Il governo spagnolo ha assunto un’iniziativa che suona assai distante dalla linea oggi prevalente in Italia e nell’Unione Europea, per non parlare degli Stati Uniti a guida Trump. Mentre il nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno di quest’anno, concentra l’attenzione sulla limitazione del diritto d’asilo e sulle espulsioni dei migranti privi del permesso di soggiorno, il governo Sanchez sta varando una sanatoria che dovrebbe riguardare 500mila persone. Il Paese, tra l’altro, ha già oggi un’immigrazione di 6,6 milioni di residenti regolari, contro i 5,4 milioni dell’Italia, su una popolazione complessiva di 48,6 milioni di abitanti, inferiore di 10 milioni circa alla popolazione italiana. Se fosse vero che l’accettazione dell’immigrazione è soggetta a parametri quantitativi (la cosiddetta “soglia di tolleranza”), in Spagna dovrebbe esserci meno spazio per nuovi ingressi e regolarizzazioni rispetto all’Italia e ad altri Paesi.
In Spagna, inoltre, già vigeva un’impostazione piuttosto liberale. Abbandonate le grandi sanatorie che, come in Italia, fino alla prima decade di questo secolo avevano consentito l’emersione di milioni di residenti in condizioni irregolari, Madrid aveva adottato una versione morbida della strada centro- e nord-europea delle regolarizzazioni silenziose, caso per caso, poco visibili e quindi abbastanza al riparo dalle polemiche politiche. Le persone immigrate, dopo un paio d’anni di soggiorno, con la fedina penale pulita e possibilmente un’occupazione, o legami affettivi e familiari sufficientemente stabili, potevano ottenere uno status legale regolare. Ora il governo Sanchez, su sollecitazione di Podemos, ha impresso un’accelerazione alla politica dell’emersione, tornando alle sanatorie per grandi numeri già intraprese in passato.
Rispondendo a Elon Musk che lo aveva attaccato sul tema, il leader spagnolo ha abbracciato una postura solidarista, twittando: “Marte può aspettare, l’umanità no”. La scelta di apertura risponde però anche a robuste ragioni pragmatiche, ossia agli interessi dell’economia nazionale: secondo molti osservatori, l’apporto dei lavoratori immigrati è una delle ragioni che spiegano l’eccellente andamento economico della Spagna nell’attuale congiuntura: +2,9% del PIL nel 2025, più del doppio della media UE. Inoltre, il passaggio dal lavoro nero a una posizione che consente l’impiego legale e contrattualizzato comporta un aumento del gettito fiscale e contributivo, comprime l’area dell’economia sommersa, riduce le dimensioni della popolazione straniera costretta a vivere di espedienti o dipendente da varie forme di precaria assistenza, inclusa la mendicità. Soprattutto, offre un’alternativa alla caduta nei circuiti delle attività illegali. La promozione del soggiorno regolare può essere quindi vista anche come una politica di rafforzamento della sicurezza e del cosiddetto decoro urbano.
L’approccio spagnolo alle questioni migratorie tuttavia non è privo di contraddizioni. Basti pensare ai metodi anche violenti utilizzati per respingere gli ingressi indesiderati nelle exclave africane di Ceuta e Melilla, insieme alle concessioni nei confronti del governo marocchino per ottenerne la collaborazione nel presidio delle recinzioni delle due città. Ma nel complesso il messaggio politico del governo di Madrid, nonostante la pressione dell’estrema destra di Vox e lo scivolamento verso posizioni sempre più dure del centrodestra tradizionale, mostra la capacità di saldare gli interessi interni con un’apertura ragionevole e reciprocamente vantaggiosa all’immigrazione.
In Italia le posizioni sull’argomento del governo Meloni e della maggioranza politica che lo sostiene vanno invece nella direzione di una crescente enfasi sulla chiusura. Due recenti iniziative lo attestano.
La prima consiste nel decreto sicurezza varato agli inizi di febbraio. Già sul piano comunicativo il fatto di associare immigrazione e insicurezza lancia un messaggio inequivoco: si dichiara ai cittadini che le persone immigrate sono pericolose, che vanno controllate più strettamente e punite con maggiore severità, che la loro presenza è nociva per il benessere del Paese. Di qui discende la necessità di norme aggiuntive, ancora più rigide, per difendere le città dalla morsa di un’immaginaria invasione. Sulla base di questa impostazione, il decreto sicurezza introduce una serie di misure: la costruzione di nuovi centri di detenzione sul territorio nazionale, anche derogando alle norme vigenti, le procedure semplificate per i decreti di espulsione, l’obbligo per il migrante trattenuto – difficilmente attuabile – di rivelare la propria identità e provenienza, le limitazioni alla protezione umanitaria anche per chi abbia instaurato relazioni familiari.
Per di più, la presidente del Consiglio ha annunciato a breve un decreto ad hoc con nuove norme penalizzanti sull’immigrazione, come il cosiddetto “blocco navale” voluto dalla Lega: ossia altri impedimenti al soccorso umanitario in mare, colpendo quelle Ong da anni ormai bersaglio delle politiche sovraniste.
Su un piano che può essere definito meta-politico si colloca l’altra iniziativa anti-immigrati di cui si si sta discutendo nelle ultime settimane: la proposta di legge su “remigrazione e riconquista”, ispirata all’analoga iniziativa del partito di ultradestra tedesco Alternative für Deutschland (Afd), lanciata in Italia da CasaPound, che sta trovando consenso nella destra italiana. Benché la proposta parli di rimpatri volontari da incentivare, l’impianto è ispirato a un’idea di purezza etnica e contrasto dell’insediamento d’immigrati che potrebbero contaminarla. Si prevedono per esempio incentivi alla natalità, fino a 3mila euro per ogni figlio “nato da genitori entrambi cittadini italiani”, penalizzando così anche i figli di coppie miste, e la possibilità di recupero della cittadinanza per i discendenti di antichi emigranti italiani senza limiti generazionali. La proposta prevede inoltre l’abolizione dei nuovi ingressi per lavoro autorizzati dai cosiddetti decreti flussi, dimostrando di aver colto a suo modo la contraddizione delle attuali politiche del governo italiano. L’ultimo decreto flussi prevede infatti quasi 500mila nuovi ingressi per lavoro nel triennio 2026-2028, dopo che il precedente (2023-2025) ne aveva autorizzati circa 450mila. Nonostante le politiche dichiarate, è lo stesso governo in carica a favorire l’arrivo di nuova forza lavoro straniera.
È quello che può essere definito il “paradosso illiberale”: alle chiusure gridate fanno da contrappunto le aperture semi-nascoste. E non basta, a superare il paradosso, dichiarare “li vogliamo scegliere noi”. È un’auto-illusione l’idea che i datori di lavoro riescano a scegliere lavoratori che risiedono a migliaia di chilometri di distanza. O questi lavoratori sono già qui, e il decreto flussi serve a regolarizzarli, oppure i datori (comprese le famiglie, che sono spesso profondamente coinvolte nell’assunzione) si fidano di qualcun altro, che intermedia il rapporto con i candidati.
A parte l’illusione della scelta, i decreti flussi funzionano male. La procedura risale alla legge Bossi-Fini, è quindi vecchia di oltre vent’anni. Non ha mai risposto alle aspettative: il governo italiano ha riformato più volte le procedure, ma non è riuscito a rendere il sistema delle chiamate tempestivo, efficiente e trasparente. Prima di tutto non ha voluto rinunciare alla grottesca lotteria dei click-day: un sistema in vigore soltanto in Italia, in cui fattori come la bontà della connessione, la rapidità dell’accesso o semplicemente la fortuna determinano il successo della richiesta. La priorità delle istanze securitarie, inoltre, non solo determina una gerarchia dei Paesi di provenienza dove la collaborazione (teorica) nei rimpatri conta più delle competenze professionali, ma obbliga anche datori e candidati a lunghe ed estenuanti procedure. Il risultato è che i lavoratori non arrivano, o non arrivano quando servirebbero, pensando alla stagionalità della maggior parte delle occupazioni per cui sono chiamati: agricoltura, turismo, edilizia. Per di più, il sistema è congegnato in modo tale da dare spazio a finti imprenditori e finti contratti. Il governo si è vantato di averli scoperti, facendone un’arma di propaganda. Ma nel frattempo ha imposto nuove verifiche e rallentamenti. Da alcuni Paesi (Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka) i permessi sono stati bloccati per mesi. Il risultato finale è deludente. Secondo il monitoraggio della campagna “Ero straniero”, nel 2024 soltanto il 7,8 per cento delle quote di ingresso ha dato luogo alla concessione di permessi di soggiorno e all’accesso a impieghi stabili e regolari. Si è registrato persino un arretramento rispetto al 2023, quando la percentuale, pur modesta, era stata quasi doppia. Per finire, i decreti flussi generano un’altra irregolarità: sia perché i datori di lavoro spariscono, sia perché i lavoratori pensano di aver ottenuto un permesso stabile, che invece è temporaneo, ma a quel punto non possono più tornare indietro.
Malgrado tutto questo, i decreti flussi sono un’ammissione a mezza bocca che di lavoratori immigrati c’è bisogno. Conciliare questa stentata apertura con la retorica dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza si rivela un compito improbo. Più si criminalizzano i migranti, meno saranno accolti e meno possibilità avranno d’integrarsi: per esempio di trovare casa e amicizie presso la popolazione nativa. Il linguaggio dell’ostilità e della chiusura compromette l’incontro tra fabbisogni interni e potenzialità di lavoro esterne che porterebbe benefici su entrambi i versanti.
Immagine di copertina: le file fuori dal Consolato generale pakistano a Barcellona, Spagna, il 30 gennaio 2026, dopo l’annuncio del governo di Sanchez, per ottenere il certificato del casellario giudiziale che consente loro di regolarizzare la propria posizione in Spagna e di ottenere un permesso di soggiorno e di lavoro. (Photo by Marc Asensio / NurPhoto via AFP)


