In Les Lumières sombres (Gallimard, 2026; tr. it. Illuminismo oscuro, Rizzoli 2026), Arnaud Miranda ricostruisce la genealogia della “neoreazione”, la corrente nata all’incrocio fra libertarismo e Silicon Valley che, da Curtis Yarvin a Nick Land, si è data come orizzonte la messa a morte della democrazia. Reset lo ha intervistato sulla tenuta delle sue categorie, sul suo rapporto con il neoliberalismo, sulla sua collocazione nell’architettura ideologica del trumpismo e sulla sua ricezione europea.
Cominciamo dal titolo. Les Lumières sombres riprende un’espressione coniata da Nick Land. Perché questa scelta? Si tratta di una categoria analitica utile?
Ho scelto questo titolo per il suo carattere sintetico ed estetizzante, e perché evoca tutto un immaginario. Ma non è, ai miei occhi, la categoria analitica più efficace. Quella che difendo dal punto di vista scientifico è la categoria di “neoreazione”, che ha inoltre il vantaggio di essere un termine indigeno, rivendicato dagli attori stessi. La prima occorrenza si trova in Curtis Yarvin, che assume l’etichetta di reazionario: dichiara di poter essere definito un reazionario, un ultrareazionario o un neoreazionario. Un giornalista riprende questo termine nel 2010, e gli attori finiscono per farlo proprio.
Le sembra una categoria precisa, quella di “neoreazione”?
Sì. È importante prendere la misura delle diverse tradizioni del pensiero di destra, e in particolare di un’opposizione che non è ermetica – esistono casi limite, autori che attraversano le categorie – ma che resta, dal punto di vista euristico, decisiva: quella fra conservatorismo e reazione. Il conservatorismo è mosso da una volontà di preservazione e di stabilità politica. Non cerca di cambiare in modo sostanziale il regime né di provocare una rivoluzione, ma di preservare certi valori morali, religiosi e politici entro un quadro dato. La reazione, al contrario, ritiene che sia troppo tardi per difendere quei valori e vuole trasformare lo stesso regime politico. Rapportate alla democrazia, le due posizioni divergono nettamente: il conservatore, anche quando non è democratico, non vuole necessariamente rovesciare la democrazia, cerca piuttosto di trasformarla, o quantomeno di garantirvi un certo numero di valori; il reazionario, invece, vuole metterla a morte. In questo senso si tratta effettivamente di reazionari.
Vi sono però elementi nuovi, ed è per questo che prendo sul serio il prefisso “neo”. Il primo attiene alla storia delle idee politiche: è l’eredità libertaria, che non appartiene alla tradizione reazionaria. Non siamo abituati a un simile intreccio fra reazione e libertarismo. Esistono precedenti, punti di passaggio, ma la combinazione resta inconsueta. Il secondo è il carattere tecno-accelerazionista, che va più in là dei germi di tecnofilia presenti nella tradizione reazionaria, nella rivoluzione conservatrice o nel fascismo. In Evola, per esempio, c’è senz’altro una forma di accelerazione, ma mai fine a se stessa: è sempre al servizio di una rigenerazione. Qui abbiamo a che fare con qualcosa di singolare, un’accelerazione tecnologica voluta per se stessa, valorizzata in quanto tale, destinata a trascendere l’umanità. In Nick Land l’accelerazionismo è l’accelerazione per se stessa, perché il capitalismo coincide con questa accelerazione tecnologica.
Tornando dunque a Nick Land e all’espressione da lui coniata, che ha scelto come titolo del suo libro: Les Lumières sombres. Solo un’immagine evocativa?
In realtà non solo: Les Lumières sombres, “L’Illuminismo oscuro”, riunisce in pochissime parole quasi tutto ciò che fa questa corrente. Esprime, con esattezza, il suo rapporto con la modernità. Non si tratta di una critica pura e semplice della modernità, ma di una difesa della modernità scientifica, ciò che Peter Thiel chiama “lo spirito baconiano”: una scienza che mira al progresso dell’umanità. Ciò che questa corrente rifiuta, invece, è il progetto emancipatore dell’Illuminismo: l’uguaglianza, l’universalità, il progetto morale.
Dark Enlightenment è dunque ciò che la modernità avrebbe potuto essere senza i Lumi – la modernità scientifica baconiana senza Rousseau. Il lato oscuro dei Lumi: quelli che si sarebbero voluti avere se non ci fosse stato quel progetto di emancipazione. Infine, nella formula c’è un riferimento a Star Wars, dunque alla cultura di massa e alla cultura geek. Nell’espressione stessa assistiamo alla collisione fra una tradizione intellettuale – l’Illuminismo filosofico, un pensiero vero e proprio iscritto nella storia delle idee – e questo riferimento inatteso alla pop culture, all’universo di internet. È anche per questo che il termine è stato scelto così bene e ha avuto fortuna: condensa in due parole la particolarità della “neoreazione”.
Veniamo alla questione della continuità fra “neoreazione” e neoliberalismo. Lei sostiene che la neoreazione opera una rottura con il neoliberalismo. Non ne sono del tutto convinta: fra gli altri, recentemente Quinn Slobodian, in Hayek’s Bastards, insiste al contrario sulla continuità fra neoliberalismo e paleolibertarismo, una delle correnti libertarie di destra che hanno influenzato fortemente la neoreazione…
Tutto dipende, credo, dalla definizione che si dà del neoliberalismo. Quando oppongo queste correnti al liberalismo e soprattutto al neoliberalismo, ne impiego una definizione molto ristretta. Lo associo al New Public Management degli anni Ottanta e Novanta: il progetto di una collaborazione fra Stato e attori privati, dove lo Stato deve facilitare l’emergere di mercati sufficientemente competitivi per essere efficienti.
In questo senso non si può assolutamente dire che la neoreazione sia neoliberale, nella misura in cui un elemento centrale di questo neoliberalismo è l’idea di competizione. Ora, i neoreazionari vi si oppongono ferocemente. La concezione che Thiel ha del capitalismo, ed esprime in Zero to One, sta in una formula: non crede più al capitalismo della concorrenza, crede al capitalismo del monopolio. Non è dunque neoliberalismo, né tantomeno liberalismo, a condizione di concepire il liberalismo come fondato sull’idea di competizione. In Nick Land, allo stesso modo, la concezione del capitalismo non ha nulla di liberale: è una concezione nietzscheana, doppiata da un deleuzismo un po’ bizzarro – Nietzsche e Deleuze fatti collidere con il capitalismo. Non è una concezione liberale dell’attività economica; è una concezione profondamente predatoria, che in un quadro liberale non ha davvero senso. Un altro esempio: Yarvin è un critico accanito del liberalismo, e più precisamente del neoliberalismo, che gli appare un’aberrazione.
Qual è dunque la differenza più rilevante fra il neoliberalismo e la neoreazione?
Per dirla in modo un po’ caricaturale, nella prospettiva libertaria o post-libertaria di questi autori lo Stato dev’essere abbattuto e sostituito dal modello dell’impresa; nella prospettiva neoliberale, invece, lo Stato deve permettere al mercato di funzionare correttamente e garantire una certa forma di competizione. Abbiamo dunque l’idea di una sostituzione dello Stato con il modello dell’impresa, e non di una collaborazione fra i due.
Detto questo, sono del tutto aperto a un’altra interpretazione, come quella di Slobodian. Per quanto questi autori si presentino come libertari desiderosi di sostituire lo Stato, in realtà ne beneficiano e lo dissanguano esattamente come i neoliberali: Thiel ha ricevuto i finanziamenti del Department of Defense per Palantir, Musk beneficia di finanziamenti pubblici per SpaceX. Tutta la questione sta dunque nel grado di definizione che si dà del neoliberalismo.
Dunque la neoreazione vorrebbe produrre, almeno in teoria, una ristrutturazione del capitale globale di tipo nuovo. In che modo?
Un autore che mi ha aiutato molto a pensare a questo è lo storico dell’economia Arnaud Orain. Nel suo libro, Le monde confisqué (tr. it. La conquista del mondo), sostiene che il capitalismo, dall’età moderna in poi, conosce fasi liberali, di competizione, e fasi illiberali, antiliberali, di predazione. Per lui saremmo entrati in una fase piuttosto antiliberale, che corrisponde alla comparsa di compagnie-Stato, che non stanno fra loro in rapporti di competizione, ma in rapporti di predazione relativi a risorse e territori. Non si tratta semplicemente di conquistare quote di mercato, si tratta di conquistare risorse e territori.
Aggiungo un’ultima cosa, a proposito di Peter Thiel. La sua grande critica è una critica antiliberale del capitalismo liberale: la cosa peggiore che sia capitata alla Silicon Valley, dice in sostanza, è l’iPhone. L’invenzione grezza è soltanto lo smartphone, e poi tutte le imprese lottano per ottenere piccole quote di quel grande mercato creando applicazioni diverse le une dalle altre, ma che alla fine non creano alcun valore e si limitano a spartirsi frammenti di mercato. Attraverso questa critica, Thiel prende di mira anche una concezione a suo giudizio troppo liberale della tecnologia: l’idea che l’innovazione debba favorire la pacificazione dei rapporti sociali e una crescente orizzontalità delle relazioni. Nella sua concezione non è affatto così. È molto antiliberale, e non solo in senso economico: è antiliberale anche dal punto di vista politico, contro l’idea che il commercio produca pace. L’idea è che si tratti ormai di passare ad altro, a un capitalismo che non è più soltanto un capitalismo dell’innovazione ma che passa per la predazione e la creazione di monopoli.
La predazione e il militarismo a cui ha accennato implicano però un rapporto particolare fra Big Tech e Stato. La neoreazione vorrebbe eliminare lo Stato, ma ha bisogno di quest’ultimo per realizzare il suo programma. Necessita di una fase di transizione: come viene pensata?
Se ho detto che la neoreazione vuole sopprimere lo Stato, non sono stato abbastanza preciso: non lo vuole sopprimere, è la sua ispirazione, la sua eredità libertaria che tende a volerlo sopprimere. I libertari, e in particolare gli anarco-capitalisti come Hans-Hermann Hoppe, vogliono idealmente sopprimere lo Stato. Ma la svolta post-libertaria degli anni Duemila, con Curtis Yarvin e anche con Peter Thiel, corrisponde a una presa di coscienza: quell’ideale anarco-capitalista di soppressione dello Stato non funziona, è completamente irrealistico. La posta in gioco non è dunque sopprimere lo Stato né fare secessione, ma rovesciarlo prendendone il controllo. Poi, una volta preso il controllo, cambiarne la forma per ridurne al minimo l’ampiezza. Non si tratta di distruggerlo, ma di sostituirne il funzionamento: passare da uno Stato democratico e burocratico a uno Stato-impresa che si occupi soltanto del minimo, cioè della sicurezza e delle condizioni della prosperità. Ecco l’ideale della neoreazione oggi.
Poi c’è da chiedersi se si tratti davvero di un colpo di Stato o piuttosto di una sorta di una transizione di potere all’interno dell’apparato statale vigente. Ciò che è particolare in questi autori è che si tratta di entrambe le cose. La loro concezione del colpo di Stato – Yarvin lo dice in modo chiarissimo ed esplicito – non è quella di una rivoluzione. Tutt’altro: credere che sia il popolo a dover fare la rivoluzione significa pensare ancora in modo democratico. Nel colpo di Stato ideale il popolo non si accorge quasi per nulla che stia accadendo qualcosa. La loro idea di colpo di Stato è elitaria: un cambiamento di funzionamento a livello dell’apparato statale, una pulizia, un reset – parlano talvolta di reboot, si veda Yarvin. Si tratta di ridefinire la macchina burocratica. Per me si tratta effettivamente di un colpo di Stato.
Ciò che sta realizzando la seconda amministrazione Trump è in linea con questo programma? Yarvin stesso, d’altra parte, è stato pubblicamente assunto come uno degli intellettuali di riferimento del trumpismo…
È stato il DOGE che ha reso davvero mediatico Yarvin, che fino ad allora era piuttosto sconosciuto. Perché? Perché lì c’era l’idea della distruzione della burocrazia per realizzare un cambiamento di regime. Non era semplicemente il vecchio mantra dello “sgrassare il mammut”, come si dice in Francia, togliere tutto il grasso dello Stato per conservarne solo l’essenziale: era anche in preparazione di un cambiamento di regime. C’era questo nell’ottica del DOGE. Yarvin aveva del resto indicato esattamente la procedura da seguire, dicendo che occorreva affidare la transizione a un amministratore delegato.
Quanto alla prima parte della sua domanda: credo bisogni innanzitutto riconoscere le molte anime del trumpismo. Nel libro, io vi distinguo tre poli ideologici piuttosto nettamente definiti. C’è anzitutto il nazionalpopulismo, maggioritario nel 2016 con Steve Bannon, vero architetto della prima campagna di Trump. Il nazionalpopulismo ha fallito nel diventare la vera macchina ideologica del trumpismo, perché non c’erano intellettuali abbastanza persuasivi e soprattutto perché il populismo non ha davvero un’architettura: dovendo rincorrere i desideri del popolo, un’ideologia di questo tipo non può avere un’architettura solida del potere. A partire dalla fine degli anni Dieci, durante il primo mandato di Trump, un certo numero di trumpisti – fra cui Peter Thiel, molto attivo in quel periodo – ha dunque cercato di pensare a quello che chiamavano il “trumpismo dopo Trump”, arricchendolo di nuove ideologie.
Quali sono gli altri due poli ideologici?
Gli altri due poli ideologici compaiono in quel momento. Anzitutto il post-liberalismo, principalmente di autori cattolici: conservatori radicalizzati, passati a mio avviso alla reazione, perché non si trattava più semplicemente di difendere valori, ma di ridefinire in modo non liberale la lettura della Costituzione americana, vale a dire di privilegiare la comunità religiosa rispetto ai diritti individuali. L’ultimo polo infine è la neoreazione, con la saldatura fra grandi attori della Silicon Valley e il trumpismo. La grande particolarità del trumpismo oggi è che abbiamo a che fare con una sorta di lega composita. C’è sempre quell’elemento nazionalpopulista, che resta il cuore del discorso pubblico di Trump e gli permette di conservare il suo elettorato; ci sono poi i conservatori religiosi radicalizzati, che vogliono davvero un cambiamento di regime per rivalorizzare i valori religiosi, la comunità e così via; e ci sono quegli attori della tecnologia che contano di approfittare del trumpismo a proprio vantaggio.
Come fa Trump a sintetizzare queste differenti anime? Vi riesce?
Trump riesce a tenere insieme tutto questo in modo abbastanza sorprendente, proprio perché non sceglie mai fra queste ideologie. Si presenta come completamente antideologico: o come completamente folle, o come perfettamente pragmatico, un deal-maker, nient’altro. E promette semplicemente la rivoluzione, promette di aprire una breccia nella storia americana. Dà così a ciascuna delle correnti la voglia di salire a bordo, perché è “ora o mai più”, e ciascuna accetta di transigere con le altre. Ma ci sono già crepe fra queste correnti. È il caso delle prime turbolenze del caso Epstein, nel giugno 2025, quando i nazionalpopulisti ritenevano che Trump avesse tradito la loro base, non rendendo pubblica la lista dei clienti, mentre gli altri quadri ideologici, gli altri intellettuali, non capivano affatto quale importanza potesse avere quella vicenda rispetto alla rivoluzione politica in corso. Ci sono state anche tensioni, in particolare a inizio anno, attorno agli interventi nella politica estera, visti molto male dai nazionalpopulisti, che sono anti-interventisti, laddove la neoreazione e più in generale la Silicon Valley vi sono piuttosto favorevoli, per ragioni di interesse militar-industriale non meno che ideologiche, hanno per esempio visto l’intervento in Venezuela come eccellente per gli interessi americani.
Esistono dunque tensioni, e la più grande, quella che in futuro porrà probabilmente più problemi, è quella che oppone i religiosi alla Silicon Valley: i post-liberali e i nazionalpopulisti da un lato, la neoreazione e la Silicon Valley dall’altro. Da una parte un progetto fondamentalmente transumanista e accelerazionista; dall’altra valori piuttosto tecnofobi, in nome della preservazione di una natura umana. Si vedono già post-liberali critici verso tutto ciò, e Steve Bannon ha ribattezzato il suo movimento Humans First, contro l’IA. Alcuni attori cercano comunque di fare da ponte fra le due parti: J.D. Vance ne è l’esempio migliore, e quando Peter Thiel parla dell’Anticristo nelle sue conferenze, ciò ha ai miei occhi una sola funzione, quella di tradurre in un linguaggio udibile per i religiosi temi che a priori sono loro estranei. Parlare di accelerazione tecnologica a un religioso significa parlare del diavolo, a meno che non si rimaneggi il tutto con concetti teologici per far intendere che non si è semplicemente un padrone della tecnologia, ma che ci si interessa anche molto da vicino alle questioni teologiche. Ecco, per me, tutto ciò che si gioca in questa lega ideologica attorno a Trump. E naturalmente non c’è solo l’ideologia.
Uscendo dagli Stati Uniti: la neoreazione sta avendo successo anche altrove, nel mondo?
L’unico vero caso di esportazione di queste idee è per ora l’Argentina: attorno al governo Milei, e in particolare attorno a Santiago Caputo, si trovano attori che si rifanno alla neoreazione, cosa che non accade da nessun’altra parte, per quanto ne so.
Per quanto riguarda altre regioni e altre circolazioni transnazionali, credo che sarebbe molto interessante capire ciò che sta accadendo sul versante cinese: come gli intellettuali cinesi, che leggono moltissimo la produzione ideologica statunitense – in particolare quella conservatrice e reazionaria – stanno recependo la neoreazione.
La ricezione in Europa è di qualche rilievo?
Per l’Europa il fenomeno è rimasto abbastanza marginale fino al 2024; da quel momento ha acquistato importanza. Ho cercato di seguire, in particolare in Francia, la circolazione di queste idee dalla fine degli anni Duemila. Si constata una prima ricezione, a partire dall’inizio degli anni Dieci, da parte di ingegneri passati per gli Stati Uniti, che traducono in francese, sui propri blog, i testi dei libertari e dei post-libertari neoreazionari, oppure li commentano. In Francia abbiamo in particolare un ingegnere che ha studiato in Francia e ha poi lavorato nella tecnologia, il quale già nel 2011-2012 promuove davvero queste idee. Esse circolano poi in forum che si presentano come liberali, ma che appartengono piuttosto al libertarismo francese. Alla fine degli anni Dieci un collettivo che anima il blog RAGE intraprende una traduzione molto più sistematica di questi autori: realizza interviste con loro, li promuove e scrive esso stesso testi che presenta come neoreazionari. I canali di trasmissione restano piuttosto esigui: qualche migliaio di persone li segue, resta molto di nicchia.
Il punto interessante è che questi autori sono per la maggior parte ingegneri, quando se ne conoscono i percorsi, e che in un primo momento si presentano come liberali e non come di estrema destra. Ciò che li interessa è soprattutto la dimensione libertaria più che quella di estrema destra. Anche il collettivo di cui parlo, RAGE, si presentava inizialmente come non reazionario; è cambiato da allora, perché ha capito l’interesse che c’era a rivendicare l’etichetta di estrema destra e di reazione.
Come mai dal 2024 il fenomeno ha cessato di essere marginale?
Perché da quell’anno le cose sono cambiate, per due ragioni. Per rimanere ancora in Francia: gli autori neoreazionari hanno trovato canali nell’estrema destra, in particolare presso un influencer francese, Julien Rochedy, che era stato in passato legato al Rassemblement National. Inoltre, da quell’anno, l’estrema destra francese si è manifestamente interessata a queste prospettive – in un primo momento a partire dalla loro mediatizzazione negli ambienti dell’estrema destra americana, poiché una parte dell’estrema destra francese segue i podcast largamente ascoltati negli Stati Uniti, alcuni dei quali hanno menzionato o talvolta invitato figure neoreazionarie. Infine, bisogna rilevare che dall’intervista di Yarvin al New York Times, di questo fenomeno hanno parlato anche molto i media francesi – i media mainstream, non di estrema destra. L’estrema destra si è allora trovata nell’obbligo di posizionarsi rispetto a queste idee.
E quali sono i posizionamenti dell’estrema destra francese rispetto alla neoreazione?
Ritengo ci siano due estreme destre. Da un lato, c’è un’estrema destra che la considera una trappola, perché si tratta di una variante del capitalismo; questa estrema destra antimoderna si presenta come anticapitalista, in nome della preservazione della tradizione, contro la tecnofilia della neoreazione. A ciò si aggiunge un discorso secondo cui, per antiamericanismo, bisogna opporsi a queste idee, poiché sarebbero una variante dell’imperialismo americano che minaccia la sovranità francese. Dall’altro lato, c’è un’estrema destra molto più aperta, che considera tutto ciò un’occasione per rinnovare il proprio discorso: per spostare l’ossessione dell’estrema destra per l’Islam e l’immigrazione verso visioni più positive di ciò che potrebbe essere un progetto di estrema destra tecnofilo, con una proiezione sull’IA, sulla robotica e così via.
L’esempio migliore, che non ho potuto inserire nel libro, perché non ne ero a conoscenza, è il viaggio di Yarvin in Francia nel 2025. Qui ha due incontri particolari: Éric Zemmour e Renaud Camus. Zemmour ha molto apprezzato il pensiero di Yarvin, lo ha trovato geniale. Quando il primo è stato intervistato, poi, da un giornalista del Figaro a proposito di quell’incontro, ha dichiarato che ormai, quando gli si parla di immigrazione, risponde solo parlando di “robot e IA”, vale a dire che ciò gli permette di rinnovare il proprio discorso su quei temi, in linea con la neoreazione. Con Renaud Camus, la grande figura dell’estrema destra francese che ha avuto un’eco internazionale, al contrario, c’è stato un disaccordo completo. L’unica ricezione partitica, se ne esiste una, si colloca piuttosto attorno a Zemmour: nell’ultima campagna di Sarah Knafo, candidata alla sindacatura di Parigi, si è vista una campagna molto antiburocratica – bisognava smettere di pagare funzionari perché non facessero nulla – e che puntava molto sulla dimensione dell’IA. Non ha quasi parlato di immigrazione né di Islam, mentre per un certo tempo quello era stato il punto di forza e il cuore dottrinale di quella forza politica. Vi è dunque una divisione, e in Francia mi sembra abbastanza sintomatica.
E in Italia?
Ho l’impressione che in Italia sia un po’ diverso, in particolare perché la cosa si connette a un’eredità molto più tecnofila di quella dell’estrema destra tradizionalista francese. L’evoluzione di Meloni mi pare molto interessante a questo riguardo: una forma di trumpismo molto entusiasta in un primo momento, che si sfuma poi via via che coglie l’incompatibilità, assai importante, fra una “trumpofilia” – non so bene come chiamarla – e il sovranismo. Un sovranismo di facciata, senza dubbio, perché non è così netto, ma pur sempre un discorso sovranista: non si possono difendere insieme la deregolamentazione e il sovranismo, non è possibile. Le imprese tecnologiche americane militano per la deregolamentazione in Europa e per la conquista dei mercati europei. È dunque, a mio avviso, molto complicato. C’è qui una grande sfida per i partiti di estrema destra: riuscire a fare la cernita, a difendere una sovranità europea che presuppone appunto la creazione di un intero tessuto industriale – proprio quello che il trumpismo, almeno nella sua versione tecnologica, intende smantellare per approfittare di un mercato europeo ancora in ritardo rispetto alle imprese americane.


