Interventismo e autocritica occidentale
nelle reazioni agli attentati di Parigi

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Si è trattato di veri e propri “atti di guerra”, secondo la reazione del Presidente francese Hollande che, nel suo discorso pronunciato il lunedì di fronte al Congresso, l’ha dichiarato senza mezzi termini: “La Francia è in guerra”. Non è una guerra di civiltà, lo Chef d’État lo ha precisato, “perché questi assassini non ne rappresentano alcuna”. È una guerra al terrorismo e comincia con gli attacchi aerei francesi sulla cittadina siriana di Raqqa, roccaforte dell’Isis.

Tra le principali reazioni degli intellettuali francesi, è difficile trovare critiche al Presidente Hollande, come è difficile trovarne lodi. Prima ancora che alle reazioni dello Stato e della nazione, si guarda all’Isis – e, inevitabilmente, all’Islam. C’è chi come lo storico Pascal Ory finisce per concordare che il “terrorismo è la guerra del nostro tempo” e chi come Xavier Crattiez paragona quello di stampo “etno-nazionalista degli anni Settanta in Spagna e Gran Bretagna” a questo “islamo-nazionalista” di Daesh, di Hamas e di Hezbollah. C’è Franz-Olivier Giesbert che incita alla “guerra per la civiltà” che obbliga i francesi “a scrivere una nuova pagina del romanzo nazionale ”; e c’è anche Gilles Kepel che non riesce a dirsi sorpreso dagli attentati perché “ciò che l’Isis vuole è scatenare la guerra civile”.

Prima ancora che fosse il Presidente Hollande ad annunciarlo, già il senatore belga Alain Destexhe, ex-Segretario Generale di Médecins Sans Frontières e ex Presidente dell’International Crisis Group, aveva auspicato l’appoggio – oltre che la benedizione – dell’Europa e delle Nazioni Unite, alla reazione dura, armata (e, nello specifico, al fianco di Assad):

Tutti gli esperti militari convengono che solo le operazioni militari di terra concentrate a partire da Baghdad, da Damasco e da Erbil, capitale dei curdi iracheni, possono sconfiggere lo Stato Islamico. La Francia e l’Europa possono ancora continuare a mettere sullo stesso gradino lo Stato Islamico e il regime di Assad? Ancora di recente, Laurent Fabius continua a sabotare gli sforzi di quelli che, sempre più numerosi, affermano, che bisogna riprendere il dialogo con Assad. È tempo di considerare il suo regime, criminale ma protettore delle minoranze e bastione contro il Daesh, come un alleato (come lo è stato Stalin, uno dei più grandi criminali della Storia insieme a Mao e Hitler) e di rimandare più avanti la questione della successione e, un giorno, il suo giudizio di fronte alla Corte penale internazionale. È tempo di smetterla con le reticenze a armare i peshmerga crudi che sono i soli a battersi sempre efficacemente sul terreno, nonostante un armamento inferiore a quello di Daesh. È senza dubbio tempo di rinunciare alla storiella di un Iraq unitario che non esiste più dopo la caduta di Saddam Hussein.

Interventista è pure il teorico del masochismo occidentale Pascal Bruckner che rivela al giornale belga Le Soir di auspicare che il presidente Hollande chieda i pieni poteri al più presto e che, “in nome della democrazia”, vengano prese “misure da tempo di guerra” e risoluzioni radicali contro i jihadisti – dal “privarli di tutte le garanzie costituzionali” all’impedire il rientro a tutti quelli che son partiti per combattere in Siria e in Iraq, fino all’espulsione “senza tanti complimenti” per “tutti gli imam che predicano l’odio devono essere espulsi senza tanti complimenti e le moschee salafite devono essere chiuse”.

Gli attentati di Parigi sono invece la reazione alla violenza perpetrata dall’Occidente (e dalla Francia stessa) in Iraq, in Afghanistan, in Mali, in Libia – secondo il filosofo e autore del Trattato di ateologia, Michel Onfray, intervistato da Le Point. “La peggiore risposta alla violenza è la violenza”, sentenzia – chiedendo di porre fine alla politica islamofobica. Ma al tempo stesso si chiede: “La Francia è davvero così ingenua da credere di poter dichiarare guerra a un paese musulmano senza che questi rispondano?”.

L’autocritica nei confronti dell’Occidente è forte anche nell’intervento di Edgar Morin su Le Monde:

Non sono attentati. È la guerra che arrivata a Parigi. C’erano qua e là dei simpatizzanti di Daesh. Adesso il Daesh è tra di noi. Non si tratta di una guerra di religione. Si tratta di una guerra di una setta fanatica fuoriuscita dall’Islam contro tutta la società, ivi compresa quella islamica, che non sia un totalitarismo religioso. Ricordiamoci che se le radici di Daesh sono endogene all’Islam, costituendone una minoranza demoniaca che crede di lottare contro il Diavolo, è l’Occidente, nello specifico americano, che è stato l’apprendista stregone fornendo le forze cieche che poi si sono scatenate. […] Continuiamo a denunciare le loro mostruosità qua e là, ma non siamo ciechi a denunciare le nostre là. Perché anche noi utilizziamo, alla nostra maniera occidentale, omicidi e terrore: non sono principalmente dei militari a essere colpiti da droni e bombardieri, sono popolazioni.

È quello che, dall’America, Ben Norton definisce “il doppio standard del terrorismo”: “Dall’11 settembre, ogni volta che c’è un attacco contro i civili, i demagoghi danno la colpa ai musulmani”, attacca nel suo pezzo per la rivista online Salon – che attacca l’ “ignoranza dell’Occidente, che garantisce altri attacchi”, anche attraverso un altro pezzo firmato da David Masciotra.

Dati alla mano, Norton spiega invece perché la realtà è semmai un’altra: meno del due percento degli attacchi terroristici verificatisi in Europa tra il 2009 e il 2013 avevano motivazioni religiose; ne aveva invece l’uno percento degli attentati del 2013; meno del tre percento, quelli registrati nel 2012. Ma la logica del pregiudizio contro i musulmani fa il gioco dell’estrema destra (di quella che sta emergendo in Europa, ma non solo) che trova così nell’Isis l’elemento più facile e più adatto al sostenimento delle proprie idee xenofobe. Lo conferma anche Conor Friedersdorf su The Atlantic e Harleen Gambhir sul Washington Post: lo Stato Islamico è una trappola per l’Europa, proprio perché scatena le reazioni anti-islamiche. I dati, li offre di nuovo Norton: “Dopo gli attacchi di gennaio, […] non solo i musulmani furono in massa considerati colpevoli di quegli attacchi; ma altrettanto in massa hanno dovuto sostenere il peso più grande delle ripercussioni. In soli sei giorni dopo gli attacchi di gennaio, l’Osservatorio Nazionale contro l’Islamofobia documentò 60 casi di minacce e attacchi islamofobi in Francia. Anche TellMAMA, un’organizzazione con sede nel Regno Unito, che monitora attacchi razzisti ai danni dei Musulmani, contò 50-60 minacce.”

A ribadirlo, poi, ci sono anche le voci musulmane. Una di queste, è la scrittrice marocchina Leila Lalami che, dalle pagine di The Nation, sbotta:

Non sopporto più chi chiede ai musulmani di prendere parola. Lo fanno tutti i giorni. I musulmani sono le prime vittime dell’Isis, e i suoi primi oppositori. È un insulto a ognuna delle centinaia di migliaia di musulmani vittime del terrorismo accozzarle ai lunatici che perpetrano il terrore. La verità è che l’Isis scarica la sua violenza nichilista su chiunque – musulmano, cristiano o ebreo; credente o non credente – che non si sottomette al suo culto.

Dopo aver ricordato che “quello che è successo a Parigi, il 13 novembre, è già successo altrove, nelle vie dello shopping di Beirut il 12 novembre, nei cielo sopra l’Egitto il 31 ottobre, in un centro culturale in Turchia il 20 luglio, nella spiaggia di un resort in Tunisia il 26 giugno – e quasi ogni giorno da 4 anni in Siria”, la Lalami si getta sulla lunga lista dei debitori di giustizia ai familiari delle vittime – che dallo Stato Islamico, a ritroso, porta fino a Bush e Cheney:

Dobbiamo chiedere il conto all’Isis, al culto nichilista della morte che vede il mondo solo in bianco e nero, senza alcuna gradazione di grigio nel mezzo. Dobbiamo chiedere il conto a Bashar al Assad, la cui risposta a chi pacificamente lo contestava nella primavera del 2011 sono stati i cannoni ad acqua e i tank militari. Dobbiamo chiedere il conto ai governi degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Iran e tanti altri, che hanno prestato supporto e soccorso a un tiranno dietro l’altro nel Medio Oriente e in Nord Africa, e i cui interventi sembrano creare dieci terroristi per ognuno di quelli uccidono. Dobbiamo chiedere il conto a George W. Bush e Dick Cheney, la cui disastrosa invasion dell’Iraq nel 2003 il seguente scioglimento dell’esercito iracheno ha destabilizzato l’intera regione. Dobbiamo chiedere il conto ai re sauditi – Salman, Abdullah e Fahd – i cui fondamenti di dottrina wahabita hanno dato vita al flagello del terrorismo islamico.

Il suo commento torna indietro fino al Marocco degli anni Settanta e, per tentare di spiegare un’attualità che non si esaurisce affatto con gli attentati di Parigi, si appella sia alla storia della Guerra Fredda e del wahabismo, che alla denuncia dei finanziamenti che hanno permesso all’Isis di crescere ed espandersi.

Non possiamo sconfiggere l’Isis senza sconfiggere la teologia wahabita che gli ha dato vita. E fare questo richiederebbe spendere tanti soldi e energie nella difesa delle idee liberali. […] Le decapitazioni, le crocefissioni, la distruzione dell’eredità culturale che l’Isis pratica – niente di tutte questo è nuovo. È tutto già successo, e succede tutt’ora, anche in Arabia Saudita. Il governo dell’Arabia Saudita ha decapitato più persone dell’Isis, quest’anno. Persegue gli Sciiti e gli atei. Ha lentamente distrutto siti di significato culturale e religioso attorno alla Mecca e a Medina. In un’indifferenza quasi universale, ha bombardato lo Yemen per sette mesi. Eppure ogni volta che il terrore colpisce, sfugge ogni preavviso e ogni responsabilità. In questo è aiutato e spalleggiato dai governi occidentali , che acquistano il petrolio da tiranni e vendono loro le armi , mentre a parole predicano i diritti umani.

I toni sferzanti della Lalami si ritrovano anche nel commento di un altro musulmano, Haroon Mogul dell’Institute for Social Policy and Understanding. Agli altri fedeli islamici Mogul si rivolge per dire chiaramente che non bastano le parole di condanna: contro l’Isis ci vogliono azioni concrete.

Dobbiamo costruire delle comunità in cui terroristi non possano trovare alcun punto d’appoggio […] Non intendo dire che i musulmani siano collettivamente o singolarmente responsabili. Ma nemmeno riesco a tollerare l’idea che non abbiamo problema. L’Isis si professa islamico. Il gruppo dopotutto è musulmano. I membri citano le nostre scritture. Dichiarano di agire in nostro nome. Uccidono in nome della nostra fede. E cercare di reclutare assassini tra le nostre comunità, anche e forse soprattutto in Occidente. […] L’Isis è in Guerra contro il modo in cui i musulmani concepiscono l’Islam. E permettetemi di essere chiaro: rappresenta un rischio mortale per l’Islam.

Sapere a memoria i versetti del Corano non fa degli attentatori dei buoni musulmani – Mogul lo sottolinea spiegando perché il Corano viene letto e commentato collettivamente, perché ci sono le scuole di legge islamica e perché non c’è alcuna autorità centralizzata nell’Islam. La risposta è semplice e offre le basi proprio per la reazione musulmana di difesa dell’Islam dall’Isis:

Il Corano si contraddice […]. Dare un senso a un così vasto corpus di testi – destinati a differenti situazioni e contesti, ancorati a differenti momenti della vita di Maometto e che riflettono le situazioni di una piccola città araba del 7° secolo – richiede anni di apprendimento profondo, dibattito e la volontà di ammettere che potremmo sbagliarci. Tutte cose a cui l’Isis non è interessato. Nell’Islam dell’Isis è tutto solo bianco o nero. Ogni testo ha un solo significato, ed è il significato che loro preferiscono. Infatti, nelle letture dei gruppi terroristi, la religione stessa può avere solo una forma, che è il motivo per cui l’Isis invoca spesso il Corano, ma solo le parti in cui supporta la loro visione estremista.

È innegabile che nel Corano ci sia la violenza, ammette Mogul – “ma ci sono ancora più passaggi del Corano che condannano questa stessa violenza, che sottolineano che Dio ha dato la libertà alle persone di scegliere al propria fede, che non è affare nostro imporre la religione agli altri, che uccidere una sola persona innocente è lo stesso che uccidere ogni persona. Ma questi versetti non saranno mai trovati nella propaganda dell’Isis.”

L’Islam tradizionale ha abbracciato il pluralismo, perché ha riconosciuto che la letteratura religiosa non ammette un’unica interpretazione. L’Islam dell’Isis è contrario non solo al pluralismo nel resto del mondo ma anche a quello interno all’Islam stesso.

Pur senza citare apertamente la Siria di Assad, come è capitato di vedere tra gli editoriali e i commenti francesi – l’interventismo emerge comunque anche tra i columnist americani. “L’unica misura adeguata, dopo l’uccisione di almeno 129 persone a Parigi, è militare, e l’unico obiettivo commensurato con la minaccia in corso è la vittoria sull’Isis e l’eliminazione delle sue roccaforti in Siria e Iraq.” – scrive Roger Cohen. Dalle pagine del New York Times che già, con l’editoriale di domenica aveva richiamato all’unità delle forze politiche e militari occidentali, parte quindi un’altra sollecitazione per Obama: “Non è abbastanza dire che l’Isis sarà sconfitto. Queste parole mancano di significato se non corrisponde loro un piano”.

La battaglia sarà lunga. L’Islam è in uno stato di crisi fervida, guidata dalla battaglia regionale tra gli interessi dei Sunniti e degli Sciiti (leggi dell’Arabia Saudita e dell’Iran), afflitto da un’ideologia in metastasi dell’odio anti-occidentale e fondamentalismo wahabita, alla ricerca di una sistemazione ragionevole con la modernità. È un flagello che si può sconfiggere solo dall’interno, dalle centinaia di milioni di musulmani che sono persone di pace e sono inorridite come qualsiasi altro essere senziente al massacro di Parigi. Le loro voci hanno bisogno di levarsi all’unisono in maniera inequivocabile e sostenuta. L’eliminazione dell’Isis in Siria e in Iraq non eliminerà la minaccia terroristica jihadista. Ma la passività è una ricetta per il fallimento certo. È tempo , in nome dell’umanità, di agire con convinzione e potenza contro la piaga dello Stato Islamico. Disunione e distrazione ha minato gli sforzi militari del passato per sconfiggere i jihadisti. L’unità è ora raggiungibile e con essa la vittoria.

Di unità ne vede poca invece il politologo francese Olivier Roy, secondo il quale però gli attentati di Parigi hanno messo in luce i limiti dell’Isis. La fortuna dello Stato Islamico sono stati i titoli di giornale, il tam tam sui social network, l’autorappresentazione di un grande Califfato in continua espansione e destinato a realizzare quell’Islam globale sognato dal movimento espansionista musulmano già dal primo secolo dell’Islam. Questa retorica ha finora alimentato le fila dei volontari dello Stato Islamico, il problema però è un altro – rileva Roy:

Non ci sono più aree dove [l’Isis] possa espandersi dichiarandosi difensore dei popoli arabi sunniti. Al nord ci sono i Curdi; a est ci sono gli iracheni sciiti; a ovest, ci sono gli alawiti adesso protetti dai russi. E tutti gli stanno resistendo. A sud non hanno minimamente ceduto al fascino dell’Isis i Libanesi preoccupati dagli influssi dei rifugiati siriani, né i Giordani che ancora devono riprendersi dall’esecuzione di uno dei loro piloti, e neppure i Palestinesi. Bloccato nel Medio Oriente, l’Isis si è buttato a capofitto nel terrorismo globalizzato. Gli attacchi contro Hezbollah a Beirut, quello contro i russi a Sharm el Sheik e gli attacchi a Parigi hanno lo stesso obiettivo: il terrore. Ma proprio come l’esecuzione del pilota giordano ha generato il patriottismo perfino nell’eterogenea popolazione giordana, gli attacchi di Parigi hanno trasformato la battaglia contro l’Isis in una causa nazionale. L’Isis si scontrerà contro lo stesso muro su cui si scontrò Al Qaeda: il terrorismo globalizzato non è strategicamente più efficace di un attacco aereo condotto senza forze di terra. […] Quindi la strada è ancora lunga, a meno che l’Isis non collassi d’improvviso, sotto la vanità delle sue stesse aspirazioni espansioniste e tensioni tra le reclute straniere e le popolazioni arabe locali. In ogni caso, l’Isis è il peggior nemico di se stesso.

Ma gli attentati di Parigi, dall’altra parte dell’Atlantico, sono anche l’occasione per parlare di altro. Insieme all’arrivo, la settimana scorsa, di 10mila rifugiati siriani a New Orleans – gli atti terroristici del 13 novembre hanno evidenziato, per qualcuno, una parte (dell’emergenza) per l’emergenza intera: quella del cambiamento climatico.

A porre la questione in questi termini c’è Paul Krugman:

Il terrorismo è solo uno dei tanti pericoli del mondo e non dovrebbe essergli consentito di deviare la nostra attenzione da altre tematiche. Mi dispiace, conservatori: quando il presidente Obama descrive il cambiamento climatico come la peggiore minaccia che possiamo trovarci di fronte, ha esattamente ragione. Il terrorismo non può distruggere la nostra civiltà e non lo farà, ma il surriscaldamento globale potrebbe.

Intanto però a Parigi i cartelloni del film “Made in France” sono stati ritirati e l’uscita del film (in programma per il 18 novembre) è stata ritardata: non è il caso di lasciare appese ai muri delle strade le immagini della Tour Eiffel trasformata in un kalashnikov con tanto di scritta “La minaccia viene dall’interno”. La realtà ha già superato la fantasia e fa ben più paura di un film apocalittico.

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