Tunisia, perché ora Ennahda deve fare un passo indietro

Tunisia Belaid grande tagliata

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Nonostante la crisi politica che regna in Tunisia dal 6 febbraio, giorno dell’assassinio del leader dell’opposizione Chokri Belaid, secondo Slaheddine Jourchi, “il Paese ha ancora reali possibilità di edificare uno Stato emancipato e civile”. Jourchi, giornalista, ricercatore, tra i maggiori esperti di politica tunisina, attivista per i diritti umani e, dallo scorso 13 febbraio, tra le 16 personalità scelte per il consiglio dei saggi nominato per trovare soluzioni al caos politico creatosi dopo la morte di Belaid, pensa che le priorità rimangano quella di concludere i lavori dell’Assemblea per la nuova Costituzione e di fissare la data delle prossime elezioni parlamentari. “È vero, ci sono divisioni nei ranghi dell’élite e il fenomeno della violenza desta preoccupazione – dice –, ma c’è una presa di coscienza collettiva sulla necessità di ricorrere alle urne e di condannare l’uso della violenza come strumento di cambiamento”. Intanto, dopo le dimissioni del premier Hamadi Jebali, in seguito alla poco acclamata proposta di nominare un nuovo governo di tecnici, il presidente della repubblica, Moncef Marzouki, ha dato l’incarico di premier al ministro dell’interno Ali Laarayedh, proposto dal partito di maggioranza Ennahda per formare la lista dei nuovi ministri in una decina di giorni.

Cosa rappresenta l’assassinio di Chokri Belaid nella storia della Tunisia?

L’assassinio di Chokri Belaid non è solo un crimine molto grave, ma rappresenta una spaccatura nella storia attuale della Tunisia post-rivoluzionaria. Quest’omicidio ha dimostrato che la scena politica sta scivolando verso la violenza politica. Ci sono tunisini pronti a eliminare i loro avversari per fini ideologici, per interessi di parte, o per servire forze esterne.

Come commenta la proposta di Hamadi Jebali di un governo di tecnocrati, le successive reazioni fino alle sue stesse dimissioni giunte il 19 febbraio?

La proposta di Jebali era basata su una costatazione netta e chiara: dopo 14 mesi di esperienza la coalizione al potere ha fallito. Le cause sono varie, ma in primo luogo il ruolo dei partiti è stato negativo e l’impatto delle loro lotte interne per prendere il potere ha indebolito il governo. Questo è il motivo per cui Jebali ha reagito proponendo un governo di tecnocrati che avrebbe potuto garantire una separazione tra tutti i partiti, compreso Ennahda e le sue attività di governo. Sarebbe stata la soluzione ideale per salvare la seconda fase di transizione democratica. Ma la reazione negativa di Ennahda ha fatto abortire quest’ipotesi spingendo appunto Jebali alle dimissioni, dimissioni che lasciano Ennahda isolata in un angolo, mentre spingono gli altri partiti ad assumersi le proprie responsabilità. Quel che più si teme oggi è di vedere i partiti diventare parte del problema mentre il popolo li percepiva precedentemente parte della soluzione.

Dunque Ennahda attraversa una crisi di legittimità?

Ennahda crede di star difendendo la legittimità elettorale e, visto che ha vinto le elezioni, pensa che sia suo diritto continuare a governare. Questo può essere un punto di vista logico, ma la fase di transizione attuale è difficile e complessa e necessita uno sforzo per unire tutto. Ma siccome il movimento islamista non possiede un’esperienza reale nel gestire il potere, e vista la crescente collera popolare, per il bene del Paese è diventato necessario allontanare momentaneamente Ennahda dal potere. Questa necessità non significa affatto un disconoscimento dei risultati elettorali, oppure una cospirazione contro la legittimità elettorale.

La Tunisia ha bisogno oggi di un’altra forma di legittimità, una legittimità consensuale da esercitare fino alle prossime elezioni mentre la corrente islamica rimane oggi prigioniera della sua brama di rimanere al potere. Ennahda ha paura che un suo eventuale ritiro abbia delle conseguenze negative sul suo futuro politico, tutto questo nonostante la caduta della sua popolarità negli ultimi mesi dovuta, per lo più, agli innumerevoli errori commessi.

Quali sono le sfide più importanti necessarie per garantire la transizione democratica? La Tunisia potrà essere un paese laico e progressista?

Accanto alle sfide economiche che determineranno il divenire della rivoluzione, le sfide nel campo della sicurezza pesano non poco sulla vita politica. A ogni miglioramento della situazione della pubblica sicurezza, segue però sempre un momento di ricaduta. E quel che complica ancora di più questa situazione sono l’assenza di stabilità in Libia e l’espansione delle attività di al Qaeda in Algeria e in Mali. Ma nonostante questo, la Tunisia ha ancora reali possibilità di edificare uno Stato emancipato e civile.

Benché oggi si veda un sensibile aumento del numero dei salafiti in Tunisia, bisogna riconoscere che i tunisini sono piuttosto attaccati a un Islam moderato. Si tratta di un popolo che non è attratto dalla radicalità religiosa, non ama la violenza, e non gradisce di essere governato da partiti che possano portarlo a vivere in uno stato di isolamento dal resto del mondo. I movimenti di modernizzazione si affacciarono in Tunisia già due secoli fa ed è impossibile cancellarne i risultati in pochi anni.

Secondo lei dove potrebbe portare una eventuale deriva islamico-salafita?

Il fenomeno islamico in Tunisia, come in tutto il mondo arabo, è complesso e vario. Ennahda, che ha scelto un approccio centrista, soffre oggi degli effetti negativi della sua esperienza di governo. Sarebbe difficile prevedere ora i risultati di questa esperienza, ma potrebbe uscirne più indebolita, più umile, aperta alla cooperazione con il resto dei partiti laici.

Certamente l’influenza delle correnti salafite sulle basi di Ennahda è diventata più evidente. In assenza di innovazioni più approfondite in materia di riforma religiosa, il clima generale in Tunisia, e anche a livello internazionale, potrebbe fornire un terreno adatto per l’espansione delle correnti conservatrici. In questo scenario, è pericoloso che la debolezza dello Stato continui e che si allunghi la fase di transizione, il rischio è che da questa situazione ne possano trarre vantaggio le reti violente vicine ad Al-Qaeda pronte a radicarsi nel suolo tunisino.

C’è il rischio di una guerra civile in Tunisia?

Non credo che per la Tunisia si delinei il rischio di una guerra civile. È vero, ci sono divisioni nei ranghi dell’élite e il fenomeno della violenza desta preoccupazione, ma c’è una presa di coscienza collettiva sulla necessità di ricorrere alle urne e di condannare l’uso della violenza come strumento di cambiamento. L’assassinio di Chokri Belaid ha provocato uno shock nella società tunisina, ma nessuno ha rivendicato di reagire alla violenza con altra violenza. In Tunisia la cultura della pace è antica e ben radicata, ma quello che molti temono è la presenza di parti invisibili, interne ed esterne, che vogliono far esplodere la situazione attraverso l’assassinio di attivisti e intellettuali. Ed è a questo rischio che le varie forze politiche cercano di reagire, dobbiamo affrontare e vincere contro questi piani.

Ha sentito parlare della scuola per rivoluzionari di Belgrado, di Srdja Popovic, che sembra sia sostenuta dagli USA e abbia formato anche i ribelli delle “primavere arabe”?

Quello che posso dire è che coloro che mettono in dubbio l’autenticità delle rivoluzioni arabe, e dicono che sono state incoraggiate dagli Stati Uniti o da altri, commettono un grave errore. Quello che è successo nel mondo arabo può essere compreso solo in riferimento alla stratificazione di fattori interni che si sono accumulati nel corso degli anni, e hanno portato in un istante a quella ribellione collettiva nei confronti di regimi che avevano perso la loro legittimità. Se non fosse stato per l’intransigenza e l’arroganza dei regimi libico e siriano, le rivoluzioni arabe avrebbero potuto mantenere la loro natura pacifica, ma fattori interni ed esterni si sono imposti e hanno fornito l’occasione ad alcune potenze regionali e internazionali, che hanno interessi importanti nella regione, per intervenire militarmente o attraverso il denaro. La tradizione della resistenza pacifica nel mondo arabo è antica. Dopo l’assassinio di Belaid, però, la violenza sta aumentando.

Pensa che la Tunisia possa diventare un Paese violento?

Coloro che hanno avuto la possibilità di visitare la Tunisia in questi giorni, sicuramente hanno notato che la vita in continua a essere normale nonostante i tristi eventi a cui abbiamo assistito. Voglio assicurare che i casi di violenza sono sporadici e isolati e mai si sono trasformati in una pratica quotidiana. Nessun caso di violenza è stato registrato contro gli stranieri, salvo in qualche situazione di furto o di scippo, e questi sono reati che si commettono al di là della situazione politica di un determinato Paese.

Poiché l’indole del popolo tunisino è pacifica, è normale che questi incidenti di violenza creino preoccupazioni. Direi che cresce la paura per il futuro, e d’altronde è comprensibile. Tutti i popoli che hanno avuto delle grandi rivoluzioni hanno conosciuto questa paura provocata soprattutto dall’indebolimento e della mancanza di esperienza della nuova leadership politica nella gestione della cosa pubblica. Ma la Tunisia continua a essere un Paese sicuro e calmo. È importante che tutti i Paesi del Mediterraneo sostengano la Tunisia e le forniscono assistenza. Non conviene a nessuno che la Tunisia cada nella spirale della violenza, ciò provocherebbe delle ripercussioni gravi su tutta la regione.

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Immagine di Ludovica Valori

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