Gli ebrei del Marocco. Viaggio in una comunità diventata diaspora

Nel 1948 il Marocco contava 260mila ebrei[1], costituendo la più grande comunità ebraica in un paese arabo-musulmano. Ma nel giro di due decenni questo dato doveva essere completamente sconvolto, tramite un’emorragia umana, culturale e religiosa tale da privare il Marocco della sua dimensione ebraica, e di conseguenza della possibilità di un melting pot estremamente prezioso.

La presenza degli ebrei in Marocco si intreccia con le vicissitudini storiche che il bacino mediterraneo ha conosciuto dall’antichità fino ai giorni nostri. Gli scavi archeologici hanno mostrato l’esistenza,  più di duemila anni fa (II secolo a.C), nel sito di Volubilis vicino a Fez, di diverse tribù amazigh di fede ebraica. A questo nucleo autoctono, gli Imazighen Udayen (letteralmente in lingua amazigh “gli amazigh di fede ebraica” – cf. anche foto accanto, dal blog http://juifdumaroc.over-blog.com/), giudaizzati probabilmente al contatto con i Cartaginesi e Fenici, si sono aggiunti in epoca romana, bizantina e visigota, numerosi altri gruppi di ebrei: i Toshavim, che generalmente fuggivano dalle persecuzioni e dall’intolleranza che regnava nei primi secoli dell’era cristiana e durante il Medioevo europeo.

Con l’arrivo dei musulmani nel 682 la migrazione degli ebrei verso il Marocco non si fermò, e da più parti (Salonicco, Costantinopoli, Egitto, Penisola iberica)  affluirono nel paese diverse comunità ebraiche. Le leggi musulmane e soprattutto lo statuto di Dhimmi[2], che riconosceva alle genti del libro la libertà di culto e la protezione previo pagamento di un’imposta individuale detta Jizya, favorirono il fiorire della cultura ebraica, dotandola di un’altra lingua di espressione e di scrittura: l’arabo. Ed è sicuramente per questo motivo che centinai di migliaia di profughi musulmani ed ebrei  fra 1460 e il 1492 espulsi dall’Andalusia da Isabella la Cattolica scelsero le coste e le città del Marocco  come nuova patria.

Con l’arrivo dei Megorashim (gli ebrei cacciati dalla Spagna e dal Portogallo) la comunità ebraica in Marocco cresce numericamente. Questa fase storica caratterizzata dalla fusione della cultura ebraico-andalusa con quella ebraico-maghrebina, nel contesto di un Islam marocchino moderato ed impregnato degli insegnamenti della scuola sufi, costituisce uno dei periodi d’oro della civiltà marocchina, i cui frutti hanno continuato a germogliare, favorendo una coesistenza pacifica e proficua fra ebrei e musulmani, che solo la colonizzazione francese e spagnola del paese ha messo a repentaglio.

 

L’inizio della fine

Se nel 1948  la comunità ebraica marocchina era ancora fiorente, in verità essa viveva i suoi ultimi giorni. Lo sconvolgimento a cui abbiamo accennato avvenne in pochissimi anni, ed è da riportare fondamentalmente ai seguenti eventi storici:

– La colonizzazione francese e spagnola. Le due potenze mandatarie sul Marocco, con l’obiettivo di indebolirne l’unità nazionale, applicarono delle politiche selettive tese a favorire l’assimilazione degli ebrei e la loro differenziazione dal resto della popolazione marocchina musulmana. Questo creò una certa tensione e diffidenza nei confronti dei marocchini di fede ebraica che spesso apparirono conniventi con gli occupanti. Nonostante agli ebrei marocchini non fu data la nazionalità francese (i loro correligionari algerini furono naturalizzati francesi con un decreto del 1870, la legge Cremieux) tuttavia essi usufruirono di un trattamento favorevole da parte del protettorato francese e spagnolo, soprattutto in sede di istruzione e di accesso all’amministrazione pubblica. Privilegi di cui i musulmani spesso  erano privati;

– La nascita dello stato d’Israele (1948) e l’appello della sua leadership all’Aliyah (il ritorno – letteralmente la “salita” – alla Terra promessa);

– L’attivismo zelante dell’Agenzia ebraica sul territorio marocchino. Questo organismo sionista guidato allora da David Ben Gurion già nel 1952 aveva messo in piedi un campo di transito a Mazagan (l’attuale El Jadida) e nel 1955 una rete segreta la cui missione era organizzare la migrazione degli ebrei verso Israele (le réseau Misgueret);

– L’indipendenza del Marocco, essenzialmente sostenuta da un’ideologia nazionalista a forti riferimenti islamici[3];

– Le successive guerre tra lo Stato di Israele e i paesi arabi (1948, 1967, 1973.) La nascita dello stato d’Israele con la conseguente perdita dei territori arabi e l’inizio della nakba palestinese erano vissuti in tutto il mondo arabo come una catastrofe, un disonore. Il sentire popolare dei marocchini musulmani era totalmente solidale verso i popoli e gli eserciti arabi che furono sconfitti dalle armate israeliane nel 1948 e il 1967. Forse è anche per questo che l’esercito marocchino fece parte delle forze arabe unite che nel 1973 dichiararono guerra ad Israele. Le forze marocchine erano di stanza nelle alture del Gulan e presero parte a diverse battaglie contro lo Tsahal. Tutto questo creò una distanza fra gli ebrei e i musulmani in Marocco. Da una parte per i musulmani non c’era più distinzione tra un ebreo e un israeliano, dall’altra parte gli ebrei si sentivano di fatto legati almeno sentimentalmente con Israele, poiché diverse comunità di ebrei marocchini, quindi di famigliari, vi si erano nel frattempo stabiliti. L’atmosfera che si respirava allora incuteva un sentimento di insicurezza negli ebrei che cominciarono a sentirsi “persona non grata”. Va detto anche che fra gli ebrei marocchini c’erano delle personalità che militavano e sostenevano la causa palestinese come è il caso ad esempio di Abraham Sarfati e di Marcel Cohen;

– Infine, la complicità delle autorità marocchine che, per riconoscenza o per opportunismo verso lo Stato d’Israele, accettarono silenziosamente l’esodo degli ebrei marocchini. All’indomani dell’indipendenza la monarchia si trovò minacciata sia dal movimento nazionale marocchino che ne voleva limitare i poteri che da Stati e leader stranieri (Nasser, Gheddafi, Boumedien) che in nome del panarabismo rivoluzionario complottavano per la caduta della monarchia. A questo periodo risalgono i primi rapporti di collaborazione fra la monarchia marocchina e lo Stato di Israele. Inoltre il ministero degli Interni, guidato dall’allora fidato generale Oufkir, fatturava all’Agenzia ebraica 50 dollari per ogni ebreo che lasciava il paese. Nonostante si fosse trattato  di una mobilitazione imponente di  risorse  e di un movimento enorme di persone il Makhzen (termine che viene usato per indicare il potere coercitivo dello stato marocchino)  era  riuscito a far passare tuttò ciò sotto silenzio[4].

Oltre a queste ragioni storiche complessive, non si deve tralasciare la  dimensione individuale e religiosa. Molti ebrei marocchini hanno visto nella nascita dello Stato di Israele la realizzazione di una profezia talmudica, nel senso mistico della parola. Compiere l’Aliyah verso Eretz Israel era allora percepito dalle masse ebraiche come un dovere religioso e un richiamo spirituale tanto atteso e fantasticato. Il sogno di un’unità ebraica etnica e religiosa era troppo appetitoso per una comunità che praticava una religiosità genuina e primitiva (in sintonia con i musulmani), poco contaminata dagli eventi e dalle evoluzioni che l’ebraismo europeo aveva subito soprattutto con la nascita del sionismo.

L’opera “Giubileo” del pittore Ali Hassoun

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Identità multipla

Tra il 1949 e il 1967, 200mila ebrei marocchini lasciarono così il Marocco, altri 50mila fra gli anni ‘70 e ‘80. Il 90% di essi emigrarono verso Israele, mentre il restante 10% si sparpagliò fra Francia, Spagna, Canada, Stati Uniti e America Latina. Attualmente gli ebrei marocchini che vivono nel loro paese sono 3mila.

Lo storico marocchino Haim Zafarani ci fa penetrare nella vita e nelle tradizioni di questa comunità, «segnata da una specie di bipolarità: da una parte essa esprime un’appartenenza e un attaccamento imprescindibili al suo paese (il Marocco),  dall’altra parte coltiva dei legami strettissimi con Il pensiero universale ebraico attraverso la Bibbia, il Talmud e l’Halakhà»[5]. Ed è sempre Zafarani ad affermare che «fra ebrei e musulmani esisteva nell’intimità del linguaggio e nell’analogia delle strutture mentali una solidarietà attiva, e una dose non indifferente di simbiosi e addirittura di sincretismo religioso che si manifestava nella vita quotidiana e nei momenti più salienti dell’esistenza».

Essendosi radicati sul territorio da millenni gli ebrei, come i musulmani d’altronde, non costituivano affatto una componente monolitica ed omogonea; tutt’altro. «In Marocco – afferma lo storico Daniel Rivet ci sono degli ebrei e non un ebreo astratto. La distanza sociale è abissale fra un piccolo artigiano ebreo di Debdou e un grande commerciante di Tangeri che tratta gli affari del Sultano e condivide interessi e rapporti con il circuito ebraico internazionale fatto di grandi professionisti e uomini d’affari. Differenze e addirittura contrapposizioni che troviamo anche a livello culturale. Da una parte i vecchi rabbini che tengono le redini di una comunità che non è stata influenzata dalla corrente Haskalà (illuminismo ebraico.) Dall’altra parte gli “alleanzisti”, i progressisti usciti dalle scuole dell’Alleanza Israelita Universale»[6]. Senza contare, aggiungiamo noi, le differenze tra gli ebrei amazigh e quelli arabofoni, gli ebrei di montagna e quelli delle coste, gli ebrei di Fez e quelli di Casablanca.

Duemila anni di storia comune, di condivisione della geografia, delle relazioni, della lingua e di un destino comune hanno fatto sì che ebrei e musulmani sviluppassero un patrimonio comune e condiviso.

 

Tracce sul territorio

Spesso si dice che il Marocco è una terra sacra per gli ebrei, ed è vero se consideriamo  l’alta concentrazione dei luoghi di culto giudaici:  le sinagoghe, i cimiteri e i santuari ebraaici sono sparsi su tutto il territorio marocchino – da Tangeri nell’estremo nord fino a Tafilalt nel deserto, da Oujda ad oriente fino a Mogador sulle rive dell’oceano Atlantico. Addirittura alcuni centri nell’entrotterra dell’Atalas erano fino a 50 anni fa a maggioranza ebraica (Sefrou, Debdou).

La sinagoga Salat Lazama a Marrakech

A partire dagli anni ‘70, in concomitanza con il ruolo di Hassan II come mediatore nella trattativa fra Israele e Egitto conclusa poi con i trattati di pace di Camp David del 1979,  il Marocco con ormai poche miglaia di ebrei rimasti a vivere nel paese mise  in atto una  politica di riavvicinamento alla diaspora ebraica marocchina. Di fatto fu permesso loro a partire da quegli anni di tornare in Marocco per visitare i loro luoghi di culto. Questo turismo religioso non è si è mai più fermato; ancora oggi migliaia di ebrei marocchini provenienti da Israele e da tutto il mondo si radunano durante le Hilulate o Zyarat[7] nei diversi santuari di Tsadikim (gli uomini giusti) ebraici. Si contano più di 700 uomini giusti ebrei che hanno vissuto e sono sepolti in Marocco. Ora fra le Hilula frequentati dai pellegrini israeliti citiamo la Hilula di Rebbi Yahya Lakhdar vicino alla città di El Jadida, quella di Rebbi David Ben Baroukh Azogh a Taroudant, o ancora quella di Rabbi Aman Bendiouan a Ouzzane nel nord del Marocco. E a proposito di quel sincretismo religioso di cui parlava Haim Zafarani occorre ricordare, ad esempio, che alcuni Tzadikim sono venerati sia dagli ebrei che dai musulmani.

 

Tradizione e nostalgia

Nei passi silenziosi degli ebrei che lasciarono il Marocco si cela uno strappo troppo traumatico a livello individuale e comunitario sia per gli ebrei che per i musulmani. Ancora oggi nei mellah (i ghetti ebraici) di Fes, Marraesh, Essaouira, Meknes o Rabat la stella di Davide rimane visibile, incisa sulle porte delle case o sui battenti dei negozi una volta abitati dagli eberei marocchini.

Questo sentimento di perdita e di lutto da elaborare lo troviamo ben espresso nella letteratura e nella musica degli ebrei marocchini.  Il romanziere e militante Edmon Amran El Maleh è stato uno dei migliori autori che hanno raccontato le vicissitudini degi ebrei in Marocco (Mille ans, un jour, Fenec 1990). Lo stesso si può dire di altri scrittori come Marcel Benabbou, Joseph Shtrit,  Sami Berdugo o Nicole Elgrissy… Mentre i cantanti Pinhas Cohen, Sami El Maghribi o Raimonda El Bidaouia rimangono i più conosciuti fra gli interpreti della musica ebraica marocchina e del destino di una comunità costretta all’esilio.

Tracce di duemila anni di storia in cui la comunità ebraica del Marocco ha espresso una ineasuribile vitalità contribuendo alla vita del Marocco a livello politico, economico,  culturale e scientifico. Oltre alle già citate personalità ebraiche che hanno arricchito  la storia del paese, occorre citarne altre: alcuni tuttora attivi sulla scena contemporanea del Marocco, che non hanno mai lasciato, come  André Azoulay, consigliere economico di re Mohamed VI, il dipolomatico ed ex ministro del Turismo Serge Berdugo, il fondatore di Transparency Maroc Sideon Assidon, la pittrice Deborah Benzakine o il cantante Haim Botboli; ed altri che hanno lasciato il Marocco, senza mancare tuttavia di ribadire a più occasioni l’attaccamento alle loro origini, come è il caso del  politico israeliano David Levy, dell’attore francese Gad El Maleh o il fisico francese Serge Harouche (premio Nobel per la fisica nel 2012).

Il Re del Marocco Mohamed VI in visita alla Bayth El Dakira (Casa della memoria) giudaico- marocchina di Essaouira

 

 

 

 

 

 


L’ebraismo marocchino oggi

Gli ebrei che vivono attualmente in Marocco sono  cittadini marocchini con pari diritti e doveri rispetto ai loro connazionali musulmani. La libertà di culto e la possibilità di ricorrere ai tribunali rabbinici per la soluzione dei loro contenziosi sono diritti a loro  totalmente riconosciuti. Il Marocco rimane infatti l’unico paese arabo-musulmano dove le funzioni religiose ebraiche sono tuttora celebrate nelle sinagoghe (Yoshayaho Pinto è il grande rabbino del Marocco), mente l’ordinamento  giuridico ingloba i tribunali rabbinici, tuttora in funzione.

Qualche anno fa le autorità marocchine, sotto l’egida del re in persona, hanno aperto dei grandi cantieri per il restauro di tutti i luoghi d’interesse per la cultura ebraica. Cantieri che riguardano anche l’insegnamento con l’introduzione della storia degli ebrei in Marocco nei libri della scuola pubblica, mentre a Casablanca è stato aperto nel 1997 il museo dell’ebraismo marocchino.

Conoscevo la nostalgia degli ebrei marocchini per le loro origini, avevo letto diversi libri al riguardo, visto film e documentari[8], ma fu un incontro capitatomi qualche anno fa nel Sinai egiziano con un turista israeliano di origine marocchine  a darmi la misura dell’intensità d quel legame. Massoud, che era nato in Israele, da genitori nati in Israele, e che non aveva mai messo piede in Marocco, sapeva parlare il dialetto marocchino, tramandatogli dalla nonna, e viveva come la maggior parte  degli israeliani d’origine marocchina in un microcosmo che avevano clonato dalla loro vita in Marocco e trapiantato in Israele.  Nelle città di Tel Aviv,  Ashdod  o Natanya, la cucina, le feste, la toponomia delle strade, la musica, le tradizioni ed usi sono rimasti quasi intatti, impacchettati e trasferiti dal Marocco nel cuore di Israele. Con Massoud, come si suol fare tra due connazionali che s’incontrano all’estero, trovammo molti argomenti di cui parlare. Il tetto della nostra marocchintà comune ci proteggeva dalla seccatura di abbordare argomenti che ci avrebbero diviso.

Questa marocchinizzazione dello spazio israeliano fa dire alla ricercatrice Emanuela Trevisan Sami: «Quando il Re Hassan II nel 1992 diceva che pochi paesi potevano vantarsi di avere circa 750mila figli come ambasciatori in Israele, non era solo retorica. Egli faceva invece allusione ad un processo già in corso, ovvero l’introduzione in Israele di luoghi, oggetti, storie e tempi dal Marocco»[9].

Un altro eccelso marocchino che è entrato di diritto nello spazio israeliano e in particolar modo nel museo di Yad Vashem è il defunto re Mohamed V (nonno dell’attuale sovrano Mohamed VI), considerato Giusto fra le nazioni per il suo ruolo decisivo nella protezione degli ebrei marocchini dalla persecuzione durante il regime di Vichy. Mohamed V rifiutò ogni segregazione o deportazione della popolazione ebrea marocchina da parte della Gestapo dichiarando che «in Marocco non ci sono ebrei e musulmani: ci sono solo marocchini».

 

Note

[1] Emanuela Trevisan Semi et Hanane Sekkat Hatimi, Mémoire et représentations des juifs au Maroc, Paris, Publisud, 2011

[2] Sullo statuto di Dhimmi, lo storico Haim Zafarani afferma «La condizione di Dhimmi era certo degradante e spesso precaria, ma tutto sommato si trattava di uno statuto giuridico liberale, che permetteva un’altissima autonomia giuridica, amministrativa e culturale, rispetto a quella condizione arbitraria che gli ebrei Ashkenaziti vivevano sotto la cristianità” – Haim Zaafarani, Deux mille ans de vie juive au Maroc, Edizioni Addif, Casablanca, 1999.

[3] Il primo governo nato dopo l’indipendenza del Marocco includeva comunque un marocchino di fede ebraica come ministro delle Poste, il dottor Leon Benzaken. Mentre il Consiglio Consultivo Nazionale, che era una specie di Parlamento, comprendeva fra i suoi membri quattro personalità marocchine di fede ebraica: David Benazraf, Jo Ohanna, Jaques El-Kaïm e Lucien Bensimon.

[4] Michel Meir Knafo, Le Mossad et les secrets du réseau juif au Maroc 1955-1964, Biblieurope, 2008; Agnese Bensimon, Hassan II et les Juif , Seuil 1991.

[5] Haim Zafarani, op. cit.

[6] Daniel Rivet, Histoire du Maroc de Moulay Idriss à Mohamed VI, Editions Fayard, 2012

[7] Hilula letteralmente in ebraico significa «gridare con gioia e trasporto»; Zyara, parola araba che significa «visita», è una pratica ebraica e musulmana che consiste nel celebrare la commemorazione di un santo con un pellegrinaggio verso il suo luogo di sepoltura.

[8] Fra gli scrittori che hanno affrontato l’argomento della migrazione ebraica dal Marocco citiamo: Marcel Benabbou e il suo romanzo Jacob, Menahem et Mimoun. Une epopée familiale; Edmon Amran El Maleh, Mille an, un jour et Essaouira Cité heureuse; Nicole Elgrissy, Si c’était à refaire. Mentre per i film e documenari citiamo Adieu mères di Mohamed Ismaïl; Où vas-tu Moshé? di Hassane Benjelloun, e Tinghir-Jérusalem: les échos du Mellah di Kamal Hachkar.

[9] Emanuela Trevisan Semi, La mise en scène de l’identité marocaine en Israël: un cas d’ «israélianité » diasporique, Revue A contrario, 2007.

  1. lettura interessantissima di una realtà che non conoscevo. Ho apprezzato la precisione, la chiarezza, la cura della descrizione.

  2. A Rabat ho trovato una testimonianza di questo sincretismo religioso: la mano di Fatima con la Stella di Davide. Residuo di un tempo migliore.

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