Le piazze israeliane al grido
di “Democrazia”

Manuela Dviri è una scrittrice, giornalista ed attivista italo-israeliana. Dopo la perdita del figlio nella prima guerra tra Israele e Libano, si unisce alla campagna delle “Quattro madri”, il cui contributo porta alla ritirata dell’esercito di Tel Aviv nel 2000. Tra i suoi scritti La guerra negli occhi. Diario da Tel Aviv (Avagliano, 2003), l’opera teatrale poi diventata libro, Vita nella terra di latte e miele (Ponte alle Grazie, 2004), Un mondo senza noi (Piemme, 2015). Ha scritto per il Corriere della Sera, Haaretz, The Guardian.

 

Sabato sera, 3 giugno 2023, un sabato qualunque. Ventiduesima settimana di protesta in via Kaplan, Tel Aviv, e in tutta Israele. 140mila solo a Kaplan, dicono i media. Mezzo milione in tutta Israele. E siamo una popolazione di meno di dieci milioni di anime. Adesso si torna a casa con la bandiera sotto il braccio ben arrotolata perché non ti sventoli sulla faccia dal vento. C’è chi torna a casa a piedi, chi in bici, chi in monopattino elettrico. Persone normali, giovani, vecchi e bambini.

La dimostrazione a Tel Aviv era iniziata con un minuto di silenzio per ricordare i tre soldati diciannovenni uccisi nella notte da un soldato egiziano. Due soldati e una soldatessa. Le dimostrazioni del sabato sera sono solo una parte della protesta. I membri della coalizione, da Bibi in giù, vengono seguiti ovunque dai dimostranti, con trombe e tamburi e altoparlanti che ripetono la parola “bushà”, vergogna.

Anche all’estero. A marzo Benjamin Netanyahu è stato seguito nei suoi incontri di Stato a Roma, Berlino e Londra, e in ciascuna di queste città si sono svolte manifestazioni di protesta da parte degli israeliani locali. Poi non si è più mosso. E Biden fino ad ora non lo ha comunque voluto ricevere. A New York dove era arrivato per un convegno Simha Rothman, uno dei padri della riforma, un gruppo di israeliani lo ha seguito con trombe e megafoni finché, innervosito, ha strappato con la forza il megafono dal collo di una ragazza.

Come siamo arrivati a questo punto?

Tutto era iniziato a novembre, dopo la vittoria di Netanyahu e la formazione del nuovo governo con la sua coalizione di sei partiti: il Likud, i partiti degli “haredim” ultra religiosi e il partito religioso suprematista. Era il 29 dicembre. Il 4 gennaio il ministro della giustizia Yariv Levin in una conferenza stampa annunciava il programma del governo per una riduzione dell’indipendenza della magistratura, dando al potere esecutivo la capacità di scavalcare quello giudiziario con una riforma giuridica.

“È un colpo di stato, un cambiamento di regime, l’inizio di una dittatura democratica” replicava immediatamente, uno tra tanti, il giudice in pensione della Corte suprema Eliakim Rubinstein in una lettera firmata da quasi tutti i pubblici ministeri e procuratori che hanno ricoperto incarichi negli ultimi 50 anni. Per capire la gravità della situazione va ricordato che Israele non ha Costituzione, né tantomeno un Senato. Che il Presidente ha poteri solo simbolici. Quindi non esiste alcun freno al governo tranne quello della magistratura. All’idea, provi una sensazione di angoscia e di paura così forte da non dormirci la notte. Una sensazione apocalittica. Di vergogna, anche.

La prima dimostrazione, ricordo, fu sotto una pioggia torrenziale. Era il 14 gennaio. Eravamo non più di 80mila, sotto gli ombrelli. Quasi tutti di una certa età. Ma sarebbe presto cambiato.

Una delle più creative fu il 16 marzo, a Gerusalemme. Durante la notte, decine di artisti travestiti da operai municipali avevano dipinto una striscia rossa e rosa lungo la strada che porta alla Corte suprema, a segnare il legame inscindibile tra un sistema giudiziario indipendente e libertà di espressione e creatività, tempo libero, cultura e sport.

“La storia dimostra che la distruzione delle istituzioni democratiche porta inevitabilmente alla persecuzione, al silenzio e alla censura dell’arte, della cultura e della creatività” avevano dichiarato gli organizzatori, “non c’è cultura, creatività e libero pensiero senza democrazia e non c’è democrazia senza cultura, non ci sono colori, non ci sono ombre, solo un mascheramento grigio e repressivo che mira a produrre una società obbediente e timorosa”.

La più importante, indimenticabile, fu il 26 marzo. Quel giorno Netanyahu aveva annunciato che avrebbe destituito il ministro della Difesa Yoav Gallant, reo di aver chiesto in una conferenza stampa di congelare la riforma giudiziaria per il pericolo di uno spaccamento anche all’interno dell’esercito. Alla notizia dell’allontanamento del ministro centinaia di migliaia di manifestanti, in gran parte giovani o giovanissimi, si riversarono in pochi minuti sulle strade del paese protestando fino a tarda notte, richiedendo inferociti di riportare il ministro della Difesa al suo posto, mentre le università annunciavano uno sciopero e oltre venti capi delle autorità locali dichiaravano sciopero della fame.

Il giorno dopo, il 27 marzo, il sindacato dei lavoratori annunciava lo sciopero generale. Chiusa la Borsa. Ambasciate all’estero chiuse, voli aerei sospesi in un Paese dal quale si può partire solo in aereo. Scuole e università ferme. Israele nel caos.

Netanyahu capì.  Dopo una giornata di trattative il premier annunciava, parlando alla nazione, che la contestata riforma della giustizia sarebbe stata rinviata, o meglio, congelata. Contemporaneamente iniziava, sotto l’ausilio del presidente Isaac Herzog, un dialogo tra opposizione e coalizione. Cancellato anche il benservito al ministro della Difesa.

Gli organizzatori della protesta replicarono a loro volta che la protesta sarebbe continuata fino alla piena, totale e assoluta cessazione della riforma.

E quindi le manifestazioni e le proteste sono continuate. Un’unica interruzione, il 13 maggio, durante l’operazione militare “scudo e freccia” per il pericolo dei missili da Gaza sui dimostranti. Ma molti, in particolare a Tel Aviv, non vi hanno rinunciato neanche allora. Non si rinuncia facilmente all’appuntamento del sabato sera, la migliore pillola contro la depressione.

Ci sono state piccole e grandi vittorie e piccole e grandi sconfitte. E una certezza: per continuare il suo “regno” Netanyahu ha bisogno di un paese diviso, pessimista, disperato, depresso. Ci vuole più poveri, più separati, più impauriti e disorientati, o, peggio ancora, indifferenti, apatici.

La protesta non è nulla di tutto ciò. È allegra, ottimista, creativa, aperta a tutti. Tutt’altro che violenta o pericolosa per chi vi partecipa. Non ci sono infiltrati. Non ci sono atti di vandalismo.  È vitale, creativa. È una voce che chiede di essere ascoltata.

Quando, dopo la morte di mio figlio Yoni durante l’eterno conflitto col Libano, nel 1998, trovai la forza di lottare perché l’esercito israeliano si ritirasse dalla terra dei cedri per tornare all’interno dei suoi confini (evento che si verificò nel maggio 2000), imparai una grande lezione. Imparai che la mia voce contava.

Ora, dopo il congelamento della riforma, ne ho avuto la conferma. Ogni voce conta. Tutte le nostre voci contano. La protesta, come un corpo che ispira ed espira, che si rilassa e si stressa, ha momenti di attività e di riposo e riflessione. Con il caldo estivo, e qui d’estate fa davvero molto caldo, con le vacanze, con la partenza di molti israeliani per viaggi fuori del paese, e soprattutto con la chiusura della Knesset il 30 luglio, diminuiranno molto i numeri.

Ma fino al 30 luglio la strada è ancora lunga.  Al primo nuovo pericolo, si riempiranno di nuovo le file dei soldati di riserva della protesta. La vigilanza, energica e controllata, è essenziale. E torneranno a protestare i generali e gli ex capi di Stato maggiore, i medici e gli psicologi, gli ex diplomatici e gli insegnanti, e gli esperti di tecnologia e di innovazione di economia e di intelligenza artificiale, gli inventori di start-up, gli scrittori e i giornalisti e gli studenti, gli arabi israeliani, gli attivisti Lgbtqia+, e i “contro l’occupazione”, le bandiere rosa e quelle nere specificamente contro Bibi.

Ognuno con il suo angolo fisico, e il gruppo specifico a cui si sente di appartenere all’interno del grande gruppo. I giovani continueranno a cantare “Nafaltem al chador ha lo nahon”, vi è capitata la generazione sbagliata, e a cantilenare “De-mo-cra-zi-a”. Torneranno tutti. Torneremo tanti. Spero.

 

Foto di copertina: alcuni manifestanti passano davanti a un cartellone pubblicitario che ritrae il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una manifestazione contro la riforma della giustizia. Tel Aviv, 10 giugno 2023 (foto di Jack Guez/Afp).

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