Nel Parlamento a tre punte, l’impresa è quasi impossibile

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Qualche commento, fra i tanti che si potrebbero fare, alla situazione di profondo disagio in cui versano la nostra economia ed ora anche la nostra politica.

Il primo riguarda la disinvoltura con la quale le politiche alle quali si deve in larga misura la pesante recessione in cui ci troviamo vengono ora messe in dubbio dalle stesse istituzioni ufficiali che le avevano promosse. Lo avevano detto in tanti, negli anni e nei mesi scorsi, che l’austerità era necessaria per riportare sotto controllo i bilanci in deficit, ma non accompagnarla da misure capaci di contrastarne gli effetti recessivi avrebbe finito per uccidere le nostre economie. Per anni e per mesi, però, non c’è stato verso. Dal Fondo Monetario Internazionale e da Bruxelles il messaggio non cambiava. Più austerità, più tasse e più tagli. Ora, davanti alla recessione che ne è uscita, sia dal Fondo che da Bruxelles escono voci che dicono: “avevamo sottovalutato gli effetti moltiplicativi delle misure fiscali restrittive”. Non solo, ma per la ripresa dell’economia si era voluto spingere l’acceleratore sulle sole riforme di struttura, e cioè liberalizzazioni e flessibilità del mercato del lavoro. Le stesse voci ammettono ora che queste riforme senz’altro servono, ma solo nel medio periodo, mentre nel breve fanno poco o nulla o forse anche peggio.

Col senno di poi si ammette dunque che, senza sovvertire l’austerità, la compresenza di misure –come si dice- anticicliche sarebbe essenziale. E che, di conseguenza, la cosa più urgente che a un governo come quello italiano si doveva e ancora si dovrebbe consentire è quella di pagare i suoi debiti alle imprese e di mettere in moto i piccoli investimenti dell’economia di manutenzione con i quali si fanno cose utili, si contiene la disoccupazione e si frena la caduta del Pil.

Già, col senno di poi. E intanto i buoi sono scappati, non solo sul terreno economico, ma anche su quello politico. Quante volte era stato detto che, continuando sulla sola strada intrapresa, si sarebbe minata la coesione sociale? Il risultato elettorale italiano ci spiega esattamente che cosa questo significa. Non necessariamente turbolenze sociali, ma prima o poi un cambiamento del panorama politico, con milioni e milioni di cittadini che dicono basta e che si affidano non più alla ragionevolezza dei ragionevoli, ma a chi il loro basta lo condivide e lo amplifica. Specie quando –va aggiunto- scandali e piccole e grandi ruberie concorrono ad alimentare sfiducia e discredito (magari anche a danno di chi non li merita).

Siamo a questo punto in Italia e il Parlamento che ne è uscito è un Parlamento a tre punte, che vanno tutte in direzioni diverse. C’è una via di uscita, un modo di evitare l’ingovernabilità e quindi un ritorno immediato alle urne com’è capitato in Grecia? Un governo fondato su un patto pre-costituito di maggioranza sembra ad oggi improbabile. Certo, molti italiani sarebbero contenti se il Capo dello Stato riuscisse a convincere i responsabili delle tre punte ad accantonare le differenze maggiori in nome dell’interesse nazionale e a condurle verso un programma ridotto ma robusto per poterlo realizzare. Non è però un’impresa facile e molte ragioni, o non ragioni, militano nel renderla forse impossibile.

Ove così fosse, non resterebbe che il governo di minoranza, che la maggioranza se la va a cercare presentandosi in Parlamento. Quando ciò si rende inevitabile, la figura alla quale è meglio affidarsi- dicono i manuali- è quella del Presidente del Senato, la cui legittimazione istituzionale lo abilita appunto ad andare in Parlamento senza avere alle spalle un patto di maggioranza. Subito dopo le elezioni, però, neppure questa strada è praticabile, giacché il Presidente del Senato deve essere ancora eletto e lo si dovrebbe spostare il giorno dopo la sua stessa elezione, rendendo così più apparente che reale la legittimazione insita nella sua carica. E allora l’unica legittimazione che rimane, per tentare il governo di minoranza, è quella proveniente dagli elettori, che va a chi è arrivato primo alle elezioni.

Non sappiamo ancora come ne usciremo. Una cosa sola sappiamo: se il senno di poi venisse usato prima, quanti guai ci sarebbero risparmiati.

Dal blog di Giuliano Amato.

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