Attaccare briga con Germania e Francia non ci porta lontano

Capisco che molti non vogliono sentirselo ripetere, ma se invece vogliamo cercare di capire veramente che cosa aspetta i nostri figli e nipoti forse è bene partire da alcuni dati incontrovertibili.

L’Italia ha un debito pubblico pari al 132% del prodotto interno lordo, la produttività è ferma da almeno 10 anni, la crescita dell’economia é lenta e insufficiente – stiamo appena recuperando adesso il livello del 2007 – la disoccupazione, soprattutto giovanile è altissima, i nostri titoli di Stato rendono 1’1,6% in più di quelli spagnoli, segno di una non grande fiducia nella nostra possibilità di ripagarli, e si potrebbe continuare.

Sostenere che queste sono le cifre di un paese in salute o di una economia in ri presa, può essere solo frutto di ignoranza o mala fede.

Lo stesso si può dire di coloro che attribuiscono questa situazione alle conseguenze dell’introduzione dell’euro, come se una moneta condivisa, strumento ideale di comparazione dell’efficacia della gestione del paese, invece di ispirarci, ci avesse impedito di ottenere risultati straordinari.

Ora che l’euro abbia molte caratteristiche in comune con il marco tedesco è comprensibile in quanto il marco era la moneta più forte tra quelle coinvolte nell’introduzione dell’euro.

Altrettanto ovvia è l’osservazione che, di conseguenza, la nostra economia gradualmente avrebbe dovuto adeguarsi al funzionamento di una economia a moneta forte come appunto quella tedesca. L’economia tedesca ha sempre funzionato con queste caratteristiche: moneta forte e cambi in periodiche rivalutazioni, interessi bassi, alto livello di investimenti soprattutto privati, alta produttività, disciplina salariale, pagamenti solleciti soprattutto da parte dello Stato e degli enti pubblici. Tutti ricordiamo che l’introduzione dell’euro diede all’Italia un enorme beneficio con l’abbassamento dei tassi di interesse. Credo anche che gli artefici dell’euro – in particolare Romano Prodi, allora presidente del Consiglio e Carlo Azeglio Ci ampi, ministro del Tesoro, avessero chiaro che il bonus derivante dall’abbassamento dei tassi avrebbe dovuto essere usato per finanziare gli interventi strutturali necessari a correggere alcuni mali atavici del funzionamento del nostro sistema economico per adeguarlo alle regole di funzionamento di una moneta forte quale l’euro. Penso anche che questo programma – che non ricordo sia mai stato formalizzato e abbia mai raggiunto le aule parlamentari – prevedesse un energico piano di privatizzazioni.

Credo che la sola prospettiva di alcuni interventi facilmente intuibili e la paventata fine dei benefici dell’economia mista per lasciare spazio alla libera competizione di mercato, abbia preoccupato profondamente una parte della nostra classe politica di allora. Infatti il governo Prodi fu fatto cadere anzitempo con modalità inconsuete e immeritate e la privatizzazione dell’Enel, uno dei successi del primo governo Prodi, è rimasta nelle cronache come l’ultima privatizzazione significativa effettuata in Italia.

I governi che si sono succeduti, indipendentemente dal colore, hanno gestito il potere e quindi l’economia secondo i collaudati criteri precedenti l’introduzione dell’euro, con i risultati che vediamo.

Quella sopra descritta é la stessa matrice culturale che ha fatto esplodere dopo le elezioni del 4 marzo un torrente di sentimenti antigermanici, trasformando la formazione di un nuovo governo quasi in una dichiarazione di guerra, con accompagnamento di adeguate fanfare mediatiche che hanno provocato analoghe reazioni in Germania, frutto, soprattutto quelle italiane, di un misto di invidia e complessi di inferiorità. Da sempre i media tedeschi hanno usato un linguaggio ammirativo per l’Italia nelle pagine culturali, e toni sprezzanti nelle pagine economiche e politiche. Analogamente nella stampa italiana non si é mai cessato di sottolineare l’eccesso di esportazioni e la bilancia dei pagamenti troppo positiva della Germania, come se questi fossero difetti e non fossero gli stessi elementi che ci inorgoglivano all’epoca del cosiddetto miracolo economico italiano.

Le guerre mediatiche non sono cosi gravi come le guerre doganali, ma contribuiscono ad avvelenare il clima dei rapporti all’interno e a livello internazionale. Il successivo esplodere di sentimenti antifrancesi dopo le dichiarazioni di Salvini e la reazione Incontrollata del portavoce dell’Eliseo mi sembra contribuiscano a dare all’Italia l’immagine di un paese attaccabrighe, come era facile prevedere dalle dichiarazioni bellicose durante la campagna elettorale, come se l’insulto non fosse l’impegno più’ facile da mantenere volendo ignorare le conseguenze a medio termine.

Non riesco a vedere nulla di positivo in questa situazione e tutto contribuisce ad alimentare il livello di preoccupazione per il futuro. D’altra parte non dobbiamo stupirci, essendoci noi affidati in prevalenza ad una forza politica che avuto come massima sintesi ideologica il Vaffa.

Non a caso nei programmi elettorali e nei programmi di governo il tema dell’educazione e della formazione è praticamente ignorato e quando si dice che bisogna aumentare gli investimenti, si dimentica che non sono necessari solo finanziamenti e coperture di bilancio, ma anche ingegneri. Proprio come in Germania.

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