Gaza nel limbo del nuovo ordine globale personalistico di Trump

In un articolo apparso a gennaio su Foreign Affairs, due ricercatori analizzano l’estrema volatilità dell’attuale ordine globale, affermando che nell’epoca della politica personalista “le decisioni chiave di politica estera – specialmente quelle che coinvolgono le grandi potenze e gli Stati dotati di armi nucleari – dipendono in gran parte dai capricci e dalle fissazioni dei singoli leader, piuttosto che da istituzioni stabili o strategie a lungo termine”. In questo nuovo ordine globale, l’instabilità è all’ordine del giorno, perché le decisioni non corrispondono più ad aspettative e interessi strategici di lungo termine, ma sono il frutto di scelte impulsive e non vincolate a considerazioni e impegni istituzionali. Questa dinamica è illustrata da quello che “non” sta avvenendo a Gaza, ufficialmente entrata nella “fase due” del Piano di pace in venti punti lanciato dal presidente statunitense Donald Trump e che avrebbe dovuto assicurare alla Striscia la demilitarizzazione, un governo tecnico e l’avvio della tanto attesa ricostruzione.

Il governo tecnico, anche noto come Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, nominato a gennaio e composto da tecnici palestinesi di alta fama, di cui alcuni vicini all’Autorità nazionale palestinese (Anp), avrebbe dovuto supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la ripresa della vita quotidiana nella Striscia, anche se investito solo di una funzione ad interim, ovvero fino al dicembre 2027, scadenza fissata dalla Risoluzione di pace 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il mandato del Board of peace. Tuttavia, a due mesi dalla sua entrata in vigore, di tale governo tecnico non si osserva alcuna presenza sul terreno, si registra solo una serie di riunioni al Cairo. Alcuni membri del Comitato sono osteggiati da Israele, che non vuole rilasciare loro l’autorizzazione per l’ingresso nella Striscia considerandoli troppo vicini all’Anp, e il valico di Rafah è chiuso dal 28 febbraio, data di inizio delle ostilità con l’Iran.

Dei 17 miliardi di dollari promessi per la ricostruzione – di cui 10 sarebbero dovuti provenire dalle casse statunitensi e 7 dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, tutti attualmente interessati dalla guerra contro l’Iran – non si è ancora vista traccia e si teme che i donatori del Golfo, suo vero potenziale motore, possano essere adesso meno interessati a investire nella Striscia, data la scarsa affidabilità dimostrata dall’amministrazione Trump nel contribuire alla stabilità regionale.

Per quanto riguarda invece la Forza internazionale di stabilizzazione di Gaza (Isf), che avrebbe avuto il compito di “disarmare” Hamas anche se con la sua cooperazione e limitatamente alle armi pesanti (lanciarazzi, mortai e razzi), non si è arrivati nemmeno a reperire la soglia minima di 25mila soldati che ne avrebbero reso il dispiegamento significativo (in Kosovo, per fare un paragone, ne furono inviati 50mila): di questi, 8mila erano stati promessi dall’Indonesia, che però ha ritirato la propria disponibilità a seguito dello scoppio della guerra in Iran, sostenendo che la stabilizzazione della Striscia di Gaza apparentemente non rientra più tra le priorità regionali (e nemmeno tra quelle nazionali indonesiane, data la forte contestazione dell’associazione degli ulema in patria). Gli altri Paesi potenziali contributori all’Isf – Marocco, Kazakistan, Kosovo, Albania – non hanno ancora sciolto la riserva sul numero di truppe che intendono inviare, ma da parte loro si prevede un contributo più simbolico che sostanziale. Le uniche forze che avrebbero sia la volontà politica che la capacità di ricoprire questo ruolo sarebbero i circa 20mila militari palestinesi addestrati dagli Stati Uniti, dalla Giordania e dall’Egitto, che però Israele si rifiuta di far dispiegare nella Striscia.

Tra i veti israeliani e il personalismo della politica trumpiana – incentrato sulla mediazione di figure chiave, come Jared Kushner e Steve Witkoff, vicine al presidente, e di Trump stesso, prima distolte dai negoziati sul nucleare iraniano e ora “distratte” dalla guerra in corso – il piano di pace per Gaza resta fermo al palo.

Poiché vige ancora il divieto per i giornalisti di recarsi nella Striscia, è impossibile accertare direttamente gli sviluppi sul terreno. Varie fonti locali dicono però che la guerra è finita solo in parte e solo per i gazawi che vivono a nord, nel governatorato di Gaza City, e non per quelli residenti nelle aree di Khan Younis e Rafah, dove la Striscia si assottiglia e i palestinesi sono a contatto quotidiano con quella “linea gialla” arbitrariamente delineata dall’esercito israeliano, che ha sottratto loro il 53 per cento del territorio a tempo indeterminato. Dal cessate il fuoco, 77 palestinesi sono stati uccisi per aver “scavalcato” quella linea immaginaria e mobile, marcata solo in alcuni punti da grandi blocchi di cemento verniciati, che vengono però spostati e riposizionati anche più volte al giorno.

Le testimonianze provenienti dalla Striscia sono anche concordi nel riferire che Hamas, unico attore operativo, stia ricostruendo la sua rete di governance, nominando sindaci nelle varie municipalità e riportando l’ordine attraverso le proprie forze di polizia. Se l’obiettivo proclamato dell’operazione “Spade di ferro” era quello della vittoria totale su Hamas, e quello più pragmatico e meno roboante di evitare che il flusso degli aiuti umanitari fosse di nuovo gestito dall’organizzazione per arricchirsi, ricostruire la sua leadership e quindi il suo arsenale militare, sembra ad oggi che entrambi siano stati mancati. In assenza di altri attori politici papabili e dato che la politica non ammette vuoti, Hamas è ancora l’unica organizzazione che possa assicurare un minimo di ordine pubblico e la distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia. Quello che non può assicurare, anche date le condizioni regionali di forte deterioramento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, è la ricostruzione e la riconquista manu militari di quel 53 per cento di territorio ancora detenuto da Israele che rischia di diventare un altro territorio occupato in modo permanente.

Se il piano di pace di Trump non procede, nonostante tutte le critiche che si possano fare a riguardo, i due milioni di palestinesi della Striscia sono destinati a rimanere sospesi in un limbo tra una precaria cessazione delle ostilità e la minaccia costante della ripresa della guerra. Anche qualora Israele sciogliesse la riserva sul comitato tecnico di amministrazione di Gaza, infatti, non si capisce come questo potrebbe operare in assenza di una forza militare, in presenza di una spaccatura netta tra zona occupata (dall’Idf) e “libera” (ovvero sotto il controllo di Hamas) e senza l’appoggio politico del governo israeliano.

In definitiva, il piano di pace da venti punti di Trump – per l’inattività delle Nazioni Unite, ormai trasformate in agenzie di consegna di aiuti umanitari ma svuotate della loro funzione di autorità legale e politica –, si è arenato alla “fase uno”, senza mai veramente compiere il passaggio alla fase di ricostruzione, che per essere lanciata avrebbe avuto bisogno di una cooperazione multilivello tra tutti i Paesi della regione, che gli Stati Uniti non solo non sono riusciti finora ad attivare – inizialmente per i veti israeliani su Qatar e Turchia – ma hanno definitivamente messo a repentaglio con lo scoppio della guerra in Iran. I due scenari, le guerre a Gaza e in Iran, infatti, sono legati da più di un filo: gli Stati arabi del Golfo, principali destinatari degli attacchi iraniani, non hanno gradito la decisione di Trump di andare in guerra nonostante il loro veto e il rischio di evidenti ritorsioni a cui l’amministrazione americana li ha esposti. C’è dunque da aspettarsi che, nell’immediato dopoguerra, saranno meno interessati a farsi trascinare in piani unilaterali di Trump e più diffidenti rispetto alle reali intenzioni di Washington, che sembra essere eccessivamente prono alle priorità strategiche del suo alleato regionale, Israele. Tutta l’architettura di pace del Piano per Gaza si basa inoltre sulla volontà politica delle parti di cooperare tra loro in vista della costruzione di uno spazio politico autonomo palestinese, uno scenario di impossibile realizzazione finché Benjamin Netanyahu rimarrà al potere.

Non bisogna farsi illusioni: l’obiettivo dell’attuale governo israeliano è capitalizzare sulla guerra a Gaza, annettendo di fatto il 53 per cento della Striscia come compensazione territoriale per il tributo di sangue e soldi versati in due anni di guerra dal 7 ottobre, dietro la giustificazione del mancato disarmo di Hamas. Il paradosso è che anche Hamas può convivere con uno scenario in cui la sua autorità si affermi solo su un territorio monco e ristretto, privato di molte risorse agricole vitali rispetto al pre-ottobre 2023, ma in cui possa continuare a esercitare la sua autorità e il suo ruolo di “resistenza” a livello nazionale e nella diaspora. Il nuovo status quo può così accomodare entrambi gli attori storici che da venti anni si affrontano sul campo di Gaza, tranne i cittadini palestinesi.

I gazawi sarebbero così abbandonati in condizioni di povertà e precarietà disumane, in una situazione in cui l’80 per cento delle infrastrutture sono state rase al suolo, 14 ospedali sui 36 della Striscia funzionano e sono 172mila i feriti, di cui 42mila resi permanentemente invalidi e senza accesso alle cure. Dove 496 delle 564 scuole sono state distrutte, insieme a tutte le università, e una media di 600 camion – sugli 800 stimati dall’Onu – entrava (fino al 28 febbraio, un flusso oggi interrotto) ogni giorno a Gaza, appena sufficienti a mantenerla in vita, ma non a permettere una ripresa economica. Tutto questo si somma ai problemi strutturali, la distruzione dell’80 per cento degli immobili, a quelli ambientali – pozzi inquinati, acqua salmastra o acque non trattate, data la distruzione degli impianti di desalinizzazione, e l’accumulo di rifiuti solidi nelle aree urbane e nei campi profughi per l’assenza di un servizio di raccolta e di discariche operative –, ma anche all’altissima disoccupazione, attestata al 68 per cento, e un tasso di povertà schizzato all’80 per cento. Tutte problematiche che aumentano il rischio di malattie ma anche di radicalizzazione, a cui a nessuno preme al momento di dare una risposta.

Forse Gaza è davvero un laboratorio di sperimentazione di questo nuovo ordine globale personalizzato, non fondato sulle regole e sul diritto internazionale, che Trump intende inaugurare come paradigma per il XXI secolo. Ad oggi, le sue conseguenze sembrano però essere più che preoccupanti: la logica della “legge del più forte” ha imposto il dominio di un Israele ormai in preda al messianismo religioso, espresso da un’estrema destra genocidiaria, che non sa parlare il linguaggio diplomatico di nessun Paese della regione, proiettando un espansionismo aggressivo e senza limiti non solo alle spese dei palestinesi, ma anche di tutti i propri vicini (Siria, Libano).  La risposta a tutto questo non si farà attendere e si tradurrà in ulteriore disperazione, ovvero resistenza militare, dal lato palestinese, in un conflitto che Hamas e i suoi adepti non possono di certo militarmente vincere, ma che imporranno come logica dominante e totalizzante a un’intera popolazione.

Viene giustamente da chiedersi perché esistano le altre cancellerie occidentali, arabe e di Paesi terzi, che sembrano non aver  alcuna proposta, né alcuna voglia o minima capacità di controbilanciare l’inerzia e l’inconsistenza della politica americana, lasciando che si prepari terreno fertile a una nuova ondata di violenza incontrollata nel prossimo futuro, di cui saremo tutti vittime: in Europa con attentati e rifugiati, in Medio Oriente con continui nuovi sanguinosi conflitti ancora al di là dal sorgere.

 

 

Immagine di copertina: un ragazzo palestinese tra le macerie di edifici distrutti a Khan Younis, nella Striscia di Gaza il 25 gennaio 2026. (Foto di Bashar Taleb / AFP)

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