Israele verso le elezioni, tra identità ebraica e sionismo

Il tema dell’identità ha attraversato e segnato la storia d’Israele ancor prima della nascita, nel 1948, dello Stato ebraico. Cosa significa ebraicità, come si definisce la cittadinanza, il sentirsi e non solo essere israeliani, il rapporto tra secolarizzazione e religione. Un tema che si è fatto sempre più politico, e che oggi ha una declinazione aggressivamente ideologica e messianica da parte della destra al governo. Un tema che Carolina Landsmann, tra le firme di punta di Haaretz, affronta con la consueta chiarezza e forza argomentativa in un articolo sul quotidiano progressista di Tel Aviv dal titolo: “Fuori Israele, dentro il sionismo: come Israele ha perso la sua identità condivisa”

Annota Landsmann: “Nella corsa alle elezioni autunnali della Knesset, il concetto di ‘sionista’ è un eufemismo. Quando i politici parlano di un governo sionista, intendono un governo composto da partiti ebraici. La destra non ha alcun problema a esprimere apertamente ciò che pensa e a dichiarare che non formerà un governo con gli arabi”. Mentre “il termine ‘sionista’ è essenziale per i partiti dell’opposizione – sottolinea – per i quali è meno appropriato sostenere apertamente la supremazia ebraica e che lo utilizzano per nascondere l’obiettivo di costituire un governo composto esclusivamente da ebrei”.

Ma, si chiede Landsmann, da dove hanno tirato fuori il termine “sionista”? “Se nei primi anni di Israele l’israeliano medio era laico, tale caratterizzazione non è più valida – ricorda la giornalista – e il rafforzamento della religione è più evidente nel campo nazional-religioso.  […] Con la nascita del Paese, l’identità israeliana è cresciuta dalle radici dell’identità ebraica. La decisione della destra di ridefinirsi come ‘prima di tutto ebraica’ costituisce un ritorno a un livello di identità più antico rispetto a quello che lo Stato ha offerto a chi è nato qui e a chi è cresciuto qui. Il ‘rafforzamento’ è una risposta all’indebolimento dell’identità israeliana”.

Ma quell’indebolimento non ha risparmiato nemmeno la sinistra. “Anche lì, il livello più alto dell’identità è crollato. Di conseguenza, siamo ricaduti al piano terra della nostra struttura identitaria, all’autodefinizione pre-indipendenza: il sionismo. Si tratta di un’unica crisi identitaria. Nessuna delle due parti è riuscita a mantenere la propria ‘israelianità’. A destra, si sono rifugiati in ciò che considerano ebraico, mentre a sinistra in ciò che percepiscono come sionista. Se esiste una via d’uscita dalla crisi, è una doppia negazione: né ebraica né sionista. Solo l’identità israeliana, con tutte le sfide che comporta, salverà Israele”, conclude Landsmann.

Lo salverà dal suicidio. Un suicidio annunciato, che viene da lontano, e che non può essere compreso appieno facendo uso delle sole categorie della geopolitica o delle strategie militari. Il “suicidio” inerisce a qualcosa di più profondo, metapolitico, esistenziale. Riguarda la psicologia di una nazione, il suo fondamento identitario, la percezione che ha di sé in rapporto al mondo circostante, percepito e vissuto non soltanto come ostile sul piano della sicurezza, ma irriducibile nella sua diversità antropomorfica, culturale.

Non c’è nulla di difensivo in questa visione di sé; c’è, invece, il compimento di un percorso esistenziale che nasce con la Guerra dei Sei Giorni del luglio 1967 e si dipana fino all’oggi. È una narrazione che sancisce la vittoria senza appello del revisionismo sionista di Ze’ev Jabotinsky, l’ideologo di Eretz Israel – del quale Benzion Netanyahu, il padre del primo ministro d’Israele, fu segretario particolare – colui che ha contrapposto la sacralità di “Eretz” (la Terra) alla contaminazione secolarizzata di “Medinat” (lo Stato).

Il “messianesimo” ebraico si trasformò in fede politica per Benzion. Di Jabotinsky egli apprezzava soprattutto il disegno di creare lo “Stato degli ebrei” sulle due rive del Giordano. Non importava come; ogni mezzo, anche il più cruento, era lecito, “benedetto da Dio”, se serviva a raggiungere l’ambita meta. Chiunque ostacolasse questo disegno divino per Benzion Netanyahu era un nemico, un ostacolo da rimuovere. Nemici sono gli arabi che popolano la Palestina, mentre gli avversari interni avevano il volto dei sionisti tradizionali, come Chaim Weizmann o David Ben-Gurion. Altro che “padri della patria”: per Benzion, e più tardi per Bibi, Weizmann e Ben Gurion sono stati solo degli “ingenui pericolosi”, oltre che dei laici incalliti. “Ingenui pericolosi”: apprezzamenti “leggeri” se rapportati alla pesante definizione con cui Jabotinsky usava bollare i suoi avversari: quella di “svastica rossa”.

La “svastica rossa”, ovvero quel filone originario del sionismo che ha provato a tenere insieme un’idea di Stato semi-laico con istanze di stampo socialista nel campo della gestione sociale della terra (i kibbutzim) del welfare. Era la “generazione Weizmann”, quella che ispirò l’azione in una fase successiva di Yitzak Rabin e Shimon Peres. Un’idea inclusiva del sionismo che rifuggiva da una concezione da “popolo eletto” per gli ebrei d’Israele. Quel pionierismo sionista aveva come fine quello di rendere sicuro lo Stato ebraico e il suo popolo, ma in una prospettiva, in particolare nella visione di Shimon Peres, di un Israele pienamente integrato in un nuovo Medio Oriente.

Quel Medio Oriente che Peres descrive così alla fine del suo libro Shimon Peres. Una battaglia per la pace. Memorie (Rizzoli, 1996): “Sarà un Medio Oriente senza guerre, senza fronti, senza nemici, senza missili balistici, senza testate nucleari. Un Medio Oriente in cui persone, merci e servizi possano muoversi liberamente da un posto all’altro senza la necessità di dogane o licenze di polizia. Un Medio Oriente in cui ciascun credente sarà libero di pregare nella propria lingua, in arabo, in ebraico o in latino, o in qualsiasi altra lingua scelga, e in cui le sue preghiere giungano a destinazione senza censura, senza interferenze e senza nuocere a nessuno. Un Medio Oriente in cui le nazioni lottino per l’uguaglianza economica, ma incoraggino il pluralismo culturale. Un Medio Oriente in cui i tenori di vita non siano in nulla inferiori a quelli dei più avanzati Paesi del mondo. Un Medio Oriente in cui le acque scorrano per spegnere la sete, per far crescere i raccolti e far fiorire i deserti, in cui nessun confine ostile possa portare morte, fame o disperazione ai popoli della regione. Un Medio Oriente di competizione, non di dominio. Un Medio Oriente in cui uomini e donne siano alleati dei loro vicini, e non i loro ostaggi. Un Medio Oriente che non sia un campo di battaglia, ma un campo di creatività e di crescita. Un Medio Oriente che onori profondamente la propria storia passata, impegnandosi per aggiungere a tale storia nuovi e nobili capitoli”.

Quel Medio Oriente non si è realizzato. Il sogno di Shimon Peres è stato annichilito dalla realtà. Dentro e fuori Israele. Ma quel sogno apparteneva a pieno titolo alla “generazione Weizmann” e ancor prima a quella di David Ben Gurion, il fondatore dello Stato d’Israele, del quale il giovane Shimon fu un partecipe segretario.

E dunque, sarebbe forse più corretto parlare di sionismi, individuandone sì i tratti comuni ma non disconoscendone le profonde diversità.

Per decenni queste diverse declinazioni, politiche, culturali, identitarie del sionismo si confrontarono, si dettero battaglia e trovarono un qualche equilibrio.

Un equilibrio che negli ultimi decenni si è rotto a favore della sua componente etnoreligiosa.

Questa visione messianica accompagna la trasformazione demografica d’Israele, con un cambiamento quantitativo che porta a essere maggioranza relativa della popolazione ebraica quella proveniente dalla Russia, dall’Africa e dai Paesi arabi, con una concezione della democrazia e dello stato di diritto lontana anni luce da quella che aveva ispirato il pionierismo sionista dei padri fondatori. La destra ha vinto anzitutto perché, per dirla con Antonio Gramsci, ha saputo vincere la battaglia per l’egemonia culturale, agevolata in questo da una sinistra sempre più marginale, sulla difensiva, orfana di una leadership forte e incapace di fare i conti con la profonda trasformazione sociale ed etnica del Paese.

Molto si discute sulla natura dell’attuale governo israeliano. Un governo in cui, per dirla con un efficace ma al tempo stesso limitante giudizio di Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv, “i ministri fanno a gara a chi è più fascista”.

Fascista è un termine forte che marchia una destra che nulla ha a che vedere con quel conservatorismo moderato che fu dei grandi padri del Likud, da Menachem Begin a Yitzhak Shamir, allo stesso Ariel Sharon o a Ehud Olmert. Ma il termine “fascista” non dà conto di un aspetto peculiare della destra radicale israeliana che non è solo quella che fa riferimento a Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma che ormai innerva anche il Likud plasmato da Benjamin Netanyahu a sua immagine e somiglianza. Il termine che più si attaglia a questa destra è “messianismo”: una visione che unisce religione e politica, ideologia e azione di governo, in un mix potente che ha sbaragliato il campo avversario.

Non c’è dunque da stupirsi, anche se la stampa mainstream si è esercitata in questo, nel leggere le dichiarazioni di ministri e parlamentari della destra ebraica che guardano alla tragedia del 7 ottobre come a “un’occasione divina” per portare a compimento il disegno del Grande Israele dal “mare al fiume”, che porta con sé la soluzione finale, almeno politica, della questione palestinese. In questo Israele, il corpo estraneo sarebbe Yitzhak Rabin e non il suo assassino, quell’Yigal Amir che la destra dei Ben-Gvir e Smotrich ha sempre considerato un eroe.

In questa narrazione, la guerra è diventata stile di vita, normalità, anzi: missione. In questo schema mentale, il nemico, interno o esterno, va disumanizzato, perché solo così è possibile accettare di giustiziare un’intera famiglia – padre, madre, figlioletti – massacrati dentro la loro macchina crivellata di colpi, e sentir dire da uno dei soldati autore della strage: “Abbiamo ucciso dei cani”. In questa deriva messianica tutto si tiene e nulla è difensivo. Si tiene la trasformazione di quella che si pretendeva essere l’unica democrazia in Medio Oriente in una ferrea etnocrazia che ha istituzionalizzato una gerarchia dei propri cittadini sulla base della loro appartenenza etnico-religiosa. Certo, in Israele esistono ancora intellettuali, giornalisti e attivisti dei diritti umani che si oppongono eroicamente a questa deriva etno-teocratica, ma essi rappresentano ormai una minoranza della minoranza: un’illuminata, “occidentale”, ma pur sempre sparuta minoranza.

Per cogliere questo dato, non serve mettere in fila le dichiarazioni dei governanti, il loro sostenere i coloni pogromisti nella West Bank o far riferimento alla legge sulla pena di morte “selettiva” (che vale per i palestinesi accusati di terrorismo, ma non per gli ebrei macchiatisi degli stessi crimini), varata a maggioranza dalla Knesset. Per comprendere appieno questo cambiamento di pelle identitario, è sufficiente entrare in un bar e ascoltare le conversazioni che s’intrecciano. Si tratta di gente comune, che magari ha orientamenti politici differenti, ma in pochissimi hanno a che ridire su quella legge forcaiola, come in larga maggioranza si è sostenuto il pugno genocidale usato dal governo e dall’esercito israeliano a Gaza. Poco importa se la maggioranza degli oltre 70mila gazawi uccisi erano civili, donne e bambini: erano tutti terroristi potenziali e come tali da estirpare dalla faccia della terra.

Jabotinsky ha vinto. E Israele, per usare un’efficace definizione di Thomas Friedman, columnist del New York Times, è diventato uno “Yad Vashem col nucleare”.

Più che una nazione, ha ragione in questo Lucio Caracciolo, Israele ha avuto i caratteri di un Paese delle “dodici tribù” – definizione propria dell’ex capo di Stato Reuven Rivlin – che per lungo tempo sono riuscite a trovare un equilibrio tra loro. Oggi questo equilibrio si è spezzato. A dettar legge, letteralmente, è la tribù nazional-religiosa, quella più agguerrita, quella che cresce di più nel campo ebraico. La demografia aiuta molto a comprendere questa mutazione genetica, come aiuta la rilettura della Torah e la sua “secolarizzazione” politica fatta dalla destra.

Afferma, sempre in un articolo sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Yair Golan, leader dei Democratici, il partito che ha unito ciò che resta, invero molto poco del fu glorioso Labor e il Meretz, la sinistra laica e pacifista: “Noi dobbiamo costruire un futuro reale per le generazioni attuali e future di israeliani che vivono qui, la cui identità è ebraica e democratica e che portano con orgoglio i valori di uguaglianza e libertà. Il trasferimento di popolazione palestinese non farà mai parte del loro vocabolario, così come la guerra eterna. Perché questo è il nostro sionismo”.

Un sionismo “buono”, che l’ex generale della riserva, sintetizza così: “Il nostro sionismo non è quello dello sfollamento di massa e della guerra eterna, ma quello dell’uguaglianza e della libertà”.

Una posizione apprezzabile ma del tutto minoritaria nell’Israele di oggi. Minoritaria non tanto per i principi e i valori che la ispirano, quanto perché neanche coloro che se ne fanno portabandiera sono stati capaci di tradurre principi e valori in un’azione politica coerente, in una visione realmente alternativa a quella professata e praticata, con ferrea coerenza, dalla destra messianica e ultranazionalista che governa oggi Israele.

È un processo irreversibile? Molto sarà chiarito dalle elezioni di ottobre, definite le più drammatiche nella storia dello Stato d’Israele. Forse, ma forse si eccede nelle aspettative. Perché all’orizzonte non si profila un’opposizione unita, tenuta insieme da una leadership lungimirante e autorevole che sia ben altro della riproposizione, vecchia e fallimentare, del “tutti, tranne Bibi”.

Per voltare pagina e iniziare una nuova storia ci vuole ben altro.

 

 

Immagine di copertina: il primo ministro Benjamin Netanyahu alle primarie del Likud il 17 agosto 2026. (Foto di Ohad Zwigenberg / POOL / AFP)

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