La sovranità digitale che manca all’Ue: perché Autistici/Inventati ha chiuso

Sono ormai rare le realtà che custodiscono i valori e lo spirito della prima era di internet, un’epoca in cui il digitale sembrava spalancare le porte di un mondo nuovo, libero dalla mercificazione, dalle logiche del profitto e dai confini degli Stati. Una rete online che veniva costruita dal basso, attraverso la collaborazione di migliaia di persone che sviluppavano conoscenze e strumenti per metterli a disposizione di tutti. Il collettivo italiano Autistici/Inventati (A/I) era una di queste realtà. Bisogna usare il verbo al passato perché, alla fine di agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito A/I nella propria lista dei soggetti sanzionati per terrorismo insieme a Palestine Action – gruppo britannico noto per le azioni contro l’industria militare israeliana – e Masar Badil, altro movimento internazionale attivo nella causa palestinese. Ad A/I non viene contestata una partecipazione diretta ad atti terroristici, ma l’aver fornito servizi digitali e supporto tecnologico a soggetti indicati dagli Stati Uniti come terroristici. Nel comunicato si fa riferimento al Pkk curdo e a gruppi o cellule del movimento Antifa.

È bastato un provvedimento di Washington per mettere in ginocchio una realtà indipendente che resisteva da 25 anni: bloccati i conti su Banca Etica, dominio sospeso, donazioni interrotte e migliaia di caselle di posta elettronica, siti e mailing list destinati a scomparire. Le accuse sono state ovviamente respinte da A/I, che ha rivendicato la propria funzione di spazio libero, antifascista e anticapitalista. Di fronte però all’impossibilità di garantire sicurezza e continuità dei servizi, il collettivo ne ha infine annunciato la chiusura.

Ma come mai un piccolo gruppo di media-attivisti italiani ha attirato l’attenzione dello Stato più potente del mondo?

Il problema principale sta nell’infrastruttura informatica che il collettivo aveva costruito: Autistici/Inventati disponeva di diversi server indipendenti che, a differenza delle attuali Big Tech, non raccoglievano nessun dato sui propri utenti e proteggevano le loro identità. Venivano così garantiti l’anonimato nelle comunicazioni e un’emancipazione dalle piattaforme private che profilano l’identità e i comportamenti delle persone per scopi commerciali.

I server del collettivo italiano hanno ospitato in questi anni più di 10mila caselle e-mail, oltre 2.500 mailing list e più di 3mila siti, mantenendosi solo grazie alle donazioni e al lavoro volontario.

L’esperienza di Autistici/Inventati nasce a fine anni Novanta e inizio anni Duemila in un clima politico e tecnologico inedito: internet stava diventando uno spazio accessibile a un numero sempre più elevato di persone e, per la prima volta nella storia, queste scoprivano una realtà parallela, nuova e apparentemente libera da qualsiasi vincolo. Eppure, già si stavano delineando le prime forme di concentrazione del potere tecnologico: i provider commerciali stavano iniziando a colonizzare l’online e a imporre le logiche di mercato su questa nuova realtà. Anche gli apparati statali, in commistione con gli enti privati, iniziavano a estendere il loro controllo sulle reti, limitando la libertà degli utenti. All’interno dei movimenti sociali italiani ed europei maturò quindi la consapevolezza che non fosse più sufficiente usare i mezzi di comunicazione esistenti: occorreva costruirne di propri, coerenti con i valori di autonomia, orizzontalità e libertà di espressione. Così nacquero gli hacklab, dei laboratori autogestiti in cui attivisti e hacker condividevano conoscenze e sperimentavano nuovi sistemi. Il collettivo italiano nacque proprio con l’obiettivo di creare infrastrutture digitali senza alcun tipo di mediazione esterna, che potessero essere utilizzate dai movimenti progressisti, antagonisti e da tutti coloro che si riconoscevano nei valori dell’anticapitalismo, dell’antirazzismo, dell’antifascismo, dell’antisessismo e dell’antimilitarismo.

Al di là delle accuse di terrorismo, questa storia mostra quanto la politica e le dinamiche di potere influenzino il mondo della tecnologia: gli strumenti tecnologici non sono mezzi neutrali, che possono essere utilizzati bene o male, ma incorporano già, nella loro progettazione, costruzione e diffusione, valori e rapporti di potere prestabiliti.

Uno smartphone, ad esempio, può avere utilizzi buoni e utilizzi cattivi, ma resta uno strumento costruito secondo precise scelte politiche ed economiche, incorporate nel sistema operativo prescelto, nelle applicazioni preinstallate, nelle interfacce predefinite e nei meccanismi interni di profilazione, che orientano il comportamento degli utenti e attribuiscono a poche imprese il controllo dei loro dati e delle loro possibilità di azione.

A essere colpita dal provvedimento statunitense è dunque anche una particolare concezione politica dell’infrastruttura digitale realizzata dal collettivo italiano: il diritto alla libera comunicazione, la tutela dell’anonimato, il rifiuto della profilazione e la costruzione di spazi digitali autonomi tanto dalle logiche di mercato quanto dal controllo statale.

In un’epoca in cui il mondo virtuale è dominato da pochi colossi privati, dotati di una concentrazione di ricchezza e potere senza precedenti, Autistici/Inventati portava avanti l’utopia degli albori di internet di costruire il digitale come un bene comune. E questo confligge con gli interessi di chi siede al vertice della piramide del potere tecnologico.

Del resto, la storia di Internet è proprio la storia di un’utopia disattesa. Nel 1996 l’attivista statunitense per i diritti digitali John Perry Barlow proclamò la sua dichiarazione di indipendenza del cyberspazio: “Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, vengo dal cyberspazio, la nuova casa della mente. A nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci soli. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete la sovranità dove ci riuniamo”. Trent’anni dopo, quella dichiarazione suona come il racconto di una sconfitta: i linguaggi informatici nati dal lavoro volontario e condiviso di migliaia di persone sono stati utilizzati per creare grandi feudi digitali che estraggono dati sugli utenti per profilarli, indirizzare loro pubblicità mirate e condizionarne i comportamenti.

Una delle responsabilità maggiori di questo ribaltamento ricade sulle spalle delle democrazie occidentali che, all’epoca, in pieno stile neoliberale, hanno preferito non intromettersi nelle regole del nuovo mondo. Non hanno difeso adeguatamente il diritto alla privacy, non hanno limitato a sufficienza l’estrazione e la commercializzazione dei dati personali, non hanno impedito la formazione di monopoli digitali né hanno costruito infrastrutture pubbliche capaci di offrire un’alternativa alle grandi piattaforme private. Così, lo spazio lasciato libero dalla sovranità pubblica non è rimasto senza padroni: è stato progressivamente recintato dai nuovi signori del cloud, come successe in Inghilterra con le enclosures delle terre comuni.

Oggi, proprio in contrapposizione al dominio privato che controlla il digitale, si torna a parlare di sovranità digitale, ovvero la capacità di Stati e comunità politiche di esercitare potere regolativo ed effettivo sullo spazio digitale e sulle sue infrastrutture, bilanciando diritti fondamentali e interessi pubblici in un contesto multi-agente dove coesistono governi, piattaforme private e società civile.

La sovranità digitale non riguarda soltanto la relazione tra Stati e aziende private, ma anche i rapporti tra Stato e Stato. Com’è possibile che una designazione amministrativa statunitense, priva di accertamenti giudiziari italiani o europei, costringa una realtà italiana a sospendere i propri servizi, utilizzati da associazioni, Ong e operatori umanitari? È quello che si domanda l’eurodeputato Brando Benifei, intervistato da AgendaDigitale.eu, secondo cui la vicenda costituisce un precedente molto grave.

Come può l’Europa parlare di sovranità digitale se affida le comunicazioni, i pagamenti elettronici, i dati dei propri cittadini e persino alcuni servizi essenziali a infrastrutture controllate prevalentemente da imprese statunitensi, da Visa e Mastercard fino ad Amazon, Microsoft e Google? Per non parlare dell’intelligenza artificiale, dove il Vecchio Continente sembra guardare dalla panchina mentre gli Stati Uniti e la Cina investono nella corsa ai modelli, ai chip e alla capacità di calcolo.

Senza un’indipendenza digitale, gli Stati europei sono costretti a sottostare al modello americano, che somiglia sempre più pericolosamente allo scenario definito dal sociologo Gabriele Giacomini come “il più nefasto possibile”, cioè quello in cui gli interessi dell’autorità statale e delle grandi compagnie digitali si allineano e fanno fronte comune a danno dei cittadini.

Una condizione simile ha gravi ripercussioni sui diritti fondamentali. È lo scenario in cui i governi, tramite le piattaforme, possono limitare la libertà di espressione o manipolare l’opinione pubblica. La loro capacità di estrazione dei dati a danno della privacy dei cittadini sarebbe massima e, di conseguenza, anche la possibilità di realizzare dossieraggi politici o alimentare campagne di disinformazione. I cittadini vedrebbero ridursi le possibilità di utilizzare le tecnologie come strumenti di emancipazione, non ci sarebbe una promozione dell’alfabetizzazione digitale e ne risulterebbero ampie disuguaglianze sociali. La sorveglianza e le violazioni della privacy indurrebbero i cittadini all’autocensura, mentre strumenti sempre più sofisticati di condizionamento potrebbero orientarne opinioni e comportamenti senza che ne siano pienamente consapevoli.

È uno schema tipico delle dittature e dei governi autoritari, ma dal quale neppure le democrazie possono considerarsi immuni. L’allineamento tra potere pubblico e grandi compagnie digitali consente infatti di sviluppare nuove tecnologie rapidamente e con pochi vincoli, indirizzando però l’innovazione verso obiettivi tutt’altro che coerenti con l’interesse pubblico. In un’ottica di politica di potenza, questo modello può garantire consistenti vantaggi competitivi rispetto agli altri Stati, ma al prezzo di subordinare i diritti, il benessere dei cittadini e il controllo democratico alla corsa per la supremazia tecnologica. È per questo che le grandi multinazionali tecnologiche stanno cercando in tutti i modi di indebolire i vincoli introdotti dall’Ai Act europeo. La pressione si è spostata ora sugli standard tecnici del provvedimento: secondo Corporate Europe Observatory, circa la metà dei partecipanti alle riunioni degli organismi incaricati di elaborarli sarebbe riconducibile alle imprese o alle società di consulenza. È un terreno di scontro poco visibile per il dibattito pubblico, ma sarà proprio lì che si stabilirà quanto le tutele europee riusciranno davvero a limitare il potere delle Big Tech.

La vicenda di Autistici/Inventati è la dimostrazione che la competizione tecnologica non riguarda soltanto superpotenze e Big Tech, ma ha ripercussioni concrete sulla politica e sulla cittadinanza di tutti gli Stati. Per l’Europa, quindi, riuscire a costruire una propria sovranità digitale farà la differenza tra il poter scegliere quali priorità seguire e quali diritti garantire, o continuare a subire decisioni prese altrove in virtù di interessi altrui.

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