Grecia, Mar Egeo. Cronache da un campo profughi alle soglie d’Europa

Farmakonisi è un’isoletta anonima. Bassa, brulla e spazzata dal vento, come molte altre nel Mar Egeo. La bandiera di una piccola base militare indica che è territorio greco, nonostante le pochissime miglia che la separano dalla costa turca possano suggerire altrimenti. Nei secoli è stata abitata solo da pirati e oppositori politici al confino e tutt’oggi il suo nome dice poco o niente a quasi tutti noi. Per decine di migliaia di migranti, invece, ha assunto in questi mesi un grande valore simbolico, in quanto prima porzione di suolo europeo su cui abbiano messo piede.

In questo minuto avamposto dell’Unione Europea non si fa sfoggio della proverbiale ospitalità mediterranea. I profughi, per lo più famiglie di nazionalità siriana, irachena e afgana, vi arrivano quotidianamente, a centinaia, su quei grossi gommoni ormai tristemente noti, dopo una traversata relativamente breve eppure per molti fatale. Soltanto stanotte, a poche decine di metri dai suoi scogli, sono annegati almeno sei bambini ed una donna.

Essendo zona militare, a nessuna agenzia umanitaria è concesso di operare sull’isola. Spesso riparandosi dal freddo invernale solamente con i vestiti fradici che indossavano in barca, i migranti vi rimangono bloccati senza cibo, acqua, riparo né assistenza medica, dalle poche ore fino a svariati giorni, in attesa che le condizioni metereologiche permettano il loro trasbordo sulla vicina isola di Leros.

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Lentamente si forma la fila per la prima colazione

Quando finalmente le condizioni del mare lo consentono, la nave da salvataggio britannica VOS Grace o il traghetto greco Ilias trasportano i migranti a Lakki, un porticciolo di fondazione fascista a sud di Leros in cui si è venuta a creare una surreale combinazione urbanistica: da un lato, lo statico stile razionalista dei semi-deserti edifici italiani; dall’altro, il mutevole, sovraffollato, funzionale e pittoresco aspetto di un grosso campo profughi.
Costruito con il supporto logistico dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) e di varie ONG internazionali, il campo è di fatto gestito nel quotidiano da un network di piccole organizzazioni locali ed europee – e quindi, per la maggior parte, da volontari non professionisti – grazie a donazioni private ed alla preziosa assistenza sanitaria di Medici Senza Frontiere e della sua omologa greca, Praksis. Le sue tende ospitano dalle poche centinaia alle svariate migliaia di persone, in numero che dipende grandemente dalle condizioni del mare, che scandiscono come un metronomo la frequenza con cui è possibile arrivare sull’isola e da lì ripartire verso il continente.

I suoi ospiti vi si fermano soltanto per quei pochi giorni necessari alle autorità greche per il rilascio dei fogli di via, preziosi documenti con cui è possibile acquistare il biglietto del traghetto per Atene e da lì proseguire lungo la famigerata rotta balcanica. Oltre alle tre nazionalità già menzionate, il campo accoglie anche sparuti gruppi di altra origine – principalmente giovani marocchini, algerini e iraniani – la cui appartenenza al novero dei “migranti economici” tipicamente impedisce di continuare il viaggio con la stessa speditezza dei richiedenti asilo. Allo stato dei fatti, per loro l’unica alternativa alla deportazione è proseguire clandestinamente o rimanere bloccati a oltranza: la frustrazione monta nel corso delle settimane e non mancano quelli che, per la disperazione, ricorrono a gesti di protesta o di autolesionismo. La maggior parte, va detto, affronta con grande spirito la propria complessa situazione, integrandosi nella vita del campo e dando un fondamentale contributo al suo funzionamento.

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Sperimentazione di un nuovo metodo di coda per i pasti

L’immensa variabilità delle situazioni e dell’umanità che transita nel campo rende complesso delinearne una giornata tipo. I migranti arrivano da Farmakonisi di norma verso sera o di prima mattina, quando il vento e il mare sono tendenzialmente più calmi. Una volta sbarcati, ancora sotto custodia della polizia portuale, vengono stipati in una grossa tenda recintata e sottoposti alle – non fulminee – procedure di prima registrazione, effettuate dalle autorità elleniche in collaborazione con FRONTEX. I poliziotti, solitamente piuttosto tesi in questa fase di primissima registrazione, abbaiano ordini a migranti frastornati dalla stanchezza e dal digiuno, e non è raro che impediscano ai volontari di effettuare le più basilari forme di prima assistenza, forse temendo che nella confusione a qualcuno non vengano prese le impronte digitali.

A parte queste frizioni, comunque, a Leros i rapporti fra polizia e volontari sono normalmente abbastanza distesi. Niente di simile a quanto sta accadendo nelle vicine isole di Lesvos e Chios, perlomeno, dove le autorità locali hanno di recente arrestato rispettivamente tre e cinque volontari con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ultimate le procedure burocratiche, ai migranti viene fornita una breve spiegazione da parte dell’UNHCR sul proprio status giuridico e sulle opzioni per l’immediato futuro: la prosecuzione del viaggio, la richiesta di asilo in Grecia, il ricongiungimento familiare con eventuali parenti già residenti in Europa. Le discussioni in materia occuperanno poi gran parte delle serate degli uomini, che dopocena si raccolgono attorno alle mappe affisse sui muri o alle prese per caricare il telefono e parlamentano per ore su quale sia la via più sicura, quella meno lunga, quella più economica.

Dalla registrazione in avanti è quasi tutto affidato all’autogestita opera dei volontari, su cui vale la pena spendere qualche parola. Si tratta di un manipolo di straordinari individui di ogni età, background e nazionalità di cui è virtualmente impossibile tracciare un profilo uniforme: dal rapper danese al professore di Oxford passando per le studentesse greche, gli attivisti austriaci, le casalinghe svedesi ed i rampanti consulenti finanziari londinesi. Ad accomunarli è solo la capacità di dimostrare nel più concreto dei modi che solidarietà, umanità e cooperazione non sono (né possono rimanere) soltanto valori cristallizzati nei preamboli dei trattati internazionali.

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Volontari di “Clown Without Borders” davanti a Pikpa, struttura appena inaugurata per ospitare le famiglie più vulnerabili

Le attività tramite cui essi cercano di prevenire la degenerazione di quella che sarebbe altrimenti una crisi umanitaria ben peggiore sono innumerevoli. Nelle prossime righe si tenterà di darne almeno un resoconto generale.

La priorità, innanzitutto, è assistere coloro che necessitano di cure mediche, convogliandoli a seconda della necessità verso la clinica da campo o al vicino ospedale. Ipotermia, contusioni, neonati di poche settimane o addirittura giorni, diabetici in crisi ipoglicemica e problemi cardiaci sono solo alcune delle più comuni urgenze.

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Alcune delle ventiquattro case-tende IKEA

Contemporaneamente, viene affrontato quell’affascinante rompicapo a incastri che è l’allocazione dei nuovi arrivati nelle varie strutture a disposizione. Essa si fonda su un complesso insieme di criteri etnici, culturali, religiosi, linguistici e di opportunità, finalizzati a combinare ogni gruppo e nucleo familiare senza urtare la suscettibilità di nessuno. È un’operazione possibile soltanto grazie all’intermediazione degli interpreti – arabo e farsi, principalmente – arruolati fra i rifugiati stessi. La tempestività con cui la distribuzione andrebbe svolta, specie in questi mesi di gelo e piogge, si scontra puntualmente con il ritmo delle negoziazioni fra vecchi e nuovi inquilini.

Le opzioni di alloggio a disposizione per questo squisito esercizio di diplomazia vanno dalle nuove case-tende IKEA da 15/20 posti fino ai grossi tendoni nei quali potenzialmente possono stringersi a centinaia, cui si aggiungono due edifici riservati l’uno alle donne non accompagnate con figli e l’altro a famiglie, anziani e altri soggetti particolarmente vulnerabili.

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Un angolo della boutique riservata donne e bambini

Fra gli altri servizi essenziali di cui si occupano i volontari spiccano la distribuzione dei pasti – talvolta problematica, quasi sempre confusionaria, spesso esilarante – e quella dei biberon di latte per neonati, sulla cui preparazione e sterilizzazione molti vantano ormai una conoscenza da nutrice. Di equivalente importanza, considerato il rigido inverno che dovranno affrontare nella prosecuzione del viaggio, è la distribuzione del vestiario donato, attraverso la gestione delle cosiddette boutique. Si tratta di due spaziose stanze, straripanti di capi di vestiario ordinatamente suddivisi: i volontari, per l’occasione personal shopper, forniscono ai migranti tutto il necessario, centellinando soltanto i beni più preziosi come scarpe, giacche e zaini. Un’operazione sfiancante ma fondamentale, che non sarebbe possibile senza gli aiuti umanitari ed il loro complesso smistamento nel magazzino.

Infine, soprattutto nelle rare giornate in cui la pressione degli arrivi si attenua, ci si dedica anche a quelli che possono sembrare piccoli lussi – la preparazione del tè, le partite di calcio, i laboratori artistici, gli scacchi, la pesca – ma che sono in realtà svaghi fondamentali per il morale e per la quiete del campo.

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Colazione sulle onnipresenti stuoie UNHCR

La gratitudine e l’affetto con cui i migranti ricompensano gli sforzi dei volontari, specialmente quelle sere in cui ci si raduna sul molo per accompagnare chi si imbarca sul traghetto per Atene, sono quanto di più emozionante si possa immaginare. Ma ciò che davvero lascia disarmati è altro: nonostante le macerie delle proprie vite precedenti da lasciare alle spalle, nonostante i morti da piangere, nonostante un viaggio in condizioni disumane da proseguire, ciò che di queste persone rimane impresso nella memoria non è la sofferenza, che pure sarebbe comprensibile, bensì la serenità e la dignità di questi viaggiatori che forse, un giorno, diventeranno nostri concittadini in un’Europa più aperta, solidale e pluralista.

Photo credits: Michael Sarnitz 

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