Integrazione politica e allargamento soft: Macron disegna la nuova Europa

Il "think-tanker-in-chief" chiude la Conferenza sul Futuro Ue e lancia le riforme

Ora è ufficiale: il 9 maggio 2022 potrebbe seriamente finire sui libri di Storia – come fior di analisti avevano previsto. Soltanto, per un evento radicalmente opposto a quello a lungo evocato. Non la fine della guerra in Ucraina – lungi da ciò – né la sua dichiarazione ufficiale a scoppio ritardato. Non l’annuncio di qualche nuova improbabile offensiva, in una guerra già fallimentare per il suo stesso mandante, né di qualsiasi “ritocco” politico a Mosca. Nulla che provenga da Vladimir Putin, insomma – al di là della riproposizione di una trita propaganda ad uso e consumo interno.

La Storia invece, se i prossimi mesi e i prossimi leader saranno all’altezza delle aspettative, si è fatta a Strasburgo. Nell’emiciclo del Parlamento europeo, trasformato per un giorno in teatro e in camera d’orchestra, in agorà e perfino in asilo nido sui generis, l’Unione europea ha messo in scena – vale la pena dirlo – la risposta più alta e consona ai deliri di guerra del Cremlino, rispedendoli virtualmente nell’angolo impolverato di un altro secolo.

L’occasione era servita su un vassoio d’argento: la conclusione della Conferenza sul Futuro d’Europa – progetto partecipativo, qui raccontato, che ha consentito a 800 cittadini scelti in modo casuale e rappresentativo tra i suoi 447 milioni di mettere mano alla macchina dell’Unione, sezionarne la ragione e finalità, e ciascuna delle politiche, per poi ricomporre il puzzle da capo, inserendo innovazioni e chiedendo cambiamenti. Il 9 maggio, a distanza di un anno esatto dalla sua apertura, cittadini di ogni nazione in rappresentanza di quegli 800 – ma anche delle migliaia d’altri che hanno discusso e interagito in dibattiti a livello locale, nazionale o online – erano chiamati a presentare i 49 input frutto della sintesi di mesi di lavori ai decisori europei. Poteva essere una pagina noiosa o un appuntamento burocratico: è stato una Festa. A base di partecipazione democratica, di un crogiuolo di volti e lingue, di arte, danza e musica. Di quello per cui vale la pena l’Europa, insomma. Il contrasto, cercato e trovato, con la lugubre parata di armamenti a Mosca non poteva essere più lampante, e illuminante.

Ma non è questo che annoteranno gli storici – se non in un box sulle curiosità d’accompagnamento. Ciò che resta agli atti della giornata – ed era tutt’altro che scontato, sino a una manciata di settimane fa – è che il mix imprevisto della spinta civica dal basso della Conferenza con quella criminale da Est di Putin hanno prodotto un nuovo, possibile balzo in avanti del progetto europeo. Su due livelli. A dargli corpo e voce, nella studiata scenografia della “sua” Strasburgo, è stato Emmanuel Macron. Individuata la sfida cruciale che emerge insieme dalla Storia e dalle raccomandazioni della Conferenza – «essere efficaci anche in tempo di pace, non solo dopo guerre o crisi» – il presidente francese e di turno Ue ha evocato due C maiuscole che potrebbero cambiare il corso del fiume europeo.

La prima è quella di Convenzione. Parola che nel linguaggio europeo vale appena meno di ciò che indichiamo come “Costituente” nei sistemi nazionali, e che nessuno osava più pronunciare – specialmente in Francia – dal 2005, quando l’ultima e più ambiziosa, quella guidata da Valéry Giscard d’Estaing e Giuliano Amato, si arenò sullo scoglio dei referendum popolari francese e olandese (qui le riflessioni consegnate a Reset dall’ex premier italiano su ragioni e senso di quel flop). Torna a pronunciarla ad alta voce, il rieletto Macron, facendosi forte della spinta del Parlamento europeo, dell’appoggio italiano confermato una settimana fa da Mario Draghi e di quello più silente ma assicurato della Germania di Olaf Scholz. E spera di cogliere un momentum, spingendo tutti gli altri governi dell’Ue a dare il via libera ad una nuova assemblea intergovernativa chiamata a rivedere i Trattati fondativi – per dare all’Ue più poteri e sovranità, e meccanismi decisionali più rapidi. Non è detto che funzioni – se è vero che almeno dieci governi dell’Est e del Nord sono già pronti a mettersi di traverso – ma la palla è lanciata, così come l’avvertimento collaterale: se non tutti i Paesi sono disposti a procedere verso una maggior integrazione (su energia, difesa, salute, politica sociale etc.), via libera alla “differenziazione aperta” per permettere a quei gruppi di Paesi che lo vogliono di avanzare. Il modello, vincente e rivendicato, è quello dell’Euro, o di Schengen.

La seconda C ha un nome che suona vintage, ma un sapore ancor più “costituente” e strategico. Comunità Politica Europea, l’ha battezzata Macron (prendendosi un bel rischio simbolico, considerata la débâcle dell’omonimo organismo che avrebbe dovuto mettere le ali all’integrazione politica europea, cinquant’anni fa esatti). Di che si tratta? Della risposta istituzionale al dilemma etico-politico che attanaglia tutti i leader europei in questo momento: come tenere insieme il sì di principio che non possono non dare alla richiesta ucraina di entrare nell’Europa politica, per la cui difesa, simbolica e non, solo hanno imbracciato le armi, con i mille dilemmi identitari connessi e la necessaria gradualità del processo? Senza contare che dietro all’Ucraina s’affollano le domande d’adesione di Georgia e Moldavia, e poi ancora – anzi, prima – le ambizioni di Albania e Macedonia del Nord, Serbia e Montenegro. Un rebus geopolitico – specie se intrecciato al primo cantiere – che Macron propone ora brillantemente di risolvere (ma a propugnare la stessa idea da settimane era il segretario Pd Enrico Letta, sotto il nome, forse più adatto, di “Confederazione europea”) dando forma a una nuova struttura sovra-nazionale. Come in una costruzione a cerchi concentrici, la CPE proposta da Macron dovrebbe attrarre, integrare ed unire nella “famiglia europea” le nazioni della più vasta Europa geografica – a est e sud-est – senza però “appesantire” entrambe le parti del lungo e faticoso processo d’adesione all’Ue. I membri della CPE condividerebbero con gli altri dell’Ue vertici, politiche e decisioni in un paniere di settori chiave – energia, esteri, difesa – e maturerebbero idealmente nel frattempo sotto i profili, essenziali per l’Ue, dello stato di diritto e dell’economia di mercato.

Di fronte allo sconquasso geopolitico provocato dall’invasione russa, ha chiarito Macron, l’esercizio cui leader e opinioni pubbliche delle nostre latitudini sono chiamate non è nulla meno che il ripensamento dell’organizzazione politica del continente europeo – così come dopo altre giunture-chiave della sua storia contemporanea. Il think-tanker-in-chief dell’Ue, come ebbe a definirlo Politico, ha lanciato la sua doppia proposta. Palla agli altri governi, ora. E a tutti noi.

 

Foto: Ludovic MARIN / AFP.

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