Maisa Saleh, raccontare la Siria in guerra
Il mondo non dimentichi le colpe di Assad

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Mascherandosi. Così Maisa Saleh ha girato le tredici puntate del suo programma mandate in onda da Damasco per Orient Tv. Quando il regime ha scoperto il vero volto che si nascondeva sotto la parrucca che indossava, nessun attivista siriano è più stato raggiunto dal microfono di Maisa, sbattuta in carcere per sette mesi. Infermiera di professione e attivista per missione, Maisa ha sentito il dovere di trasformarsi in citizen journalist, diventando prima vittima dell’apparato di sicurezza del regime e poi delle milizie dell’autoproclamatosi stato islamico che hanno rapito sua sorella. Per il suo coraggio, ma anche per la sua modestia, la rivista Internazionale le ha consegnato il premio Anna Politkovskaja, ritenendola una donna che si è distinta tra i giornalisti per l’impegno e il tentativo, al limite del sacrificio umano, di raccontare le storie che si nascondono tra il bianco e il nero del suo martoriato paese.

Prima della rivoluzione lei era un’infermiera. Perché ha deciso di buttarsi nel mondo del giornalismo?

Ora tutto il mondo sa che la mia città, Aleppo, è la più distrutta al mondo dopo la seconda guerra mondiale. La più pericolosa secondo l’Onu. È resa sempre più famosa dai filmati dei giornalisti stranieri decapitati dall’autoproclamatosi stato islamico. Ma questa violenza non è qualcosa delle ultime ore, era parte integrante del regime degli Asad. Le faccio un esempio. In Siria c’era un fantino che è stato in prigione perché aveva battuto durante una competizione Basil al-Asad, il figlio di Hafez al-Asad destinato a succedergli come presidente. Questo fantino, Adnan Qassar, è stato in carcere per 21 anni. Veniva massacrato ogni anno in prossimità della ricorrenza della morte di Basil. Questa storia non la sapeva nessuno prima della rivoluzione scoppiata del 2011. Nessuno di noi. Quando siamo scesi in strada contro Al-Asad avevamo un sogno rosa. Volevamo una Siria con meno prigioni, ma con più scuole. Siamo stati come dei bambini che sognano di volare, ma la realtà contro la quale abbiamo lottato è stata molto più difficile. Quando ho visto che tutti i giornalisti professionisti – tranne quelli leali a Bashar – sono stati arrestati dal regime, ho sentito di dover fare qualcosa. Potevo stare a guardare, rischiando che le nostre storie finissero nel dimenticatoio dove per anni era stata nascosta quella del fantino? Ho sentito l’esigenza di oppormi agli unici media che potevano parlare, quelli del governo. Non potevo guardare inerme i censori che omettevano le immagini dei manifestanti che scendevano in strada per chiedere più diritti in modo pacifico.

Per girare le sue trasmissioni lei si è travestita, cercando di sfuggire alle autorità, ma non tutto è andato liscio. Che cosa vuol dire per una donna siriana essere in carcere?

Maisa Saleh a Internazionale FerraraIo sono finita in prigione perché uno dei miei amici è stato arrestato. Non lo sapevamo e quando lui mi ha chiamato dicendomi che ci dovevamo vedere urgentemente sono corsa. Era stato picchiato e torturato in carcere e alla fine ha ceduto alle pressioni denunciandoci. Ci eravamo dati appuntamento in un ristorante e con me a tavola c’erano altre 12 persone. Lui è arrivato accompagnato dalle forze di sicurezza e tutti noi siamo stati arrestati. Alcuni sono ancora in carcere. Una volta dentro, ho subito degli interrogatori abbastanza pesanti. Le forze di sicurezza volevano sapere tutto. Sono andati a casa mia e hanno sequestrato tutti i miei oggetti personali, fra cui il mio computer e diverse foto di bambini perché mi occupavo anche delle condizioni dei minori nelle zone di conflitto. Da qui hanno iniziato a scavare in tutte le mie attività con interrogatori lunghissimi. A volte arrivavano anche a sette ore.

Nelle prigioni siriane non c’è differenza tra le torture subite dall’uomo e quelle di cui sono vittime le donne. Circa cento persone ogni giorno muoiono dietro le sbarre. Il mio caso ha fatto clamore, ha avuto una certa risonanza internazionale. Per questo non sono stata violentata. Ma ho visto donne picchiate con quelle che noi chiamiamo sedie tedesche. Vengono appese al soffitto con le mani e poi malmenate sul corpo a penzoloni. Alcune donne sono state violentate. Quelle che dovevano partorire non potevano ricevere assistenza. Io stessa ho dovuto aiutare una donna a far nascere suo figlio. Tutto questo mostra che la donna è parte integrante della guerra in corso. Viene seviziata e punita se prende parte alle manifestazioni. Viene usata come oggetto di scambio e spesso come strumento di pressione sugli attivisti. Quanti si sono visti sorelle o mogli arrestate, sentendosi minacciati e con le spalle al muro.

Una volta uscita dal carcere tramite uno scambio di prigionieri lei è andata in Turchia. Qui non si deve più travestire, ma non è più tra i siriani di cui continua a raccontare la storia. Come è cambiato il suo modo di fare giornalismo?

La differenza è enorme. Quando giravo i miei servizi in Siria ero un tuttofare. Montavo tutti i servizi che facevo e poi ero sempre sotto pressione 24 ore al giorno. Ero costretta a travestirmi, a mettermi la parrucca, a scappare in continuazione per nascondermi. Ora non faccio più così. Lavoro in condizioni molto più agiate, ma non sono più tra la mia gente. Quindi per coprire la Siria ascolto i racconti di chi arriva nei campi profughi. Nelle zone di confine ci sono tante storie autentiche, di dolore e di sacrifici. Ho poi in programma una nuova trasmissione “Il Volo della Farfalla”. Mi occuperò di donne.

Quali sono i limiti della cronaca raccontata da un giornalista autorizzato dal regime a entrare in Siria?

Chiunque ottiene il visto viene controllato continuamente. Spesso è affiancato da un militare che lo porta in giro, gli dice che cosa deve dire e non potrà mai entrare nelle zone dove ci sono i ribelli. Ora che la lotta armata è sotto gli occhi di tutti, il regime ha interesse a dimostrare che quella in corso non è una rivoluzione, ma è solo estremismo. Per questo saranno autorizzati più giornalisti. Certamente il racconto di chi riceve il visto del regime è parziale e influenzato.

Ora si bombarda la Siria perché anche qui è attivo l’autoproclamatosi stato islamico. Voi siriani che da anni siete vittime della violenza come vi sentite trattati dalla comunità internazionale?

Gli interessi internazionali hanno fatto nascere lo stato islamico. Dall’inizio della rivoluzione, il regime ha liberato 1500 estremisti islamici. Ha fatto spazio per mettere in carcere gente come me. Il regime non è il solo colpevole della nascita dello stato islamico, tanti altri stati l’hanno armato. Gli estremisti ora in Siria sono arrivati da tutte le parti del mondo e nessuno ha fatto nulla per bloccarli, chiudevano gli occhi compiacenti. Per questo ci sentiamo traditi dalla comunità internazionale. Inerme nel difendere noi siriani vittime di una dittatura che il mondo ha sostenuto e ora attiva nella lotta contro il mostro che ha contribuito a creare solo per il timore che faccia male anche a voi. Il discorso del Cairo pronunciato dal presidente statunitense Barack Obama all’inizio del suo mandato era un’illusione. E lo stesso possiamo dire per i discorsi di tanti leader mondiali che hanno parlato di dare sostegno al popolo siriano e alla sua rivoluzione. Nessuno era sincero e in Siria abbiamo assistito solo a distruzione e massacri. Quando Obama diceva che l’uso delle armi chimiche sarebbe stato la linea rossa al di là della quale sarebbe intervenuto non ha mantenuto la parola data. Le armi chimiche sono state utilizzate e Assad ha continuato a rimanere al suo posto. Tutto questo è un gioco sporco sulla pelle dei siriani.

Ha contribuito alla stesura dell’intervista Giulia Ciatto

Immagine nell’articolo: Maisa Saleh al Festival di Internazionale a Ferrara, dove le è stato consegnato il premio Anna Politkovskaja

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