COSE DELL'ALTRO MONDO

Riccardo Cristiano

Giornalista e scrittore

Minniti e l’islam italiano: ok, ma serve altro

Il ministro dell’interno, Marco Minniti, ha tempestivamente riunito la “consulta islamica” ponendo al centro della riflessione due punti: sermoni in italiano e albo degli imam. Si tratta di obiettivi che appaiono logici, opportuni, ma anche, diciamo la verità, scontati. Sono cinquant’anni che gli italiani, cattolici e non, sanno che la Chiesa cattolica, nonostante qualche persistente mal di pancia, ha introdotto la riforma liturgica grazie alla quale l’intero rito, non solo il sermone, viene celebrato in lingua volgare, cioè qui da noi in italiano. Figuriamoci se si possa immaginare che sia ancora un problema l’idea che in moschea i sermoni sia logico che vengano pronunciati in italiano, visto e considerato che i musulmani non sono tutti né in maggioranza arabi. E’ un problema di logica. Come è un problema di logica che si sappia chi guiderà la preghiera.

Le idee sottoposte all’incontro tra il ministro Minniti e la “consulta” sono dunque tanto giuste quanto indicative del  ritardo nel quale l’Italia multi-religiosa si trova. L’islam italiano, per non essere un problema ma una risorsa, deve trovare una forma. E la prima forma è il riconoscimento giuridico. Ovvio che questo riconoscimento vada dato ad un’entità italiana, che grazie allo Stato trovi il modo di colmare un vuoto. Questa entità, all’inizio gestita da un comitato provvisorio, dovrebbe affrontare da subito due problemi: avviare a soluzione il problema della formazione degli imam e convocare le prime elezioni dei rappresentati dei musulmani italiani.

Troppo spesso si sente dire di imam che scaricano da internet le loro prediche. Anche se leggessero pedissequamente quanto il web gli ha fornito, il loro corpo sarebbe in Italia, ma non la loro testa. E invece i musulmani italiani, che vivono in Italia, hanno bisogno di gente che gli parli col corpo e con la testa da questo paese. E sapendo ciò di cui parlano. Per questo dovrebbero conoscere l’Italia e  studiare il Corano, come i parroci hanno studiato i Vangeli. E dove studieranno gli imam italiani? Far sì che studino è un interesse prioritario italiano, se noi italiani vogliamo che l’islam sia più di quanto non sia una risorsa italiana e non, come alcuni ritengono, un problema.

La Francia, a spese dello stato francese, ha siglato un accordo con l’università Muhammad IV di Rabat, in Marocco, per far formare lì i suoi nuovi imam. E’ una strada, un’idea. Certo i preti studiano, i sacerdoti sono formati, i canonisti pure, ovviamente. E’ impensabile che non abbiano dove studiare i nostri imam. Ma per risolvere un problema bisogna partire. E l’inizio è sempre il punto più difficile. Ma occorre il coraggio di farlo.

Avviata a soluzione, con l’aiuto dello Stato italiano, la questione della formazione, l’entità provvisoria islamica dovrebbe passare la mano a quella eletta. Eletta da chi? Eletta dai cittadini di fede islamica. Che andrebbero chiamati al voto ma non nelle moschee, visto che molti di loro non le frequentano, ma in sedi pubbliche, statali, ad esempio presso i Comuni, o le circoscrizioni, dove è probabile si rechino più abitualmente per le loro esigenze quotidiane. Così tutti potrebbero venire a sapere del voto e partecipare. Poi gli eletti potrebbero gestire insieme questo nuovo cammino, gestendo non solo l’8 per mille, ma anche i soldi che vengono settimanalmente raccolti per beneficenza, nei luoghi culto.

 

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