Il diritto internazionale può reggere
al “realismo” di Trump?

Che l’intervento statunitense in Venezuela sia contrario al diritto internazionale, o che le pretese di Donald Trump al controllo della Groenlandia siano giuridicamente frivole, è cosa evidente a qualsiasi studente (e non solo studioso) della materia. L’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, il principio di non-intervento negli affari interni degli Stati, l’assenza di un diritto all’uso della forza teso a cambiare coattivamente il governo di uno Stato, la lotta al narcotraffico attraverso la cooperazione fra Stati stabilita dai relativi trattati, le regole sull’immunità diplomatica e via dicendo sono tutti elementi di una minima architettura normativa e istituzionale ampiamente consolidata e condivisa dalla comunità internazionale, soprattutto – per alcuni di quei principi – a partire dal Secondo dopoguerra.

Ma rispolverare i manuali non coglie il fondo della questione. Se c’è poco o nulla da discutere sulla validità di singole norme o principi, e sulle loro violazioni, resta il fatto che sotto attacco, o in contesa, siano divergenti visioni dell’idea stessa di diritto internazionale.

Da una parte l’amministrazione Trump sembra ripudiarlo perché giudicato contrario alla sovranità americana e al suo interesse nazionale. Tutto ciò in nome di un generico appello al realismo, all’anti-globalismo, al massimalismo giurisdizionale: la cattura di Nicolás Maduro come operazione di enforcement della legislazione americana, non come attacco armato a uno Stato sovrano. Ma anche all’ambizione di perseguire e consolidare zone di influenza di matrice neo-imperiale e neo-coloniale, messa nero su bianco nella National Security Strategy del novembre 2025. La stessa ambizione – sia detto per inciso – di cui Trump vorrebbe che Vladimir Putin facesse a meno (ma è proprio così?). Insomma, una macedonia confusa di concetti centrata in genere sul principio di tutela della sovranità propria e non altrui.

Dall’altra parte, però, la difesa del diritto internazionale è non di rado fondata sulla tutela di un ordine percepito nel dibattito pubblico, e specie in quello politico, come “liberale” e “occidentale” (un ordine che, per l’appunto, Trump sembrerebbe intento a smantellare). Si accoglie, sia pur tacitamente, l’idea per cui “l’internazionalismo liberale” rappresenti non solo un modello superiore a livello storico, ma in realtà l’unico modello da perseguire, una sorta di globalismo giuridico liberale di matrice neo-kantiana. Ad di là di alcune imprecisioni o aporie in questa lettura (i Paesi emergenti nel continente africano e quello asiatico negli anni 50’ e 60’ per esempio attinsero a piene mani al diritto internazionale e ai diritti umani per forgiare la loro indipendenza, e le svariate violazioni del diritto internazionale da parte dei Paesi occidentali sono ben note), non c’è dubbio che le espressioni più radicali di questa visione, sino a forme estreme di cosmopolitismo neo-liberista, nutrano una profonda ostilità politica e giuridica verso tutto ciò che sa di statualità, nazione, popolo o territorio, diversità o individualità. Da qui il cortocircuito e scontro tra una sovranità rozza e sgradevole e l’esasperazione del “diritto globale” inteso come buco nero della storia.

Gli americani trumpiani o semplicemente conservatori rispondono sostenendo che il diritto internazionale sia in ogni caso uno strumento privo di capacità attuativa, ossia di meccanismi di implementazione o sanzionatori, spesso nelle mani di coloro che lo violano con sistematicità. Nel caso venezuelano, si ritiene che sia meglio violare un diritto (giudicato) inesistente che consentire a un dittatore di invocarlo pretestuosamente. È vero che, a prescindere dall’intervento militare americano a Caracas, i parametri di certi settori come quello concernente l’uso della forza abbiano da tempo, e molto prima di Trump, rivelato seri margini di criticità dovuti a una sostanziale incapacità delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni di fornire risposte adeguate ai molteplici conflitti e crisi. Ma anche qui il pescato è fin troppo contenuto. L’espansione dell’infrastruttura istituzionale dell’ordinamento internazionale avvenuta negli ultimi decenni è senza precedenti, a partire dal moltiplicarsi delle corti e della cooperazione giudiziaria a difesa degli individui e degli Stati. Le rivendicazioni “sovraniste” riflettono semmai la risposta agli effetti di questo costante benché imperfetto ampliamento, non la sua mancanza. Un ampliamento tra l’altro ben più avanzato di quella idea di reazione minima a infrazioni statali che già Hans Kelsen giudicava sufficiente a ritenere il diritto internazionale un sistema dotato di sanzioni. Per altro verso, le lacune implementative del diritto internazionale, spesso più settoriali che diffuse, non sono sempre diverse da quelle di tanti altri settori del diritto – chi mai si sognerebbe di ignorare il diritto penale o il diritto fiscale per via dei quotidiani reati penali o frodi o evasioni fiscali all’interno di uno Stato?

E foss’anche si avesse a che fare con un appello ipocrita alla legalità da parte di uno spietato dittatore, del rappresentante di un governo “illegittimo”, o di uno Stato “canaglia”, sarebbe ciò sufficiente a rimuovere quelle basilari garanzie di convivenza giuridica internazionale come la sovranità territoriale, l’immunità diplomatica o il processo equo? Ciò sia detto, beninteso, non solo per le azioni trumpiane (Maduro è perlomeno apparso dinanzi a una corte federale), ma anche per tutte quelle che le hanno precedute (si veda il blitz dell’amministrazione Obama per eliminare Osama Bin Laden in Pakistan). Il dittatore cileno Augusto Pinochet affrontò un processo dinanzi a una corte spagnola molto dopo la cessazione del suo incarico di presidente della giunta militare in Cile, e per effetto di una decisione delle corti inglesi di consentirne l’estradizione. Insomma, il giudizio politico e morale e le stesse gravi responsabilità dei governanti nei confronti dei propri governati non autorizzano la legge della giungla o l’analfabetismo giuridico nei rapporti internazionali.

Il diritto internazionale non nasce per sostituire quello interno, ma piuttosto plasmarne in parte i contenuti e mitigare gli eccessi della sovranità nazionale. È un sistema di cui nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, può fare a meno, pena la discesa dei rapporti fra Stati in uno stato di costosa crisi permanente per il riemergere di crudi equilibri di potenza e/o della legge del più forte di stampo ottocentesco. L’effetto Trump sembra suggerire questa potenziale regressione che ci si augura possa essere arrestata dall’interno, ossia dalla stessa politica americana. Dal canto suo, chi ha a cuore il diritto e i diritti deve lavorare per rafforzare, non indebolire, gli Stati e l’identità dei popoli nella loro molteplicità e capacità di cooperazione, mettendo da parte l’illusione di un unico paradigma post-nazionale per sua natura foriero, non meno di quello fatto proprio da chi apertamente disprezza le regole internazionali, di altre forme di dominio.

 

 

Immagine di copertina: un uomo legge la prima pagina di un giornale che riporta “Lui è caduto” con l’immagine del presidente venezuelano Maduro appena catturato dagli Stati Uniti. Foto di Schneyder Mendoza / AFP.

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