

 

Immagine di copertina: la bandiera di Hezbollah sventola sopra alle macerie di un edificio della città di Tiro, nel sud del Libano il 23 giugno 2026.  (Foto di Joseph Eid / AFP) /

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