Cavour e l’interpretazione del Risorgimento

Quando alla metà degli anni Novanta del Novecento (su sollecitazione di chi vi parla, permettetemi di menare di ciò un qualche vanto) Luciano Cafagna comincia a lavorare al suo libro su Cavour, l’opera del grande ministro appariva ormai uscita del tutto dall’interesse degli storici italiani e in generale dell’opinione pubblica colta del paese. Basti pensare che la monumentale biografia cavouriana di Rosario Romeo, pubblicata tra il 1969 e il 1984, non ebbe l’onore di ricevere neppure una recensione ( neppure una) dalle nostre principali riviste storiche (a cominciare dalla Rivista Storica Italiana, e da Studi storici ), e che perfino la Rassegna Storica del Risorgimento (si direbbe perché proprio non poté farne a meno) dedicò – ma solo al primo volume – appena una breve nota per la penna di Bruno di Porto.
Certo, nel caso dell’opera di Romeo, del liberale Rosario Romeo, agiva la diffusa faziosità politica degli ambienti accademici, i quali non riuscivano a dimenticare le sue ripetute prese di posizione contro idee, autori e movimenti cari alla sinistra. Così come altrettanto certamente faceva sentire il suo effetto anche la voga storiografica di quegli anni: in linea di principio ostile alla storia politica in quanto tale, e non parliamo poi all’idea della biografia, con il suo implicito riconoscimento del ruolo della personalità nella storia. Ma molto di più pesava, collegato direttamente all’orientamento ora detto, qualcosa di più profondo. E cioè, oltre una certa svalutazione generale dell’idea di nazione, giudicata come qualcosa di ormai superato, soprattutto una diffusa indifferenza per la statualità italiana, un ostentato disinteresse per le sue vicende e le sue peculiari ragioni storiche. Tutto ciò è durato, si può dire, fino a ieri. Basti ricordare che dei 27 saggi che compongono il volume dedicato al Risorgimento degli Annali della Storia d’Italia Einaudi, uscito nel 2007 a cura di Alberto Maria Banti e Paul Ginsborg, neppure uno ha per oggetto Cavour o la sua azione, mentre le non molte citazioni del suo stesso nome, sparse qual è là lungo le 883 pagine, appaiono del tutto estrinseche e in sostanza irrilevanti.
Rispetto a questo panorama degli studi – ma dovrei dire meglio, rispetto a questa condizione dello spirito pubblico italiano – il lavoro di Luciano Cafagna – ce ne accorgiamo bene oggi, che con il 150° anniversario dell’Unità quel clima è assai mutato – si presenta come un’indicazione culturale in controtendenza e di segno fortissimo: con al centro della scena, in posizione di assoluto predominio, colui che solo si mostra “in grado di guidare la trama”, di “concludere qualcosa capace di stare e di restare in piedi”.
Allo stesso modo, dunque, in cui il Risorgimento appare a Cafagna, sulle orme di Piero Gobetti, un “lungo soliloquio” di Cavour, così il suo libro appare al lettore una sorta di lungo soliloquio con Cavour: un soliloquio che prende di continuo la forma di un’alta meditazione sulla politica in generale e sul suo ruolo nell’intera nostra vicenda nazionale, che l’autore stesso pone in consapevole continuità con quella tradizione, tipica della storiografia italiana, tutta volta per l’appunto alla dimensione etico-politica e alla sottesa, implicita questione cruciale della “classe dirigente”.
Per l’appunto, l’obiettivo della costruzione di una nuova classe dirigente nazionale, in sostituzione delle vecchie aristocrazie e dei vecchi notabilati preunitari, fu questione che, come Cafagna sottolinea, Cavour percepì con chiarezza e cercò di avviare a un esito positivo vedendone l’unica soluzione possibile in una “mimesi verso il centro”: cioè nel nostro obbligatorio adeguamento al modello di èlite franco-inglese e più in generale all’Europa, che da allora in poi resterà il traguardo paradigmatico quanto perennemente irraggiungibile dell’Italia migliore.

La storia ragionante

Proprio in ragione di questa impostazione etico-politica, che necessariamente si nutre di concettualizzazioni forti e che inevitabilmente spinge a quella che il suo autore stesso ha chiamato altrove “la storia ragionante”, il libro che oggi ricordiamo più che l’andamento classico di una ricostruzione storica in senso proprio ha il taglio, vorrei dire il piglio, della grande letteratura saggistica. A cui conferisce un sapore particolare lo stile con cui è scritto, e che è lo stile di quasi tutte le cose di Luciano Cafagna, quello stile inconfondibilmente suo: nervoso, ricco di formule sintetiche e di metafore ironicamente immaginifiche, di continuo allusivo (anche quando si tratta di cose lontane) a vicende contemporanee per chi legge; spesso incline all’uso dell’espressione colloquiale o addirittura gergale, come quando ad esempio qui parla della capacità cavourriana di superare i momenti di “sfiga”, o definisce – direi appropriatamente – il giobertiano Primato morale e civile degli Italiani “una pizza tremenda”.
Il Cavour di Cafagna è innanzi tutto il Cavour che incarnò in modo straordinario la dimensione della politica. Le pagine forse più belle del libro – dove più evidente, tra l’altro, è il richiamo al presente – sono quelle per l’appunto in cui la descrizione del Cavour totus politicus e delle sue mosse diviene al tempo stesso decifrazione acutissima della peculiarità della politica in quanto tale. In particolare dell’eccezionale possibilità che l’azione politica possiede di produrre alla fine un risultato superiore alla pura e semplice somma degli addendi: dove è appunto questione della capacità per così dire generativa e moltiplicativa della politica, in qualche modo intrinseca alla sua potenzialità surrogatoria, cioè di fungere da fattore sostitutivo.
Ma politica vuol dire anche la necessità di percorrere crinali perigliosi, vuol dire spregiudicatezza, talvolta resa inevitabile dall’ingiustizia. E’ l’altra faccia della medesima medaglia, della medesima temperie spirituale e pratica che fa di essa un’opera umana tra le più degne. Ma a un patto, ci avverte questo libro: che chi la pratica possieda “senso della responsabilità” e “lungimiranza”, conservi la “fedeltà al fine pubblico” che la politica stessa esige, che sono poi le qualità necessarie a tenere a bada le false, seppur continuamente ricorrenti, ragioni del moralismo e della demagogia. Per l’uomo politico, insomma, la colpa è solo il tradimento del “fine pubblico”, è solo il perdere di vista le machiavelliane “gran cose” alle quali deve necessariamente sentirsi chiamato, è solo ciò che può davvero porlo in conflitto con i principi etici.
Questa lucida e appassionata meditazione sulla politica, che come ho già detto costituisce una sorta di sottotesto del libro di cui stiamo parlando, funge altresì da contrappunto per l’illustrazione delle vicende di quel suo interprete d’eccezione che fu Cavour; e serve a Cafagna non solo per proiettare tale vicenda sullo sfondo della specifica situazione risorgimentale, ma come chiave di lettura di questa. Qui c’è uno degli acquisti storiografici più importanti e per molti aspetti più nuovi del libro. Vale a dire la fortissima sottolineatura del carattere di grande operazione essenzialmente politica che fu il Risorgimento (nel che, tra l’altro, consiste la vera ragione per cui esso è così difficilmente rappresentabile in un modo “popolare” che però non sia oleograficamente retorico e falso, sì da prestarsi ai facili “smascheramenti” postumi, a cui anche di recente abbiamo assistito): operazione politica che si dovette per intero al grande primo ministro.
La costruzione di una propria autonoma forza politica e di un proprio autonomo ruolo, edificati su una centralità del Parlamento che lo Statuto non conosceva e che egli solo fu capace di imporre alla monarchia; l’abile uso del rapporto Stato-Chiesa come pegno di credibilità da offrire ai democratici, e insieme quello delle riforme nella legislazione ecclesiastica come matrice per il rafforzamento di un’opinione pubblica culturalmente liberale; la sagacia suprema nell’intuire la finestra di opportunità apertasi a un tratto nel “grande gioco” europeo anche per un attore di second’ordine come il Piemonte, così come nello scoprire e assecondare le velleità revisionistiche di Napoleone III; infine, nel 1859-60, la capacità ineguagliata di tracciare e di percorrere l’incerto confine tra sommosse per così dire “preparatorie”, da incoraggiare, e invece sommosse “rivoluzionarie” da combattere: queste le grandi tappe dell’operazione cavouriana attraverso le quali il libro ci accompagna, mostrando peraltro come in Cavour la turgida e ambigua pienezza della politica fosse sempre riscattata dalla limpida visione dei fini, e come la pericolosa indeterminatezza dei mezzi non stesse mai al servizio della pura sete del successo in quanto tale: ma pure come, d’altra parte, la sua mente – che conservò sempre qualcosa della funambolica e spregiudicata prontezza del giocatore di borsa quale il Conte era stato in gioventù – non cessasse mai di prospettarsi per ogni problema le soluzioni più diverse, prontissima a spostare secondo le convenienze i propri investimenti politici, a mutare la rotta, e ad accettare pure i più scomodi compagni di viaggio purché fosse mantenuta la destinazione voluta.

Il dna dello Stato italiano

Confermando la tensione alla contemporaneità che ogni storia non può non avere, Luciano Cafagna mette acutamente a fuoco alcuni tratti originari che la regia cavouriana del Risorgimento ha per così dire depositato nel Dna statal-nazionale: tratti originari che sono divenuti altrettanti caratteri permanenti della nostra vicenda politica e non solo. Si tratta innanzitutto del ricorso al fattore allogeno – cioè della nostra tendenza a contare sempre, in un modo o nell’altro, sull’estero, per effetto di un’antica permeabilità geo-politica della Penisola, e insieme di una qualche insuperabile, intrinseca debolezza della nostra dimensione statale. Si tratta poi della centralità della questione del debito pubblico del quale “Cavour spregiudicatamente si avvalse come strumento finanziario”, scrive Cafagna: una centralità, aggiunge, che appare ancora oggi “metafora di una creazione politica tutta da nutrire a credito” (che “non è un male in sé – conclude in modo che oggi suona quanto mai preveggente – ma può diventarlo di brutto”). Infine, ulteriore carattere originario divenuto permanente, quello rappresentato, nell’ambito della politica, dalla propensione alla divisività e alla fazione; e quindi anche, per converso, allo scambio, all’accordo, al compromesso, e perciò all’uso diffuso delle “risorse di mediazione” con relativo primato per chi ne detiene la maggiore quantità.
A questo proposito, tuttavia, proprio l’esempio cavouriano dà anche modo a Cafagna di osservare come non sia per nulla vero che “in ogni caso l’arte del compromesso sia sinonimo di mollezza, neghittosità, mediocrità: il vero problema della personalità forte, in politica, è l’intelligenza nell’individuare i fini, la fermezza nel perseguirli, l’intelligenza, e anche l’astuzia, perché no?, nell’inventare i mezzi per raggiungerli. Non la faccia feroce alla Mussolini. Non la capacità di trovare l’applauso della piazza. Non l’astratta proclamazione che ci si debba presentare alle scelte dell’elettorato e del paese in competizioni a due, e solo a due, magari senza idee né da una parte, né dall’altra, o con idee pessime da tutte e due le parti, come accadde alla soglia degli anni ‘20” del Novecento.
Come si forma una personalità forte di tal genere, come si formò la personalità di Cavour, è l’argomento della parte centrale del libro, laddove Cafagna traccia un quadro densissimo di quel grande capitolo della storia politico-culturale del XIX secolo – oserei dire forse il maggiore di quella storia – che corrisponde allo sviluppo del liberalismo. E che nella vita di Cavour corrispose al momento decisivo in cui egli, attraverso per l’appunto l’Europa liberale, grazie ai suoi libri e ai suoi giornali, attraverso i suoi dibattiti e frequentando le sue capitali e i suoi salotti, scoprì anche l’Italia. Lui che non ne parlava che assai male la lingua, che ne conosceva una parte così piccola, tuttavia si compenetrò del problema della secolare minorità politica e civile della malheureuse Italie, della “infelice Italia”, come da allora ebbe spesso a chiamarla.
Consentaneo alle sue inclinazioni morali e intellettuali più profonde, e insieme agli entusiasmi del suo temperamento mobile e facile ad accendersi, il liberalismo agli occhi di Cavour racchiudeva in modo esemplare i due poli della nuova religione del progresso: da un lato quello della civilisation, dell’incivilimento dei costumi e delle istituzioni, dall’altro quello dell’avanzamento economico-industriale. Sintesi mirabile di entrambi le ferrovie, oggetto, come si sa, di un celebre saggio del 1846 che può dirsi abbia segnato il suo ingresso nelle vita pubblica. “La peculiarità cavouriana – scrive in proposito Cafagna – fu la costante motivazione liberale, e non autoritario-modernizzante, della sua passione per il progresso. E questa è anche la chiave del suo liberismo”. Il quale fu sempre “liberazione di forze, non invenzione o produzione di forze: quindi […] atto di libertà”. Tra le forze che l’azione cavouriana mirò a liberare, se non addirittura a creare, merita di esserne ricordata una in particolare: la forza dell’opinione pubblica. Riuscire a dar vita a un’opinione pubblica nazionale favorevole alla soluzione monarchico-piemontese del problema italiano – con la conseguente creazione di gruppi dirigenti cavouriani nel Veneto, a Firenze, a Bologna, nel Mezzogiorno – fu uno dei massimi successi politici di Cavour, destinato a rivelarsi decisivo per l’impresa dell’Unità nel 1860-’61.

La scoperta di Tocqueville

Si collocano a questo punto del libro alcune pagine importanti che dietro l’apparenza di seguire lo sviluppo delle idee di Cavour segnano piuttosto, a me pare, un momento significativo dello sviluppo delle idee dell’autore, di Luciano Cafagna stesso. Si tratta della scoperta di Tocqueville, a cui egli aveva già dedicato qualche anno prima un bellissimo, lungo, saggio introduttivo nell’edizione einaudiana dell’Antico regime e la Rivoluzione uscita per l’occasione del bicentenario del 1789. Sul finire degli anni ‘80 non più solo i grandi sociologi ed economisti del Novecento (i Max Weber, i Keynes, gli Schumpeter) appaiono ora a Cafagna capaci di fornire le indispensabili chiavi di accesso ai meccanismi della modernità capitalistica e delle sue società. Ora che queste società, pur liberate dalla sfida del comunismo, cominciano ad assistere alla nascita di sempre nuove contraddizioni, al sorgere di inattese difficoltà, è Tocqueville, è la sua concezione della democrazia come “irresistibile rivoluzione sociale all’insegna dell’eguaglianza“, che sembra aprire il varco a più convincenti spiegazioni dei problemi nuovi della modernità.
E’ l’occhio aristocratico di Tocqueville che scorge prima e meglio di altri come l’eguaglianza sia “suscettibile delle più diverse convergenze e dei più diversi effetti”, a cominciare da quel venire meno nelle società democratiche dei liens, dei legami, che tenevano insieme le società di antico regime. Ed ecco allora il socialista Luciano Cafagna osservare pensosamente, dando la prova della sua libertà intellettuale, che forse bisogna essere disposti ad ammettere (“forzando alcune comprensibili barriere dell’inconscio dell’uomo colto medio democratico della fine del XX secolo”, aggiunge, dando a vedere di parlare quasi di se stesso) come “valori aristocratici, criticamente distillati possano fare in qualche modo parte positivamente della nostra civiltà e della nostra cultura”.
Il rapporto tra il nuovo e l’antico, il nesso tra libertà e progresso, la “realistica incertezza”, l’inquietudine degli spiriti più consapevoli di quei primi decenni dell’Ottocento circa il modo in cui si potesse terminer la révolution, chiudere la rivoluzione; fino per l’appunto al sottile ma drammatico pessimismo tocquevilliano che nell’irruzione sulla scena della democrazia coglie il valore di un inquietante sommovimento perpetuo in cui stanno per precipitare le statualità europee: usando il pretesto della formazione di Cavour Cafagna ci accompagna in realtà in un denso excursus entro il pensiero politico liberale. Facendoci vedere come il problema della libertà si presentasse in quel momento storico – ancora una volta, quanti echi di cose contemporanee! – come “un problema di lotta su due fronti”, di conquista e di difesa: di difesa della libertà anche contro coloro che, conquistatala, “ vogliono avvalersene per ottenere altro, e possono, così facendo, facilmente distruggerla”.
Fu proprio la necessità di questa lotta su due fronti il presupposto del juste milieu di Guizot: cioè l’indicazione offerta al liberalismo continentale di una collocazione strategica alla quale Cavour resterà fedele per tutta la sua carriera politica. Moderatismo, certo, se lo si vuole chiamare così, con il termine carico di sottile, sottinteso disprezzo che adoperò Antonio Gramsci per designare quel liberalismo. Ma un moderatismo che seppe far vedere di quali iniziative era pur capace: poiché esso non fu mai sinonimo di conservazione bensì, semplicemente, di gradualità e pragmatismo. E a chi storce il naso di fronte all’una e all’altro, non rimane che ripetere con le parole di Cafagna che “questo era Cavour […]: uno statista che sapeva che cosa difficile fosse uno Stato, e cioè, prima di tutto e comunque, il contrario dell’assai più facile anarchia”.
Questo era Cavour. Questo è il Cavour che Cafagna ci ha restituito in un libro ricco come pochi di analisi dense, di spunti i più vari, di suggestioni acutissime. Un libro animato da una forte passione insieme politica, storica e civile. Ma soprattutto pieno della vasta e libera intelligenza, dello spirito ironico e profondo che erano di Luciano. Ritornare oggi su queste pagine riaccende il dolore per la sua scomparsa, rende più acuto il rimpianto di non averlo più tra noi, amico e maestro.

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