Polonia: il vento (gelido) delle riforme
e le preoccupazioni degli alleati europei

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All’inizio del mese scorso, più precisamente il 7 gennaio, un articolo apparso sul Guardian a firma del politologo e giornalista britannico Timothy Garton Ash ha avuto il compito di destare le coscienze dell’opinione pubblica dell’Europa occidentale e della sua intellighenzia sul preoccupante snodo politico-istituzionale in corso in Polonia, ancora una volta nazione cerniera tra le liberal democrazie (in crisi) dell’Unione Europea e l’ormai universalmente riconosciuta “democrazia illiberale” della Russia di Putin. L’articolo per il Guardian dal titolo The Pillars of Poland’s democracy are being destroyed sarebbe stato ripreso nei giorni successivi dai più importanti giornali europei tra cui La Repubblica nella sua traduzione La Polonia e lo spettro autoritario.

Il 25 ottobre 2015, infatti, si sono tenute le elezioni politiche parlamentari che hanno confermato la vittoria del Partito Diritto e Giustizia (PiS), cui è seguito il 16 novembre l’inizio del governo guidato da Beata Szydlo, un esecutivo che si è messo celermente all’opera per apportare alcune significative modifiche costituzionali ed istituzionali che il vero leader dello Stato, ovverosia Jaroslaw Kaczynski, sogna da molti anni tra cui un controllo sempre più pervasivo da parte dell’esecutivo (un esecutivo dalla forte commistione tra forze di governo e forze di partito) nei confronti della Corte Costituzionale, del Presidente della Repubblica e dell’intero sistema mediatico. Un “pacchetto” di riforme che ha destato la preoccupazione dei vertici europei e dello stesso Consiglio d’Europa di Strasburgo che ha chiamato urgentemente la sua Commissione per la democrazia attraverso il diritto, la cosiddetta Commissione di Venezia, a visitare il paese per incontrare le autorità istituzionali e chiamarle a rendicontare sui principali cambiamenti inseriti nella riforma del tribunale costituzionale polacco, una riforma pubblicata sul Journal of Laws of the Republic of Poland il 22 dicembre 2015.

Eloquenti, al proposito, le parole allarmanti di Garton Ash sul pacchetto di riforme avviato da Diritto e Giustizia:

Da almeno vent’anni Kaczynski sogna di realizzare quello che ai suoi occhi è il completamento della rivoluzione anticomunista del 1989, ma sa bene, avendo a mente la sua esperienza di governo dal 2005 al 2007, che l’occasione potrebbe sfuggirgli. […] Il presidente della repubblica Andrzej Duda, realizza la strategia del suo capo politico: Duda vanta un dottorato in giurisprudenza ma a detta proprio del suo supervisore ha già violato la costituzione per tre volte. Nuove norme e nuove nomine dei giudici andranno a esautorare la Corte costituzionale (formalmente Tribunale Costituzionale), la nuova legge sui media firmata ieri da Duda porrà le emittenti pubbliche sotto il potere diretto del governo, ai vertici della pubblica amministrazione andranno nomine politiche e così via. Estremizzando, immaginatevi Nigel Farage al posto della regina (Re Nigel I?), il direttore del Daily Mail Paul Dacre nominato dal partito al governo a capo della Bbc e il giornalista del Mail Richard Littlejohn capo del Foreign Office.

Negli stessi giorni della presa di posizione dell’accademico di Oxford, significativamente sia il Wall Street Journal sia The Nation bollavano rispettivamente quale “cambiamento pericoloso” e come “abbandono delle istituzioni liberali in cambio di una grezza conquista del potere” il novello volto aggressivo dell’esecutivo di Varsavia.

In ambito comunitario a far sentire con particolare preoccupazione la propria voce in difesa dello Stato di diritto si sono levate le voci tedesche tra cui con particolare riguardo quella di Martin Schultz, Presidente del Parlamento Europeo, e quella del Commissario per l’economia e la società digitale Günther Oettinger: se le critiche di Schultz si sono concentrate in maniera generica soprattutto sulle “pericolose derive nazionalistiche che vorrebbero sfaldare i raggiungimenti europei”, il Commissario Oettinger è stato ben più esplicito, giungendo a paventare l’avvio di una procedura di “messa sotto supervisione dell’esecutivo di Varsavia in nome della rule of law”, come riportato dalla Reuters.

Immancabili gli attacchi da parte dei vertici politici polacchi secondo cui la Polonia “non può accettare lezioni dalla Germania, un paese che ha commesso le atrocità della Seconda Guerra Mondiale e che ha distrutto la Polonia” come dichiarato dal Vice Primo Ministro polacco e Ministro della cultura Piotr Glinsky in una recente dichiarazione riportata da Politico.eu.

Del resto, lo stesso Garton Ash aveva preavvertito questo pericolo di un crescendo di tensione tra tedeschi e polacchi ed aveva chiamato a gran voce tutti i partner occidentali della Polonia a farsi carico delle preoccupazioni in termini di tenuta delle garanzie liberaldemocratiche. Scrive, infatti, Garton Ash:

I media tedeschi hanno dato particolare risalto alla pericolosa svolta registrata in Polonia, si da il caso che il Commissario europeo responsabile per i media sia tedesco, come lo è Martin Schulz, l’esplicito presidente del Parlamento europeo.
Ma se lasciamo la questione a Bruxelles e ai tedeschi sarà fin troppo facile per i sostenitori di Kaczynski sostenere che Bruxelles dà ordini alla Polonia proprio, come un tempo faceva Mosca, e far leva su un sentimento antitedesco ancora latente. Serve quindi una presa di posizione anche da parte degli amici tradizionali della Polonia, la Francia, sua storica alleata, ad esempio (la Polonia è l’unico paese che conosco a fare riferimento in termini positivi a Napoleone nel suo inno nazionale); la Spagna, altra grande nazione di tradizione cattolica, che ha vissuto la transizione dalla dittatura alla democrazia; l’Italia; il Canada. Non da ultimo dovremmo sentire la voce degli Stati Uniti.

Tra i media tedeschi, il magazine politico con maggiore tiratura, Der Spiegel ha cominciato a seguire con particolare preoccupazione la vicenda polacca sia nell’edizione tedesca sia attraverso il suo portale internazionale: nel suo articolo del 27 gennaio Lurching Right: The Escalating Fight for Poland’s Future, che ancora oggi campeggia in evidenza sul sito internazionale, il reporter Jan Puhl ha raccolto le testimonianze di alcuni tra gli oltre ventimila manifestanti contro il pacchetto di riforme annunciate da Varsavia, sottolineando l’ampiezza e l’eterogeneità del movimento che si oppone all’accelerazione del cimento riformatore di Diritto e Giustizia:

Circa ventimila persone sono contemporaneamente scese in piazza a Varsavia, Lodz, Berlino, Londra e Praga in quella che verrà ricordata come la più grande ondata di proteste da quando i conservatori nazionalisti sono assurti al potere. Tra i manifestanti figurano membri del movimento LGBT, ma anche ambientalisti e veterani del vecchio movimento anti-comunista che esisteva già prima della caduta del Muro di Berlino. Ci sono poi conservatori cattolici e molti semplici cittadini. Essi sono uniti dalla stessa paura: ovverosia che i conservatori riescano davvero a portare a termine la loro agenda di riforme fortemente limitativa della libertà.

Se autorevoli esponenti vicini al Presidente Kaczynski hanno bollato i manifestanti quali “traditori della Polonia” e “polacchi della peggior specie”, alle manifestazioni si è unito persino uno dei più influenti ex alleati dello stesso Kaczynski, l’ex Primo Ministro (dal 2005 al 2006) Kazimierz Marcinkiewicz, economista cattolico già sindaco di Varsavia che ha ricordato come i cittadini polacchi si siano espressi a favore dei principi dell’Unione Europea sin dal 2003, principi oggi fortemente messi in discussione dalle riforme propugnate con veemenza dal partito di Kaczynski. Ancora lo Spiegel:

«[È in nome di quel referendum] che Bruxelles ha il diritto di stabilire se la Polonia stia ancora aderendo ai principi della UE» ha dichiarato Marcinkiewicz. Anche se il PiS, infatti, ha oggi la maggioranza assoluta nel parlamento del paese, la bassa affluenza alle urne significa che solo un polacco su cinque ha effettivamente votato per Diritto e Libertà, mentre la maggioranza dei polacchi mostra ancora un forte entusiasmo per l’Unione Europea: «questo significa precisamente che Jaroslaw Kaczynski non ha il diritto di trasformare la Polonia in un outsider in ambito europeo» ha concluso l’ex Primo Ministro.

Se ci spostiamo oltre l’Atlantico, anche il magazine di politica internazionale Foreign Policy di Washington nel reportage Poland’s Liberals Strike Back a firma congiunta di Maria J. Stephan e Maciej Bartkowski ha voluto offrire un ritratto del KOD, il Comitato in Difesa della Democrazia che sta chiamando i propri attivisti per le strade ormai settimanalmente vuoi in difesa della neutralità della Corte costituzionale vuoi contro la riforma dei media che intende rendere tutti i direttori editoriali delle principali emittenti di nomina governativa. Tra i membri più attivi del neonato movimento, come preannunciato, figurano anche membri della vecchia guardia di Solidarność come Krzysztof Lozinski che ha invitato soprattutto i giovani ad “azioni di resistenza” contro le misure prese dall’esecutivo attraverso la redazione di lettere aperte, la raccolta di firme, l’organizzazione di incontri pubblici e di convegni. L’invito è stato raccolto dall’attivista quarantottenne Mateusz Kijowski che ha aperto un gruppo su Facebook del Movimento, un gruppo le cui richieste di iscrizione crescono giornalmente e che nel giro di qualche giorno ha già raggiunto i trentamila membri.
Scrive Foreign Policy:

KOD, il Comitato per la Difesa della Democrazia è stato iscritto quale entità legale e sono state creati dei settori interni che si occupano di programmare le manifestazioni di piazza e le convenzioni con i media e con avvocati difensori. Kijowski è unanimemente riconosciuto come il leader di questo movimento, anche se vi è il rischio di un allargamento del conflitto se è vero che nel momento in cui Kaczynski si sentisse particolarmente minacciato egli potrebbe affrontare direttamente le manifestazioni antigovernative: sin dai tempi in cui era all’opposizione, infatti, il PiS aveva organizzato su base regolare manifestazioni con le forze nazionaliste, conservatrici e con i gruppi ultra-cattolici. Ecco perché, riconoscendo il pericolo di un’escalation di tensione tra filo-governativi ed anti-governativi, lo stesso leader della protesta Kijowski ha caldamente esortato i membri del Movimento a mantenersi attentamente nel campo delle azioni non-violente: «Non possiamo né essere provocati né provocare noi stessi» ha osservato Kijowski.

Ancora, Jurist, la rivista online della School of Law dell’Università di Pittsburgh si concentra con particolare interesse proprio sull’avvio della procedura di inchiesta da parte della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, sottolineando come, sebbene i pareri della Commissione di Venezia rivestano eminentemente il carattere di raccomandazioni e non siano pertanto giuridicamente vincolanti, “è molto probabile che le istituzioni comunitarie terranno ampiamente in considerazione l’inchiesta della Commissione di Venezia i cui esiti verranno diramati in marzo e che finiranno per orientare le stesse azioni di inchiesta europee che già hanno posto sotto esame le decisioni polacche sulla Corte costituzionale e la legge sul sistema mediatico”.

Di grande interesse, ancora – ma questa volta oltremanica –, sono le osservazioni di The Conversation, la rivista consorziata dalle più prestigiose università britanniche tra cui UCL e Oxford: nel suo editoriale Europe has lost its Polish anchor del 1 febbraio il politologo Brian Porter dell’University of Michigan sottolineava come il governo di Varsavia non sia davvero un governo rappresentativo se è vero che esso ha guadagnato soltanto il 37% dei voti alle elezioni di ottobre il che equivale a dire che esso è stato eletto soltanto dal 18% degli aventi diritto:

Il sostegno alle politiche di Jaroslaw Kaczynski non è un sostegno popolare radicato, ma egli ha riconquistato il potere solo facendo leva sulla debolezza e la frammentazione dei suoi oppositori. Dobbiamo ricordarci che quando egli reclama un mandato democratico per effettuare cambiamenti così rivoluzionari, in realtà questa forza politica rappresenta soltanto un terzo di coloro che si sono recati a votare in ottobre e meno del 20% dell’intero elettorato polacco.

Ancor più interessante è il ritratto che Porter affida ai lettori circa le radici storiche del Partito Giustizia e Libertà (PiS), un partito che affonda le sue radici contemporanee nel complesso sostrato della c.d. seconda stagione di Solidarność ma che ritrova precedenti nell’ambito del filone della cosiddetta Democrazia Nazionale, un movimento che sin dagli inizi del secolo scorso ha fatto leva sui più bassi sentimenti di chiusura culturale della società polacca in nome di un antisemitismo al vetriolo e della stigmatizzazione verso lo straniero. Se negli ultimi anni la retorica del Partito dei fratelli Kaczynski aveva per fortuna spostato il suo accento sul tentativo di donare un’immagine di forza e fierezza della nazione polacca, oggi i toni verso gli “outsider” si fanno di nuovo più accesi – come ha dimostrato proprio sulle colonne di Reset e ResetDoC la ricercatrice dell’Università di Varsavia Karolina Wigura nel suo intervento su Shifting the Language Borders: The Case of Contemporary Poland– e, con l’irrompere della crisi dei migranti sulla scena nazionale, Kaczynski è tornato a parlare di “batteri e protozoi” portati di nuovo dagli stranieri in una nazione che certe malattie le aveva debellate e a fomentare una contrapposizione tra forze conservatrici vicine agli strati più tradizionalisti della Chiesa Cattolica, da un lato, e le forze liberali, dall’altro lato, accusate di dissolvere la “vera identità” della nazione polacca e riproponendo una pericolosa contrapposizione che sembra ricalcare lo schema amicus/hostis del Concetto di politico schmittiano.

In ogni caso, Porter mette in guardia dal pericolo dell’inazione che potrebbe cogliere le istituzioni comunitarie per cui ogni futuro intervento sulla questione polacca potrebbe subire il preannunciato veto a priori dell’ungherese Orban ed essere stigmatizzato come “interferenza indebita” dalla stessa opinione pubblica polacca più retrograda.

Se l’alleanza del nuovo governo polacco con l’ungherese Orban, dopotutto, – le cui riforme nel suo paese sono passate di fatto impunemente – sembra già cosa fatta ed assodata, rimane da capire quale sarà la posizione finale del governo britannico nel momento in cui David Cameron sta cercando di ricontrattare i termini dell’adesione britannica alle istituzioni comunitarie (attraverso il cosiddetto pacchetto European Union Reform Draft) sostenendo l’esigenza di tagliare ogni benefit per i cittadini comunitari che si spostano per motivi di lavoro in Gran Bretagna, una misura che andrebbe soprattutto a colpire cittadini polacchi e ungheresi. Ad intervenire sul tema il 5 febbraio è la giornalista Eszter Zalan dell’EUObserver, sottolineando come la carta di scambio offerta da Cameron al governo dell’Est Europa sia un vero e proprio “carico da novanta” in quanto pare che il Primo Ministro inglese stia cercando di convincere i vertici di Varsavia (si è già recato in Polonia due volte in un mese ed ha incontrato sia Kaczynski che la Prima Ministra Szydlo) a fare la voce grossa contro Bruxelles attraverso un pieno sostegno alla Polonia da parte inglese in ambito Nato ed una vera e propria partnership tra conservatori in ambito comunitario. In luglio la Polonia, è bene ricordarlo, ospiterà un importante vertice Nato e da alcuni anni reclama una base di sicurezza della Nato sul proprio territorio.

Frattanto, come ricorda la corrispondente da Varsavia del Guardian Alex Duval Smith nel suo articolo del 7 febbraio Will Poland ever uncover the truth about the plane crash that killed its president?, si sta avvicinando il sesto anniversario dalla tragedia di Smolensk (10 aprile) che ogni anno viene vissuto come giornata di lutto nazionale e di particolare acredine tra Polonia e Russia dopo che negli anni si è sedimentata una particolarmente fervida “teoria del complotto” aggravata anche dalla mancanza di disponibilità da parte di Putin a far piena luce sull’accaduto. Come già ha sottolineato Wigura su ResetDoC, infatti, “il pullulare di ipotesi di complotto, sostenute soprattutto da parte della destra, indica come l’accaduto sia ancora circondato da emozioni molto forti e oggetto di un linguaggio dai toni spesso aggressivi”.

Dal canto suo la Duval Smith mette in evidenza come Jaroslaw Kaczynski non si sia mai ripreso pienamente dal lutto subìto in seguito alla tragica morte del fratello gemello Lech:

Era praticamente impossibile distinguere i due gemelli, se non per i peli di gatto che ogni tanto rimangono impigliati sui vestiti scuri di Jaroslaw. Tra i due Lech era più simpatico, con il suo acuto senso dell’umorismo e con il suo matrimonio di successo. Invece Jaroslaw non è capace di guidare né di usare un pc ed è un eterno scapolo, ma politicamente ci vede più lungo. Certo, i due avevano semplicemente bisogno l’uno dell’altro.

Secondo tutti gli osservatori, la tragedia di Smolensk ha fatto rivivere alla nazione polacca i giorni più bui sin dalle atrocità della Seconda Guerra Mondiale, ecco perché oggi celebrare il ricordo appare come un’altra faccia della medaglia rispetto ai tentativi di riforma voluti da Diritto e Giustizia in nome della necessità di mantenere vivo uno spirito quasi romantico di revanscismo di cui la nazione avrebbe bisogno per tenere alta la propria immagine di unità e integrità. Conclude così Duval Smith sul Guardian:

Gli analisti osservano come mantenere viva la memoria di Smolensk altro non sia che una manovra di potere al fine di alimentare una nozione nazionalistica dal sapore romanticheggiante secondo cui coloro che sono morti nella tragedia non sono semplicemente deceduti ma sono più propriamente “caduti”: ecco che queste persone divengono nella storia della nazione i suoi ultimi perfetti eroi.

I prossimi mesi si preannunciano dunque “mesi caldi” per capire se la direzione intrapresa dalla nazione polacca sarà una rotta definitiva oppure se qualche “ripensamento democratico” si affaccerà almeno tra gli uomini di governo più sensibili al mantenimento di un saldo sistema liberaldemocratico in uno Stato che, almeno negli ultimi anni, aveva beneficiato di un successo misurato soprattutto in termini economici.

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