Le elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre sono considerate da molti un verdetto sul 7 ottobre 2023 che ha cambiato in profondità l’identità e gli orientamenti del Paese. Ma di che tipo di verdetto si tratterà?
Israele è chiuso in un solipsismo paradossale. Non c’è nessun soul-searching rispetto ai 70-80mila morti a Gaza e al dibattito che documentari come Naza (2026) e La Voce di Hind Rajab (2025) hanno generato all’estero, ma anzi un ampio consenso sul fatto che Israele debba uscire dalla guerra con frontiere più sicure, ovvero che sia nel 70 per cento della Striscia per restare.
La guerra a Gaza e il post conflitto
Esiste un doppio traumatismo nell’elettorato israeliano rispetto a Gaza che è quasi impossibile da comprendere dall’estero. Alcuni partiti di governo ma anche dell’opposizione (si veda Israel Beitenu) ritengono che il 7 ottobre non sarebbe stato possibile se nel 2005 non vi fosse stato il Piano di disimpegno unilaterale iniziato dall’allora premier Ariel Sharon, anche noto per il massacro di Sabra e Chatila, ma in Israele oggi passa piuttosto come una “colomba”. Su Gaza è difficile percepire grandi differenze tra partiti considerati di “centro”, come Yesh Atid (ancora prima della fusione con Naftali Bennett) e Yeshar, e l’estremismo radicale di Otzma Yehudit, nonostante i primi non parlino apertamente di remigrazione.
La vera novità, rispetto al pre-2023, è però che i partiti centristi concordano nel non cedere nessuno dei territori che Israele ha conquistato al prezzo della guerra, e sul fatto che il vantaggio militare acquisito sul terreno debba permettere a Israele di circondarsi di buffer zone, che possano garantirne la sicurezza, e tornare a esercitare il massimo della deterrenza sui propri nemici (Hamas e il disgregato ma ancora esistente “Asse della Resistenza”). Oltre al fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) non sia in grado di assumere alcuna responsabilità di governo.
Certo, i partiti più radicali, come i Sionisti Religiosi (ha-Tzionut ha-datit) e l’Orgoglio ebraico, parlano apertamente di “ritorno a Gush Katif”, ovvero di ripristino degli insediamenti a Gaza, mentre le forze di centro-destra propendono per un maggiore allineamento alle future direttive del Board of Peace, da cui però vorrebbero comunque espellere gli Stati considerati nemici, come Qatar e Turchia, e, secondo alcuni, anche l’Egitto. Infine, le forze “moderate” – ovvero ha-Demokratim, Yashar, e Beyachad – parlano del ritorno a un approccio diplomatico, ma quello che hanno in mente è piuttosto un riavvio della cooperazione regionale con i Paesi arabi moderati del Golfo e gli Stati Uniti più che un rilancio del dialogo con i palestinesi completamente assenti dalla scena.
La soluzione a due Stati
Non sorprende, dunque, che in un raro dibattito televisivo collettivo, ospitato domenica 11 ottobre dall’emittente JNS, otto su nove partiti, tra i principali dei 38 che corrono alle elezioni, si sono fermamente pronunciati contro la creazione di uno Stato palestinese. Queste posizioni fanno eco ai dati dei più recenti sondaggi del Pew Research Center, che mostrano che gli ebrei israeliani a maggioranza non credono più alla pace (solo il 16 per cento si dichiara favorevole a uno Stato palestinese, il dato più basso degli ultimi trent’anni). Un dato a cui, però, fa eco la disillusione dell’opinione pubblica palestinese, secondo cui solo un palestinese su cinque (il 21 per cento) ritiene che Israele e uno Stato palestinese possano coesistere in pace. La maggioranza in entrambi i territori – il 56 per cento in Israele e il 68 per cento in Cisgiordania e a Gerusalemme Est – non considera più possibile una soluzione a due Stati ed è in dubbio se l’Anp sopravviverà al prossimo governo israeliano.
È chiaro che il contesto post 7 ottobre è molto diverso dal precedente: non perché gli Accordi di Oslo non fossero già in netto tracollo, ma perché il “Diluvio di al-Aqsa” ha contribuito a sgombrare il campo dagli elementi che ancora ne conservavano le sovrastrutture. L’architettura che emergerà dalle prossime elezioni israeliane sarà sostanzialmente diversa. Il tema non sarà più che relazioni intessere con l’Anp, ma che posizione assumere nei confronti degli alleati occidentali e del Board of Gaza, che l’attuale governo ha boicottato finora, ma con cui alcune forze più moderate dell’opposizione – Yashar, Beyachad e ha-Demokratim – vorrebbero collaborare per rilanciare la special relationship con gli Stati Uniti, soprattutto in vista delle elezioni di midterm che potrebbero vedere un ritorno dei Democratici al Congresso.
Il conflitto israelo-palestinese come lo abbiamo conosciuto nel corso del ’900, come lotta tra due comunità nazionali con pari diritti di affermarsi sulla stessa terra, è finito perché le Nazioni Unite e la comunità internazionale nel suo insieme hanno permesso l’orrore di Gaza senza nessun intervento. La mancanza di pressioni a livello internazionale ha una ripercussione diretta sulle elezioni israeliane, dove il tema è appunto scomparso dall’agenda politica per lasciare spazio a una serie di altre tensioni che polarizzano il dibattito interno.
La questione degli ultraortodossi
Al primo posto figurano i conflitti inter-ebraici. La guerra ha resto che ha reso evidente per quasi tutti i partiti dell’opposizione che la leva degli ultraortodossi non sia più rimandabile e la ripartizione degli oneri fiscali nemmeno. La questione è resa ancora più urgente dal fallimento di quella che l’IDF chiama “ha-conceptzia”, ovvero la strategia militare secondo cui Israele avrebbe potuto fare progressivamente a meno di un ampio numero di soldati puntando sulla superiorità tecnologica, sul dominio informatico e sull’intelligenza artificiale per svolgere l’80 per cento dei compiti routinari di controllo.
Poiché lo sforzo bellico dal 2023 si è fortemente accentuato e non è destinato ad attenuarsi, proiettandosi anzi in una competizione regionale non solo con l’asse della Resistenza ma anche con Siria e Turchia, e la convinzione ormai condivisa da tutte le forze politiche è che Israele sia condannato a “vivere con la spada”, l’IDF ha stimato che all’appello manchino 15mila soldati, di cui almeno 8mila combattenti. Da reclutare necessariamente tra gli ultraortodossi. Secondo alcuni plausibili scenari demografici (si vedano gli studi di Sergio Della Pergola), questi ultimi sono infatti proiettati a crescere entro il 2065 fino al 35 per cento della popolazione ebraica e al 50 per cento delle nuove generazioni, ma rappresentano una comunità totalmente a carico del Paese sia dal punto di vista militare che economico.
La crescita importante del loro peso demografico all’interno della comunità ebraica preoccupa, dunque, da molteplici punti di vista le forze laiche dell’opposizione, come Yashar, Beyachad, Israel Beitenu e ha-Demokratim, che propongono soluzioni diverse per affrontarla. Se la sinistra (ha-Demokratim), Beyachad e il partito dei russi (Israel Beitenu) parlano apertamente di andare allo scontro, imponendo una leva forzata e sanzioni fino alla prigione per i disertori, Yashar, interessato a emergere come forza leader dell’opposizione capace di unire il popolo israeliano, si mostra fermo sulla necessità della leva universale, ma più conciliante nei toni, proponendo di avvicinare gli ultraortodossi al servizio militare con programmi dedicati, servizio civile e altri incentivi. I partiti dell’opposizione leggono inoltre la questione ultraortodossa attraverso griglie più ampie. Il problema è anche il mancato contributo alla società nel suo complesso: le esenzioni fiscali e i benefici di cui godono gli ultraortodossi – tra cui i finanziamenti per yeshiva e kollel per consentire agli studenti haredim di dedicarsi allo studio a tempo pieno, i sussidi per gli asili nido e gli affitti, i forti sconti sull’imposta immobiliare (Arnona), e soprattutto, gli assegni familiari per le loro numerose famiglie – e il sistema d’istruzione separato, che non prepara le nuove generazioni ad avere un ruolo attivo nella società non fornendo loro conoscenze di base come matematica e inglese. Al contrario, il Likud di Netanyahu, che vede i due partiti ultraortodossi – Shas e UTJ – come storici alleati, ritiene il problema della leva secondario e affrontabile attraverso l’implementazione di quote progressive che avvicinino gli haredim all’esercito gradualmente e senza tensioni.
La riforma della giustizia
Il secondo punto alacremente oggetto di dibattito è la riforma della Corte Suprema o la famosa “clausola della revisione giuridica”: i partiti dell’opposizione difendono di massima l’autonomia della Corte Suprema e lo stato di diritto fondato sulla separazione dei poteri, anche se con la notevole eccezione di Israel Beitenu e alcuni distinguo da parte di Yashar, che non è favorevole alla riforma introdotta dal governo ma auspica delle modifiche al rapporto tra potere giudiziario e legislativo a favore di quest’ultimo.
I partiti della coalizione di governo, al contrario, dipingono la battaglia contro la Corte Suprema in toni epici. Uno degli slogan sventolati a favore della riforma Levin – già promossa nel 2023 e oggetto di numerose contestazioni – è che il sistema giuridico dovrebbe abbandonare la propria origine liberale per riflettere maggiormente il sentire del popolo ebraico e la sua specificità: “Se la Terra d’Israele è una terra di santità e di valori, allora anche il sistema giuridico che vi opera deve riflettere i suoi valori e il suo patrimonio”. Così facendo, le forze di governo ritengono di condurre una battaglia contro l’élite della magistratura, bollata come “liberale” e accusata di prendere decisioni strategiche – come il diritto dei cittadini arabi d’Israele al ricongiungimento familiare –, senza essere stata eletta. La colpa suprema della Corte, per la Destra al governo, sarebbe che le sue sentenze metterebbero a repentaglio la vita dei soldati israeliani, imbrigliando la libertà di manovra e di combattimento dell’IDF. Contro di esse e in nome di un etno-populismo giuridico si sarebbe aggregata una maggioranza più cospicua di quella raccolta nel 2023, che può contare sostenitori anche nei partiti all’opposizione.
Commissione d’inchiesta sul 7 ottobre
Un terzo punto è rappresentato dalla richiesta di istituire una commissione d’inchiesta sulle responsabilità delle falle riscontrate nel sistema di sicurezza il 7 ottobre 2023, che i partiti dell’opposizione vorrebbero fosse una commissione di Stato, a guida della Corte Suprema, e i partiti di governo, di nomina governativa. Il disegno di legge presentato dal Likud nel dicembre 2025 è favorevole all’istituzione di una “Commissione d’inchiesta nazionale-statale”, ovvero vorrebbe affidare l’indagine alla Knesset, ma su questo specifico punto tutte le forze dell’opposizione sottolineano unanimemente come non abbia senso affidare l’inchiesta a quelle stesse forze politiche responsabili del disastro, che hanno contribuito alla “peggiore catastrofe della storia ebraica dopo l’Olocausto”.
I temi economici
Anche il costo della vita figura tra i temi roventi della campagna elettorale, con molti partiti di destra che l’hanno inserito come un punto qualificante del loro programma e come argomento contro il Likud. Affermano che una liberalizzazione dei servizi e una lotta contro i monopoli (i tre colossi Tnuva, Tara e Strauss gestiscono l’85 per cento del mercato fissando prezzi del 50 per cento superiori ai Paesi dell’Unione Europea), soprattutto nel settore agricolo, siano riforme indispensabili a restituire agli Israeliani possibilità di scelta e contenimento dei costi e che il partito di Netanyahu abbia tradito la sua vocazione economica liberista iniziale per sprofondare in un populismo economico che fa male al Paese.
Gli scenari
La particolarità di queste elezioni è che l’opinione pubblica israeliana è molto unita sulle grandi questioni di politica estera e di sicurezza, ma molto divisa a livello di rappresentanza politica. I 38 partiti che concorrono alle elezioni rappresentano ognuno una fetta dell’elettorato che si riconosce in posizioni diverse a seconda della “tribù” (secondo la famosa definizione del presidente Rivlin) o del gruppo sociologico di appartenenza (nazionalisti religiosi, coloni, ultraortodossi, laici, arabi), ma riuniti intorno a tre blocchi principali: i pro-Bibi o filogovernativi, l’opposizione lecita (i partiti sionisti) e l’opposizione illecita (i partiti arabi boicottati da tutte le forze politiche ebraiche).
I sondaggi mostrano una situazione di stallo complessa, con alcuni piccoli partiti come l’ultranazionalista Amcha Israel o il partito dei Riservisti (ha-Miluimnikim) attestati intorno alla soglia elettorale del 3,25 per cento, che potrebbero fare la differenza qualora entrassero alla Knesset. Poiché il risultato delle elezioni israeliane sarà dettato non tanto dal partito che arriverà in testa per numero di seggi, quanto da quello che riuscirà meglio a federare il proprio campo, attraendo i partiti minori nella propria coalizione, molte alleanze creative potrebbero vedere la luce.
Il primo scenario è che il centrista Yashar si attesti come primo partito e la formazione di un governo sia affidata a Gadi Eisenkot, che potrebbe formare una coalizione con i partiti dell’opposizione più il piccolo partito dei Riservisti, qualora entrasse alla Knesset, e l’eventuale alleanza con Shas, il partito ultraortodosso sefardita (il rabbino sefardita Yitzhak Yosef, leader spirituale, si è mostrato propenso a sostenere il primo primo ministro mizrahi della storia israeliana). Tuttavia, questa scelta comporterebbe un ammorbidimento della prospettata riforma di leva militare universale. Non è tuttavia impossibile che Eisenkot, pur di mostrarsi coerente sulla leva, accetti, invece, a urne chiuse, il sostegno esterno di Ra’am, il piccolo partito arabo islamista, creando un governo di minoranza.
Il secondo scenario è che il Likud rimanga al potere grazie alle forze che lo sostengono attualmente, unite a due partiti minori di destra – Amcha Israel e ha-Miluimnikim – qualora questi ultimi, come appare oggi dai sondaggi, dovessero passare la soglia di sbarramento e il Likud andare meglio di quanto previsto. Si tratterebbe dello scenario migliore per Netanyahu e di una sostanziale continuità con l’attuale governo di estrema destra, ma porrebbe alcune sfide nella special relationship con gli Stati Uniti qualora i Democratici tornassero al potere.
Il terzo scenario è che nessuno dei due blocchi arrivi a totalizzare i 61 seggi necessari a governare e, avendo entrambi decretato l’esclusione tassativa dei partiti arabi, si alleino tra di loro in un governo di unità nazionale partecipato anche da altri partiti minori, tra cui Beyachad e forse persino Israel Beitenu. Il problema centrale, in questo terzo caso, sarebbe che Netanyahu non potrebbe rimanere primo ministro, titolo che gli verrebbe conteso da Eisenkot, che non accetterebbe mai di partecipare a un governo come partner di minoranza, ripetendo l’errore che fu già di Benny Gantz. Il paradosso, invece, sarebbe che, dopo una campagna tutta orchestrata sull’opposizione a Bibi, i partiti sionisti unirebbero le forze intorno ai grandi temi di sicurezza, percepiti in modo molto simile, rinunciando però a una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre.
La tenuta di Netanyahu
In ogni caso, la straordinaria tenuta al potere del Likud di Netanyahu nonostante la disfatta del 7 ottobre, rappresenta già un elemento sorprendente con cui fare i conti: almeno un terzo abbondante degli israeliani non sembra ritenere la responsabilità del 7 ottobre, i soldi dati ad Hamas attraverso il Qatar, lo spostamento della maggioranza delle divisioni militari in Cisgiordania, la sottovalutazione degli avvertimenti provenienti da Emirati Arabi Uniti ed Egitto, la discriminazione e il biasimo della minoranza araba interna e il tentativo di renderne illegittima la rappresentanza, e, non da ultimo, il genocidio a Gaza, come errori sufficienti a mettere in crisi il governo.
Sulla bilancia a favore di Bibi pesano troppo la decapitazione parziale del regime iraniano, la distruzione militare, se non politica, di Hamas, la temporanea sconfitta di Hezbollah e la creazione di fatto di una zona cuscinetto nel sud del Libano, ma anche la convinzione che Israele dopo il 7 ottobre sia un posto più sicuro e che la riscossa militare abbia permesso al Paese di ritrovare un’unità e un senso di destino comune, principalmente espressi nell’identità ebraica, nella superiorità militare sui nemici, nella sconfitta del “Palestinismo” (citazione di Einat Wilf) o del mito di uno Stato palestinese indipendente, e nel sogno di completare il “ritorno” attraverso la costruzione di un Grande Israele.
Immagine di copertina: un cartellone elettorale mostra il primo ministro isrealiano Benjamin Netanyahu vicino Tel Aviv il 18 ottobre 2026. (Foto di Ilia YEFIMOVICH / AFP)


