Iran, viaggio nel ‘grande cambiamento’
Sogni, promesse e rischi dell’era Rohani

Iran nuclear deal celebration

Da Reset-Dialogues on Civilizations

TEHERAN – Un giornale titola a tutta pagina: «Delegazione di aziende petrolifere Usa visiterà Teheran». Altri titoli avvertono: «Le delegazioni commerciali si susseguono». Addirittura, «Folle di investitori stranieri si preparano a invadere il paese». Non risparmiano superlativi, i quotidiani iraniani in lingua inglese. L’Iran, si legge in un commento, è «l’ultima frontiera» per gli investitori internazionali.

In effetti in questi giorni di maggio è facile trovare nei grandi hotel della capitale iraniana gruppi di businessmen stranieri. Un paio di delegazioni d’affari statunitensi sono state circondate da particolare scalpore: solo un anno fa visite simili sarebbero state impensabili, considerata la lunga storia di ostilità tra gli Usa e la Repubblica Islamica dell’Iran. Ma se quella storia non ha impedito ai due paesi di riprendere i contatti politici e avviare negoziati, perché mai dovrebbe impedire a gente d’affari di esplorare le occasioni di commercio e investimenti.

Non sono solo i giornali. A sentire imprenditori, commentatori politici, fino ai cambiavaluta, tutti sembrano convinti che l’Iran sia alla vigilia di un grande boom di scambi e affari. Il Tehran Stock Exchange, la Borsa iraniana, si prepara a gestire «un’alluvione» di investimenti, «quando l’accordo sul nucleare sarà firmato».

Le aspettative sono alte, altissime. Si capisce: quando Hassan Rohani si è insediato alla presidenza dell’Iran, nell’agosto 2013, ha ereditato un paese isolato sulla scena internazionale, lacerato all’interno, e con un’economia sull’orlo del baratro – crescita negativa, inflazione al 42 per cento, classe media impoverita, corruzione dilagante. L’export di petrolio era crollato. E il clima sociale era soffocante, dopo gli anni bui della presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto dopo la contestata rielezione del 2009 e la repressione di un movimento di protesta che non aveva precedenti nell’Iran post-rivoluzione.

Oggi invece tutti si aspettano grandi cose. Il negoziato tra l’Iran e le 6 potenze mondiali sul programma atomico di Teheran è arrivato molto vicino al successo. Se l’intesa definita in aprile a Losanna si trasformerà a fine giugno in un accordo definitivo sarà una svolta storica, e potrebbe aprire una nuova cooperazione politica tra l’Iran e altre potenze ben al di là del nucleare. La strada è ancora accidentata, intanto però «nei circoli diplomatici è tornato il rispetto per l’Iran», osserva soddisfatto un imprenditore di Teheran. E con l’accordo saranno tolte le sanzioni che bloccano l’economia, anche se non sono ancora chiari i tempi.

Il presidente Rohani ha detto in più occasioni che all’accordo sul nucleare è legata alla promessa di benessere e sviluppo al paese, perché tolte le sanzioni sarà possibile «rimuovere gli ostacoli alle attività economiche, creare lavoro e dare opportunità ai nostri giovani»: lo ha ripetuto commentando l’accordo di Losanna. Ed è ciò che tutti aspettano.

In un paese di 75 milioni di abitanti, dove due terzi della popolazione hanno meno di 35 anni, e la disoccupazione tocca il 20 % della popolazione attiva e supera il 25% per i giovani, rilanciare l’economia è altrettanto urgente che riaprire spazi di libertà interna. Insediato quasi due anni fa con il consenso nazionale più ampio dai tempi della rivoluzione, il presidente Rohani ha dato un cambiamento visibile all’atmosfera sociale in Iran, anche se la cultura e le libertà pubbliche, come pure i diritti umani, restano oggetto di scontro politico tra il suo governo e altri centri di potere, controllati dalle correnti più oltranziste del sistema. Ma senza rilancio dell’economia sarà difficile rispondere alle aspettative di una nazione di giovani istruiti e immersi nel mondo globalizzato.

Anni di inflazione e crescita negativa hanno impoverito le classi medie. Giorni fa il capo dell’Ente di stato per il welfare ha ammesso che oltre un terzo degli iraniani vive sotto la soglia di povertà assoluta, e per dirlo ha citato dati della Banca mondiale: il 30% della popolazione dei centri urbani e il 40% nelle zone rurali. Nel 1978 (vigilia della rivoluzione) viveva sotto la soglia di povertà il 40% degli iraniani; la percentuale era scesa al 20% nel 1997 e all’11% nel 2005 (anno della prima elezione di Ahmadinejad), poi ha ricominciato a crescere. Definire la soglia di povertà è sempre controverso, ma il ministero del lavoro la fissa a 12,5 milioni di rial di reddito mensile per una famiglia di cinque persone, equivalenti a circa 350 euro (36.000 rial fanno un euro). Il salario minimo però è più basso, intorno a 10 milioni di rial, circa 280 euro. Ali Reza Mahjoob, già deputato riformista e capo della Casa del Lavoro (l’organizzazione ufficiale dei lavoratori), denuncia che il 90 per cento dei lavoratori è sotto la soglia di povertà: l’Iran ha i suoi working poor.

«Rohani ha suscitato molte aspettative, ma questo è il suo punto debole», mi dice Amir Moeb-Bian, politologo, un conservatore moderato (lui si definisce un «fedele ai principi», la corrente più ortodossa della Repubblica islamica, ma ha sempre criticato l’ex presidente Ahmadinejad). «Ha detto che risolto il negoziato sul nucleare si risolverà tutto il resto, ma non è così facile. Un politico deve saper gestire le aspettative, o l’ottimismo si trasforma in disillusione», dice Moeb-Bian, che incontro a Teheran nel piccolo ufficio della sua Arya News Agency, agenzia di informazione politica e centro di studi strategici. La forza di Rohani, dice, sarà di controllare o vari gruppi di interesse e gli schieramenti politici restando al di sopra delle parti: «il rappresentante della moderazione contro il radicalismo». Ma questi sono ragionamenti strettamente politici: per corrispondere alle aspettative del paese, ammette Moeb Bian, il presidente deve dare priorità all’economia.

Per il momento la disillusione non c’è. «Rohani ha preso un paese sotto zero e lo ha riportato a galla», mi dice il proprietario di un’impresa tessile meglio noto come produttore cinematografico. In effetti l’inflazione è attestata sul 15,5%. Finite le paurose oscillazioni del valore del rial. L’economia dà segni di ripresa, con un crescita del 2% nell’anno concluso il 21 marzo; per il prossimo le previsioni ufficiali oscillano tra il 2% in mancanza di un accordo definitivo e il 5% se l’accordo ci sarà. «L’Iran è una potenza importante nonostante 35 anni di sanzioni: quando saranno tolte, il paese fiorirà», aggiunge l’imprenditore, esprimendo un sentire diffuso.

Il fatto è che anche in caso di accordo, l’impatto positivo per l’economia iraniana non sarà immediato: non prima del prossimo marzo, cioè la fine dell’anno iraniano, avverte il governatore della banca centrale, Valiolah Seif, in una rara intervista al Financial Times. Non si tratta solo di disfare la complicata rete di sanzioni che oggi isola l’Iran, ma di adeguare il sistema bancario iraniano, aggiunge il banchiere.

Più semplice potrebbe essere rimpatriare decine di miliardi di dollari di denaro iraniano, ricavato dell’esportazione di petrolio degli ultimi anni, oggi congelati in banche straniere proprio a causa delle sanzioni. Per il governo sarebbe una iniezione di liquidità che permetterebbe di rilanciare investimenti in infrastrutture e industrie produttive (il presidente ha avviato studi di fattibilità su come convogliare quel denaro, informa il banchiere), ciò che è mancato all’economia iraniana nell’ultimo decennio o quasi: è opinione unanime di economisti e politici qui che sull’economia iraniana pesano, prima ancora delle sanzioni, anni di pessima pianificazione, clientelismo e gestione corrotta durante la passata amministrazione.

Pesa anche il crollo del prezzo del petrolio, la prima fonte di reddito dello stato. Nella legge finanziaria per quest’anno, discussa in gennaio, il governo aveva proiettato un prezzo medio di 72 dollari a barile: ma è sceso fino a 50 dollari (anche se ora è risalito a 66). In prospettiva il governo vuole diminuire la sua dipendenza dal reddito petrolifero, il parlamento discute di aumentare la quota di ricavati dell’export che va in un Fondo nazionale di sviluppo (oggi è il 20 per cento). Nell’immediato conta di privatizzare alcune grandi imprese di stato e di riformare il sistema di sussidi a pioggia varato dall’amministrazione di Ahmadinejad: per esempio escludere i redditi alti dai trasferimenti cash istituiti a suo tempo per compensare l’aumento del prezzo del carburante.

Più a lungo termine però lo stato deve allargare la sua base fiscale (oggi in Iran pochissimi pagano tasse, a parte i dipendenti pubblici). Per cominciare, il governo Rohani vuole tassare le fondazioni rivoluzionarie, religiose e militari che svolgono attività economiche. L’annuncio è significativo: quelle fondazioni, che coprono una quota dell’economia nazionale stimata attorno al 40%, sono un pilastro del sistema e del suo apparato di consenso.

L’altra sfida del governo è mettere un freno all’economia speculativa cresciuta all’ombra delle sanzioni. Forse la sanzione più efficace è stata escludere l’Iran dal sistema Swift di trasferimento internazionale di denaro. I turisti che hanno ricominciato a frequentare in massa il paese si stupiscono di non poter usare le loro carte di credito. Per gli iraniani, da cinque anni le transazioni devono aggirare il codice Swift e il loro costo sale vertiginosamente. Non che le merci straniere siano mai mancate nei negozi, ma si calcola che il 10% del valore di tutto l’import-export – merci, macchinari, tutto – sia finito nelle tasche di intermediari, nel paese e fuori: di solito sono persone ben ammanicate con il potere – qualcuno li chiama “i broker delle sanzioni”. Nell’ultimo anno e mezzo sono emersi casi di appropriazione indebita di dimensioni colossali come quello di tal Babak Zanjani, già favorito di Ahmadinejad, accusato di aver sottratto circa 28 miliardi di dollari dalle casse dello stato.

Più che scontrarsi frontalmente con i “broker” delle sanzioni però, il governo ora preme perché reinvestano nel paese. Intanto ha avviato qualche misura di risanamento. Ha messo un freno alla pratica clientelare per cui banche pubbliche hanno prestato somme enormi a persone legate alla precedente amministrazione, senza progetti produttivi né garanzie di rientro. Ha cercato di normalizzare il credito. L’imprenditore tessile dice che il costo delle importazioni è tornato a livelli ragionevoli, «prima per comprare un macchinario dovevo versare il 100 per cento della transazione come garanzia alla banca in Iran e altrettanti agli intermediari all’estero, e poi sperare di recuperare parte della somma».

Tassare le Fondazioni rivoluzionarie e mettere fine all’economia speculativa però non sarà possibile senza l’appoggio del Majlis, il parlamento, oggi dominato dalle correnti politiche più oltranziste ostili a Rohani. Anche per questo saranno importanti le prossime elezioni parlamentari, nella primavera 2016. E per questo è importante che gli iraniani vedano qualche miglioramento concreto nelle proprie vite.

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