Srebrenica, 19 anni dopo: la responsabilità dei caschi blu olandesi

Da Reset-Dialogues on Civilizations

E poi arriva quest’estate del 1995, siamo incastrati in questa gola da tre anni. L’estate arriva anche nelle città sotto assedio. Qui quello che succede è che all’improvviso ti viene giù il mondo”.
C’è un signore che stende un nastro di plastica, uno di quelli che si usano per le strade. Chi è dentro è sotto protezione delle Nazioni Unite. Chi è fuori no. Ma non ci stiamo tutti dentro questo nastro. Immaginate di sentirla tra le mani, una striscia di plastica. Questa è la consistenza che la comunità internazionale, nel luglio del 1995, ha dato ai musulmani d’Europa”.
Da Srebrenica, storia del massacro dei musulmani d’Europa, reportage teatrale di Paolo Vittone

L’Olanda dovrà risarcire le famiglie di 300 delle oltre ottomila vittime di Srebrenica. A 19 anni dal massacro il Tribunale dell’Aia ha accertato che i caschi blu del Duchbat III (battaglione olandese delle Nazioni Unite) di stanza a Potočari non fecero abbastanza per proteggere i civili dalla deportazione messa in atto dai serbi di Bosnia, esponendoli al concreto rischio di morte, come poi avvenne. La responsabilità dei militari Onu provata dalla Corte si ferma però alle vittime che al momento dell’eccidio si trovavano nella base, e non a tutti gli altri abitanti di Srebrenica che fra il 10 e il 13 luglio cercarono di mettersi in salvo.

È il 6 luglio del 1995 quando i serbi aprono le ostilità a Srebrenica, ma già da tre anni la città costituiva un’area di “sicurezza” controllata da UNPROFOR, la Forza di Protezione Onu. Inizialmente il generale serbo Ratko Mladić comincia a sondare il terreno con piccoli attacchi, finché non si rende conto che potrebbe andare avanti fino a “espugnare” tutta l’enclave senza incontrare particolari resistenze da parte dei caschi blu, e nemmeno della gente del posto che nel frattempo, come da accordi internazionali, ha consegnato gran parte delle armi di cui disponeva ai militari Onu.

Ai serbi bastano tre giorni per conquistare altrettanti punti di osservazione olandesi, a poca distanza dal centro abitato, mentre dalle due postazioni successive i caschi blu dei Paesi Bassi decidono di spostarsi verso Bratunac. Il 9 luglio i soldati di Mladić hanno già fatto 55 prigionieri fra i caschi blu. Più volte i bosniaci chiedono un intervento della Nato dall’alto, che possa fermare l’avanzata dei serbi. Il 10 luglio il tenente colonnello Thomas Karremans, a capo dei soldati Onu olandesi, incontra i rappresentanti civili e militari di Srebrenica e assicura che dal giorno seguente le postazioni serbe sarebbero state distrutte se non avessero lasciato l’enclave. La mattina dopo alcuni aerei della Nato sorvolano l’area e sganciano due bombe. Un solo carro armato serbo sarà distrutto. In tutta risposta Mladić invierà un messaggio al comandante olandese per minacciarlo di radere al suolo la città e di uccidere i soldati del Duchbat fatti prigionieri nei giorni precedenti.

Il raid aereo viene dunque fermato e i caschi blu impiegati in città ripiegano nel villaggio di Potočari, a tre km dalla città, dove si trova il loro quartier generale. Fra le 15 e le 20mila persone li seguono in cerca di protezione, ma soltanto a un quarto di loro è consentito entrare nella base; gli altri, che hanno deciso di non opporre resistenza all’arrivo dei serbi, si muovono alla volta di Tuzla, 50 km di distanza in mezzo ai boschi. Sulla strada saranno attaccati più volte, e molti uccisi sul posto, vittime di imboscate indiscriminate.

Quello stesso giorno i soldati serbi entrano a Potočari, dopo che il colonnello olandese aveva ottenuto da Mladić l’assicurazione che donne e bambini sarebbero stati evacuati, e che gli uomini fra i 17 e i 60 anni i identificati uno per uno, per scovare eventuali criminali di guerra. Nel pomeriggio arrivano una cinquantina di mezzi militari per far evacuare la gente. Inizialmente, Mladić arriva con le telecamere al seguito e viene ripreso mentre rassicura la gente, e i militari distribuiscono acqua e viveri (guarda il video).

Nel frattempo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito in sessione straordinaria e ha adottato la Risoluzione 1004 per l’immediata cessazione dell’offensiva delle forze dei serbi bosniaci e il loro ritiro da Srebrenica. I serbi intanto hanno riunito tutti gli uomini rastrellati a Potočari in un edificio di fronte all’accampamento degli olandesi. Alcuni vengono trucidati sul posto, anche adolescenti, altri nei quattro giorni successivi, a Bratunac, fra torture e sevizie. Il 16 luglio quelli che erano partiti alla volta di Tuzla arrivano a destinazione. Decimati. Saranno i primi a raccontare il genocidio più grande d’Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.

La caduta di Srebrenica era parte di un piano di “conquista” delle aree musulmane della Bosnia orientale, del presidente serbo Radovan Karadžić, che aveva in mente di separarle, accerchiarle, renderle insicure tanto da costringere gli abitanti a lasciarle.

Il 16 luglio scorso la Corte penale dell’Aia ha stabilito che i caschi blu avrebbero dovuto immaginare quanto si stava profilando: lasciare uscire la gente dal compound significava metterli nelle mani dei soldati serbi, ed esporli ad un rischio più che immaginabile di morte, visto che già allora si parlava dei crimini di guerra compiuti dalle truppe di Mladić.

La causa contro l’Olanda era stata intentata dai parenti delle vittime di Srebrenica, che avevano citato lo stato davanti alla Corte Internazionale per responsabilità nell’intero eccidio. Il Tribunale ha però ritenuto che non si possano imputare agli olandesi le morti degli altri quasi ottomila civili che si allontanarono dalla zona “volontariamente”, ma solo quelle avvenute entro i confini della “safe area” stabilita dalle Nazioni Unite.

La decisione ha comunque un peso simbolico forte, e arriva dopo quasi un anno dalla prima condanna inflitta all’Olanda per le stesse responsabilità, nei confronti di tre bosniaci musulmani che erano stati allontanati dalla base e poi uccisi dai serbi. Un precedente che ha aperto la strada a tante richieste di giustizia quanti sono i morti di Srebrenica.

8 mila106, si diceva nei primi anni Duemila, quando i cadaveri continuavano a venire alla luce dalle fosse comuni. Ancora oggi ci sono corpi che non sono stati identificati, e le vittime che hanno trovato un nome sono 6mila e 66. Il genocidio, secondo la Corte dell’Aia, si sarebbe compiuto comunque anche se i soldati olandesi avessero denunciato prima quanto stava accadendo. Perché questo non avrebbe comportato comunque un intervento immediato dell’Onu. Anche se i soldati avessero denunciato direttamente i crimini di guerra, le regole di ingaggio della missione UNPROFOR non avrebbero consentito un margine di difesa realmente efficace.

Secondo quanto riporta Erwin Schmidl in Peace Operation Between War and Peace, un comandante della Duchbat scrisse ai suoi superiori per avere informazioni più precise su come avrebbero potuto garantire la safe area di Srebrenica. “Non arrivò mai una risposta chiara – disse – ed ebbi come l’impressione che il concetto di safe area esistesse solo nei media”.

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