Al cinema: “Le ciel attendra”, come due ragazzine si innamorano dell’ISIS

le ciel attendra

È davvero coraggioso, dal tema scottante e attualissimo il film di Marie-Castille Mention-Schaar Le ciel attendra [Il cielo aspetterà], presentato al Rendez Vous Film Festival che si svolge dal 5 al 9 aprile a Roma: un film dedicato al reclutamento di due “francesissime” adolescenti da parte degli agenti del Califfato islamico. Pensato all’indomani dei massacri del 13 novembre 2015 a Parigi, la regista lo definisce un “film d’urgenza, nato da un istinto, una pulsione”. Prima ancora che uscisse nelle sale, il 5 ottobre scorso, il ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha raccomandato il lungometraggio (105’) agli insegnanti, in quanto “strumento pedagogico” di contrasto e prevenzione del fenomeno.

La storia, tragica e di bruciante attualità, verte sul percorso di due ragazze appartenenti alla classe media e arruolate attraverso facebook o più in generale tramite social media dai fondamentalisti islamici, con l’inevitabile dramma che si apre nelle loro famiglie. Sonia e Mélanie hanno una vita agiata e in apparenza serena: scuola, amici, divertimenti, libri, genitori attenti e amorevoli.  Ma qualcosa si incrina in loro e ne consegue una ribellione – contro il loro ambiente, le istituzioni, la Francia, il mondo occidentale – che le famiglie non riescono a intercettare, vivendo con profondo smarrimento la radicalizzazione di cui non avevano mai avuto sentore. Le ragazze ricercano un paradiso che il radicalismo islamico offre loro insieme a un percorso di follia, rivoluzione, utopia.

Dopo Les héritiers [proiettato in Italia con il titolo Una volta nella vita] del 2014, la regista torna sul tema degli adolescenti ribelli sotto la scottante angolatura del processo di radicalizzazione dei giovani francesi. Entrambe le protagoniste, Noémie Merlant (Sonia) e Naomi Amarger (Mélanie) – già interpreti di Les héritiers – vengono a confermare il loro talento e si calano con molta naturalezza nei panni di queste fanciulle tormentate che si lasciano reclutare nell’organizzazione dello Stato islamico, senza avere mai frequentato in precedenza né moschee né predicatori.

Tutto ha inizio in una periferia parigina all’alba di un giorno qualsiasi, quando la polizia fa irruzione nella villetta di Catherine (Sandrine Bonnaire) e Samir (Zinedine Soualem), ateo di origine maghrebina, per arrestare Sonia, che si apprestava a raggiungere il jihad in Siria. I genitori vengono a sapere, increduli, che la figlia stava per commettere un attentato. Ha inizio allora la loro lunga e dolorosa lotta contro la “stregoneria”, che si era impossessata della ragazza convincendola che il jihad avrebbe protetto la sua famiglia da un mondo catapultato verso l’autodistruzione e garantire così, con il suo sacrificio, un posto in paradiso ai suoi cari. Privata di ogni mezzo di comunicazione, rabbiosa e violenta, Sonia arriva a rubare un cellulare per visionare nuovamente un video islamico.

In una zona opposta della città, altrettanto periferica, Mélanie sedicenne senza storia, cresciuta dalla madre divorziata Sylvie (Clotilde Courau), trascorre le sue giornate fra la scuola, gli amici, le lezioni di violoncello e il volontariato. Finché non inizia a chattare con un “principe”, agente del Califfato, che non conosce ma che trova le parole di cui evidentemente la ragazza avvertiva il bisogno, tanto che riesce a farle il lavaggio del cervello: prigioniera dell’amore per il “principe” e priva di qualsiasi pensiero autonomo, si sente ormai pronta a tutto.  Anche in questo caso, devastati dai sensi di colpa per non essersi accorti di nulla, i parenti assistono sgomenti alla metamorfosi della ragazza. Mélanie, che qualche settimana prima si esercitava al violoncello sulle note di Bach, sotto il letto nasconde il niqab e il tappetino e si collega a filmati di leoni che uccidono degli animali per nutrire il branco, metafora che viene ad avvalorare la necessità della morte dell’altro.

Come ci si disintossica da una droga, Sonia si avvia lentamente verso la guarigione, mentre al contrario Mélanie sprofonda inesorabilmente verso l’intossicazione senza ritorno. Partirà per il Califfato e non se ne saprà più nulla, mentre Sonia torna alla ragione: per lei quel paradiso promesso dopo il martirio e nuove stragi, quel cielo a cui si approda dopo l’orrore, può attendere. Di qui il titolo del film.

La sceneggiatura – di cui è coautrice la stessa Marie-Castille Mention-Schaar insieme a Émilie Frèche – si basa sui racconti delle jihadiste pentite fuggite da Raqqa, dei responsabili delle associazioni che si adoperano per contrastare il reclutamento dei giovani da parte dell’organizzazione dello Stato islamico, nonché delle famiglie colpite dal fenomeno.  Ha contribuito non poco Dounia Bouzar, esperta del cosiddetto processo di “deradicalizzazione”: quest’ultima interpreta nel film in maniera magistrale il proprio ruolo, quello di un’antropologa responsabile di un Centro di prevenzione delle derive settarie legate all’Islam (il CPDSI), struttura che ha diretto fino a pochi mesi orsono e volta al “dereclutamento”. Ha autorizzato le riprese di scene reali, da documentario, che vedono a confronto fra loro genitori sgomenti e adolescenti convertiti.

La regista ha voluto per protagoniste due ragazze perché ha ritenuto più misterioso il fenomeno dell’arruolamento femminile. E destinando il suo film essenzialmente a un pubblico di adolescenti, ha scelto di fermarsi prima di mettere in scena l’elemento più raccapricciante delle iniziative dei radicalizzati: l’adesione alla barbarie. Intende dissipare una credenza molto diffusa, ovvero che cadono nelle grinfie dei procacciatori dell’Isis quasi esclusivamente i soggetti deboli, emarginati e residenti in quartieri degradati.

Le ciel attendra ci permette di scoprire tutti i trucchi utilizzati – specie via Internet – per arruolare i giovani che sono alla ricerca di un ideale e che però ben poco conoscono dell’Islam: se ne trova conferma nella scena in cui Mélanie, convertita, si sente praticante migliore della sua amica musulmana la quale, seppure velata anch’essa, predica un Islam fondato sulla spiritualità e la tolleranza: “Per Allah, la maniera in cui preghi conta meno di quanto senti nel cuore”.

Pur alternando scene scioccanti, dure, come quella in cui il padre di Sonia la priva della sua intimità anche nella stanza da bagno per evitare che preghi ad altre di pura tenerezza in cui si assiste ai ripetuti, protettivi abbracci materni, Marie-Castille Mention-Schaar ci propone un film sull’amore, quello dei genitori spesso incapaci di comprendere i segnali della crisi, e poi di liberare i figli dai messaggi che la rete inserisce con prepotenza nelle loro menti stravolgendone il desiderio di giustizia e la necessità di ribellione.

La premiazione del film avverrà il 4 maggio durante la seconda edizione del Festival dei Diritti Umani alla Triennale di Milano

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