IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Giletti, la stoccata che diventa una steccata

I talk show televisivi italiani hanno la prerogativa di porre non gli ospiti ma il conduttore in primo piano, come se fossero concepiti per esaltare e divulgare il suo pensiero col rendere strumentale ogni altro partecipante. Non c’è mai stato conduttore, da Ferrara a Santoro a Costanzo, che non abbia prevaricato costringendo gli ospiti e il pubblico ad ascoltare lui anziché mettersi in ascolto e accettare qualsiasi parere contrario al suo. Eccelle in questa prassi Massimo Giletti, che gridando e sbraitando alla Sgarbi si è fatto fama di duro, di giornalista coraggioso e civilmente impegnato. Ama circondarsi di spalle come Nunzia Di Girolamo, Alessandro Cecchi Paone, Luca Telese che con lui condividono una personalità dell’io che li porta a zittire e sopraffare ogni ospite.
Nell’ultima puntata del 19 gennaio sono stati impeccabili in quadriglia nell’impedire all’imprenditore calabrese Maurizio Talarico di esprimere le proprie opinioni in difesa di Marco Polimeni, presidente del Consiglio comunale di Catanzaro, letteralmente aggredito verbalmente una settimana prima da Giletti perché nel rispondere a una domanda si è fatto suggerire da un collaboratore. Talarico ha provato in tutti i modi a parlare, ma non c’è riuscito se non a singhiozzi, né ha saputo dare spiegazione alcuna alla rutilante e stucchevole richiesta di Giletti di dirgli perché tutti  lo attaccano e criticano. Non ha in verità motivo di chiederlo ad altri, bastandogli  un esame di coscienza sull’impenitente vocazione che puntualmente ostenta a personalizzare la trasmissione, a rendersi primattore, a credere che conti lui più dei fatti che tratta e pensare sempre e comunque di avere ragione.
La sua ossessione a demonizzare il Sud, sciorinando dati su ritardi e arretratezza, non lo fa solo amico e sodale di Salvini (al quale in diretta dà del lei, ricevendo un confidenziale tu che tradisce i loro reali rapporti), ma lo rende portatore di interessi politici di vecchio conio e alfiere di una logica nazionale intesa a trovare responsabili le vittime e non i carnefici: facendo così come il giudice di Acchiappacitrulli che manda in carcere Pinocchio per aver presentato denuncia del furto dei suoi zecchini d’oro e fatto i nomi degli autori. Giletti e la sua congrega, nella quale brilla una meridionale come la Di Girolamo che tutto fa per apparire settentrionale, non ce la fanno proprio a comprendere che un territorio malato come quello calabrese non può avere alcuna colpa dei suoi mali, come non ne ha una persona disabile o in miseria. Farebbe bene a leggere quanto Sciascia scriveva della passione di Stendhal per la Sicilia, dove diceva di essere stato ma in realtà volendoci solo andare, anche perché era la sola regione italiana che di un libro straniero facesse richiesta fino a trecento copie a differenza di Stati italiani del nord nessuno dei quali superava la decina. Mai Giletti ha mostrato una delle sue sparluccicanti tabelle sulle differenze culturali tra le regioni italiane e mai si è dunque reso conto che vale per il Sud d’Italia quanto valse per Roma che se conquistò politicamente la Grecia fu culturalmente dalla Grecia conquistata.
La sua avversione contro il Mezzogiorno, esibita con intemerate come quella sostenuta per le sorelle Napoli di Mezzoiuso quando dimostrò di non aver capito niente né della Sicilia né della mafia, è tracimata come una pentola in ebollizione in occasione della puntata nella quale ha zittito Marco Polimeni usando toni talmente esagitati da fare impallidire persino uno Sgarbi. Lo accusò, imputandogli una colpa per lui irredimibile, di aver dato ascolto a un suggeritore al suo fianco nel rispondere a una domanda di Telese peraltro confusa e incomprensibile, pretendendo per qualche motivo che lo facesse senza imbonitori e che non pronunciasse il nome del procuratore Micola Gratteri come persona cui guardare quale esempio di specchiato calabrese per condotta e moralità. Naturalmente Polimeni, invitato da Giletti ad andare in trasmissione per riprendere e rilanciare la polemica nello stile di Giletti, cui premono innanzitutto i dati di ascolto, si è poi guardato bene dal farlo, sottraendosi a un trituratore che colpendo lui era diretto a stritolare un’intera regione attraverso la messa alla gogna di quasi la totalità del Consiglio comunale (Polimeni però escluso) la colpa dei cui consiglieri – quella di timbrare le presenze in commissione e poi andare via – è sembrata a Giletti capitale, quando molte volte disertare una riunione di commissione può anche adombrare un’azione di ostruzionismo contro un atto politico, pur approfittando della possibilità di non perdere invero il gettone.
La questione riguarda nondimeno aspetti diversi e solleva due interrogativi: perché mai Polimeni non poteva farsi suggerire quanto dire da un collaboratore, che peraltro era il capo ufficio stampa del Comune e quindi del tutto legittimato ad assistere innanzitutto il presidente del Consiglio comunale? E perché Polimeni, accusato di non aver risposto alla domanda di Telese, doveva sentirsi nell’obbligo di attenersi all’argomento quando invece gli premeva dire altro, magari nell’intento di snobbare il giornalista che certamente non era un giudice (ma tale voleva evidentemente apparire) cui è necessario rispondere? Ma soprattutto, perché Polimeni non poteva fare il nome di Gratteri avendone ben più ragioni certamente di Giletti essendo calabrese e figura istituzionale? Perché mai avrebbe dovuto, a stare all’indice puntato di Giletti a muso duro e la saliva alla bocca, non nominare invano il nome di Gratteri? Polimeni si è appreso che è praticante giornalista, incensurato, non sottoposto ad alcuna indagine, imprenditore avvertito e figlio di un altro giornalista televisivo calabrese: non meritava certo di essere trattato come un reprobo cui non spetti la libertà di richiamarsi a personalità di sicura reputazione. Nella caciara che ogni domenica sera diventa “Non è l’arena”, probabilmente a bella posta per magnificare l’egida di Giletti, Polimeni ha evidentemente ritenuto di fronteggiare il capo d’accusa intentato ferocemente al Consiglio comunale che presiede appellandosi a un calabrese di spessore, magari per dire che in Calabria vivono anche persone come Nicola Gratteri. Perché Giletti ha reagito come un invasato? Perché ha trovato disdicevole che Polimeni si facesse suggerire da un collaboratore pagato per suggerire? E perché mai il nome di Gratteri non può pronunciarlo, anche fuori contesto, un calabrese per bene? Sono domande che ne inducono un’altra: se Giletti Superio non avesse avuto una tesi da sostenere, dimostrare cioè i guasti sociali di Catanzaro, avrebbe avuto questo comportamento da ossesso, balzando in aria come un misirizzi e chiamando i suoi pifferai a cantare le sue lodi? Un’ultima domanda: ma perché la televisione deve perpetuare il teorema delle due Italie affidando a presentatori attaccabrighe il compito di tenere vivo il primato del nord sostituendosi alla Lega?

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