Reset vi propone la prefazione a L’Internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra, scritto da Donato di Santo ed edito Castelvecchi editore (2026). Dal 1989 al 2006 Di Santo è stato responsabile per le relazioni politiche con l’America Latina per PCI, PDS e DS. È stato sottosegretario di Stato agli Affari Esteri, con delega per l’America Latina, nel secondo governo Prodi, quindi coordinatore delle conferenze Italia-America Latina e Caraibi e, dal 2017 al 2019, segretario generale dell’IILA, Organizzazione internazionale italo-latino americana.
Ho un debito con Donato Di Santo, e questa per me è anche un’occasione per riconoscerlo. Ho avuto l’America Latina nel cuore, fin da ragazzo. Una passione, un sentimento che si è nutrito di ragioni politiche, intellettuali, personali e che – proprio grazie a qualche intensa chiacchierata con l’Autore, a qualche suo generoso contatto in occasioni di missioni politiche e soprattutto ai discreti riferimenti alla sua quarantennale esperienza politica e attività intellettuale – è maturato in una nuova consapevolezza: la coscienza politica che l’America Latina ci riguarda.
C’era quella famosa frase di Eduardo Galeano, secondo cui “l’America è, per il mondo, nient’altro che gli Stati Uniti”. E, in effetti, quando parliamo di relazioni transatlantiche – che, in termini inediti, riempiono la cronaca di questo tempo furioso – ci riferiamo sempre e solo ai rapporti tra Europa e Stati Uniti. Come se di là dall’Atlantico, a sud del Rio Bravo, non esistesse un’altra America, il nostro estremo Occidente – per usare la formula di Alain Rouquié, cara anche a Di Santo – che non è un luogo esotico o marginale, destinato a rimanere ai margini della storia e della geografia. L’America Latina è oggi parte rilevante di quello che viene chiamato Global South, un concetto difficile da afferrare se non per alterità a un Occidente a guida nordamericana, del cui declino, della cui crisi di egemonia, Donald Trump è la rappresentazione più feroce. E sta diventando il terreno, per l’estrema destra statunitense, grazie alle relazioni consolidate con gli epigoni latinoamericani, di una “reconquista” politica, imperiale. Non è un’illazione, è il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, che la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, pubblicata a fine 2025, rispolvera a distanza di due secoli.
È esattamente in questo punto della storia che l’America Latina – ben oltre i vincoli di storia, cultura, lingua, sangue – ci parla e ci interroga, pone questioni che sono anche le nostre, alle quali abbiamo il dovere di rispondere, in modo più coerente e convincente di quanto fatto finora. Ed è qui che L’Internazionale reazionaria di Donato Di Santo si colloca. Farei dunque un torto al libro e all’Autore se queste righe di prefazione si limitassero al sincero, ammirato encomio per lo straordinario lavoro di analisi e di ricostruzione sui legami tra le “nuove estreme destre” nel mondo, specialmente nella triangolazione tra subcontinente latinoamericano, Stati Uniti ed Europa. Sospetto piuttosto che mi si chieda – e comunque io avverto l’esigenza e il dovere – che contribuisca a una presa di posizione, perché questo libro è essenzialmente un atto politico.
È anzitutto un libro coraggioso. A partire dall’Introduzione, l’Autore chiama le cose con il loro nome, chiarendo che non siamo di fronte a una sommatoria di casi nazionali, ma a un fenomeno sistemico. Le nuove estreme destre non sono una patologia regionale né un accidente della storia. Sono una rete, un progetto, un’idea di mondo, che si organizza, risponde a una rete di interessi, di poteri politici, economici e finanziari, che si muovono in una dimensione transnazionale. È questo lo sguardo che attraversa l’intero volume, indispensabile per chi si occupa di politica estera, tanto più necessario quanto spesso rimosso dal dibattito pubblico italiano, che insegue la crisi di turno o indugia troppo sui caratteri personali – madness o locura – di qualche autocrate o aspirante tale.
Donato Di Santo sa, per lunga esperienza e acume politico, che ciò che accade a Buenos Aires, a Brasilia o a Madrid non è separabile da ciò che accade a Roma, a Washington, a Tel Aviv o a Budapest – o che è accaduto, non dimentichiamolo, negli ultimi decenni a Mosca. E ci mostra come, puntando il faro sull’America Latina – laddove più spesso i processi avvengono e restano nell’ombra – si mettono meglio a fuoco le dinamiche della rete delle estreme destre e le loro radici profonde.
Qui emerge un altro nodo analitico spesso eluso: l’estrema destra contemporanea non nasce dal nulla, è figlia di genealogie lunghe, sedimentate in decenni, in continuo adattamento. Non un’ideologia unitaria, ma un intreccio di pulsioni antidemocratiche e anticomuniste di élite transnazionali, strategie di sicurezza degli apparati e logiche da Guerra fredda, nazionalismo risorgente e torsioni autoritarie postglobaliste, liberismo sfrenato e tradizionalismo religioso. Numerosi studi, nel corso degli ultimi anni, hanno ricostruito la trama di queste connessioni, ricorrendo a fonti un tempo precluse, anche grazie alle indagini giudiziarie (tra cui spiccano quelle del nostro Paese) e le politiche della memoria in America Latina (non a caso oggi minacciate). Di Santo vi aggiunge un’indispensabile chiave di lettura politica, frutto della profonda conoscenza di luoghi e storia, uomini e cose, dei paesi latinoamericani, della Spagna e dell’Italia, maturata in anni di impegno politico e istituzionale.
I riferimenti al Plan Cóndor, il coordinamento operativo tra le dittature militari, o all’“internazionale nera” degli anni Settanta-Ottanta, che segna drammaticamente la storia d’Italia attraverso la P2 e i neofascisti (ci tornerò), non sono per l’Autore richiami suggestivi alla brutalità del passato, ma chiavi interpretative di un movente politico che in queste reti costantemente si rinnova: fermare ogni stagione di cambiamento progressivo, ogni progetto di emancipazione sociale. Un disegno perseguibile attraverso i golpe (realizzati o tentati), le repressioni, le bombe e i crimini contro l’umanità di allora, ma che può essere condotto anche svuotando le democrazie – non solo quelle nascenti, ma anche quelle consolidate – dal di dentro, separandole dalla giustizia sociale e riducendole a mera procedura elettorale, con un potere che si afferma libero da ogni limite e vincolo.
Bisogna fare attenzione quando ci si misura coi corsi e ricorsi storici. Tra l’internazionale nera di ieri e quella di oggi vi sono certamente elementi di continuità, ma sono rilevantissime anche le differenze. In positivo, perché nulla oggi appare paragonabile a quel sistema di annientamento di massa degli avversari politici che si realizzò in America Latina o alla strategia della tensione che conobbe il nostro Paese. Perché le forze democratiche in tutti questi Paesi sono ben lungi dall’essere ridotte a condizioni di marginalità e, pressoché ovunque, sono nelle condizioni di contendere il potere alle destre. Ma vi sono differenze anche in negativo, perché l’estrema destra non è più relegata a organizzazioni eversive o giunte militari, ma è arrivata al governo, attraverso libere elezioni, negli Stati Uniti, in Europa e, come ricostruito nel volume, in moltissimi Paesi dell’America Latina. E perché le élite finanziarie globali, a dispetto della retorica populista delle estreme destre, sono con loro. Figure come Elon Musk e Peter Thiel non sono semplici finanziatori, ma “intellettuali organici” di questa nuova destra. O come Steve Bannon, il cui ruolo riemerge in quel trattato sulla dissolutezza del potere che sono gli Epstein files.
Sono soprattutto le modalità operative nella costruzione e nell’attività di queste reti che, accanto a tratti di affinità, presentano significative divergenze. Non più un insieme composito di organizzazioni e massonerie occulte, che agisce all’ombra di presentabili accademie e gerarchie religiose e militari, i cui legami con le espressioni politiche dell’oltranzismo atlantista, che ha caratterizzato la Guerra fredda, sono rimasti a lungo nell’ombra. Ma un network di diversi think tank, espressioni di settarismo religioso e nazionalismo politico, di influencer sulle piattaforme social, di individui potenti come i miliardari campioni del capitalismo digitale, che si ritrovano alla luce del sole, nei convegni di Vox a Madrid o all’annuale raduno della CPAC (Conservative Political Action Conference), insieme a capi di Stato e di Governo, tra cui la nostra Presidente del Consiglio.
Nei casi più estremi, e ahinoi sempre più frequenti, alcuni nodi di questa “rete” perseguono l’annientamento dell’avversario politico, non certo attraverso l’omicidio o altri crimini, ma con una sfacciata e impunita opera di squadrismo social organizzato, con le tecniche della disinformazione e delle fake news che vedono protagonisti, non di rado, gli stessi proprietari delle piattaforme, come Elon Musk, o leader politici come lo stesso Trump. L’aspetto che rimane ancora nell’ombra, e tuttavia testimoniato da numerose inchieste ed evidenze, è che nella crescita di questa nuova internazionale nera, e nel supporto alle sue modalità operative, un ruolo decisivo lo hanno svolto agenzie legate a Paesi stranieri: su tutti, il nemico di un tempo, la Russia. Vladimir Putin è invece stato uno dei poli – insieme a Trump nell’America del Nord e al suo amico, il brasiliano Jair Bolsonaro, in quella del Sud – da cui in questi anni ha soffiato quel vento reazionario che ora infuria nel mondo.
Del resto, ben al di là della mai celata fascinazione di Donald Trump per il dittatore del Cremlino, che abbiamo visto dispiegarsi su un tappeto rosso d’agosto in Alaska, vi è un’oggettiva convergenza nell’imporre al mondo una nuova regola: l’arcaica legge del più forte. È questa la cifra politica di Trump, con buona pace dei cantori dell’unità dei valori dell’Occidente, da far valere contro chiunque, persino contro i propri cittadini o gli alleati storici. E vale sul piano interno, con il ricorso alla violenza per le strade di Minneapolis, così come a livello internazionale, con l’uso illegittimo della forza in violazione della Carta delle Nazioni Unite e la delegittimazione di tutte le sedi multilaterali.
In questo, l’America Latina è ancora una volta rivelatrice. La reazione all’attacco degli Stati Uniti al Venezuela del 3 gennaio di quest’anno ha offerto una mappa alquanto dettagliata della nuova destra al potere: come fa notare Di Santo, tra coloro che hanno preso le difese di un’azione compiuta in palese violazione del diritto internazionale, sono stati tutti o quasi gli esponenti della destra latinoamericana su cui si sofferma il libro, oltre ai neofranchisti di Abascal in Spagna e, unica leader tra i Paesi europei, proprio Giorgia Meloni, che ha difeso l’intervento definendolo “legittimo” e “di natura difensiva”. Si coglie, così, il triste paradosso di nazionalisti che difendono non la sovranità nazionale, ma la sua violazione. Un paradosso in realtà inevitabile, per “patrioti” che si scoprono “vassalli” di Trump: chi predica la legge del più forte finisce sempre per sottomettersi al più forte che la pratica.
Non è in discussione, sia detto, il giudizio sull’orrendo regime di Nicolás Maduro, che abbiamo sempre condannato. E sul punto il volume di Donato Di Santo mostra un’altra qualità: è un libro onesto. Se non c’è libertà duratura senza giustizia sociale, non ci può essere vera giustizia sociale senza libertà. In termini nettissimi affronta le derive autoritarie “a sinistra” di Cuba, Venezuela e Nicaragua, incubatori di autoritarismo di Stato. Proprio l’esperienza di Maduro, che ha reso il Venezuela un’autocrazia repressiva sul piano politico e recessiva su quello economico, è l’esempio di come queste esperienze rappresentino “la completa negazione di tutto ciò che una sinistra (radicale o moderata che sia) dovrebbe rappresentare” e diventino “il pretesto perfetto per coprire le infamie perpetrate dalle estreme destre reazionarie”.
Le destre estreme non avanzano solo per rottura, ma per osmosi. Si normalizzano, si insinuano, diventano accettabili anche per elementi di permeabilità tra idee delle destre conservatrici “tradizionali” e queste nuove destre “tradizionaliste”, che hanno estremizzato temi e questioni da tempo presenti nel dibattito a destra, con un ruolo cruciale dei movimenti pro-vita, di frange religiose reazionarie che si sono attivate soprattutto negli anni del papato di Francesco e di intellettuali organizzati intorno alla vecchia triade: Dio, Patria e Famiglia. Se la destra estrema si afferma, anche questo va sottolineato, è in effetti soprattutto con un’operazione culturale, con le battaglie identitarie e il revisionismo storico, compiendo un vero e proprio salto di qualità quando ha mutuato la categoria gramsciana di “egemonia”.
La permeabilità è poi incarnata anche da figure che, in America Latina, hanno guidato l’estrema destra pur provenendo da altri partiti. Un fenomeno che va dal salvadoregno Nayib Bukele, che si presenta come outsider ma ha sempre fatto politica, persino a sinistra, e ora rappresenta un’impressionante variante di destra tecno-autoritaria fino al neo-pinochetista José Antonio Kast, figlio di un ufficiale nazista e a lungo esponente della destra tradizionale. Ma questo vale anche da noi, ad esempio in Spagna, con figure che sono state protagoniste nella stagione di José María Aznar e ora sono nel gruppo dirigente di Vox, o in Italia, dove sono traghettate dal berlusconismo al salvinismo e al melonismo. Una dinamica che, al di là delle parabole personali, racconta del progressivo generale slittamento dello spettro politico globale a destra. Il 2024, che è stato un anno elettorale senza precedenti al mondo, chiamando alle urne secondo le stime circa 4 miliardi di persone, ha segnato proprio questo: un’affermazione pressoché generalizzata, con l’importante eccezione messicana, del nazionalismo.
Anche nelle relazioni con l’America Latina si colgono alcuni tratti di continuità a destra, come sempre estremizzati. Aznar aveva coltivato rapporti significativi con il Sud America, ma Vox si è data addirittura una strategia di “reconquista”. Giorgia Meloni, ispirata dal suo amico Abascal più che dalla relazione storica dell’Italia con l’Argentina, ha costruito forse il più stretto rapporto con una delle figure prominenti e singolari della nuova destra latino-americana, quel Javier Milei, cui ha dato la cittadinanza italiana che vuole negare a molti italodiscendenti. È insieme a Milei che si è recata a omaggiare Trump il giorno dell’insediamento o dell’incoronazione. Ed è stato Milei uno dei primi teorici dell’internazionale reazionaria, “formata da Trump, da Meloni, da Bukele e da Netanyahu”: insieme a Viktor Orbán, una gran bella compagnia.
A questo punto della storia, tuttavia, non si può eludere la questione: le nuove destre appaiono accettabili anche perché si presentano come risposte a problemi reali, spesso generati da decenni di “scontento” sociale e democratico trascurato, non affrontato. È la crisi, ampiamente indagata, del liberalismo democratico e della socialdemocrazia. Perché la democrazia è certamente Stato di diritto, separazione dei poteri, libertà di stampa, diritti civili e politici, ma non regge se si riduce a un insieme di regole, di procedure: è anche contenuto. Senza politiche di uguaglianza, senza giustizia sociale, senza un welfare che garantisca condizioni dignitose di vita, la democrazia rischia di apparire astratta, distante e alla fine “inutile”: uno spazio formale di libertà che non migliora la vita concreta delle persone finisce per essere percepito come un privilegio per pochi (i più ricchi e i più forti, che di regole e tutele non hanno bisogno), non come un bene comune.
È questa tensione tra forma e sostanza – tra diritti civili e diritti sociali – che attraversa molte delle dinamiche politiche in America Latina, e che leggiamo con chiarezza nelle analisi di Di Santo sulle singole vicende nazionali. Che ci raccontano qualcosa anche di noi, della socialdemocrazia in declino e dell’ascesa del nazionalismo in Europa. Dell’affermazione di Trump nel campo repubblicano, un multimilionario che si presenta come interprete e vendicatore del risentimento dei forgotten men. Protagonista egli stesso di un’involuzione, dalla vittoria nel primo mandato alla sconfitta negata con la tentata insurrezione della Capitol Hill del gennaio 2021: soprattutto, con la rivincita del 2024 e con le politiche del primo anno, che hanno portato al dramma di Minneapolis (in cui le forze federali dell’ICE, che appaiono sempre più come la sua milizia, hanno ucciso due cittadini innocenti): un editoriale del The Atlantic, dopo quei fatti, ha utilizzato per la prima volta una parola tabù, “fascismo”.
Donato Di Santo ricostruisce i contesti nazionali in cui si affermano le destre estreme latinoamericane e lo fa senza rinunciare a una lettura “strutturale”. La nuova destra, a partire da Bolsonaro, ma lo stesso si potrebbe dire di Milei, ha potuto attecchire in società profondamente diseguali, ferite, attraversate da incertezze materiali prima ancora che identitarie. È una storia che conosciamo anche noi, con una significativa differenza tra l’America Latina e le esperienze transatlantiche del Nord: al Sud la propaganda antimigranti fa più fatica ad attecchire, forse anche perché la nuova battaglia della “remigrazione” avrebbe l’effetto paradossale di colpire direttamente quasi tutti i leader reazionari latinoamericani.
Certo, le risposte della destra anche in America Latina sono regressive sul piano sociale: smantellamento del welfare, attacco ai diritti umani, autoritarismo punitivo. E tuttavia non basta a contrastarle un richiamo all’antifascismo e alla democrazia in astratto, alla difesa di principi di fondo, pur messi in discussione. Ad accompagnarli, serve una strategia e una pratica che Luiz Inácio Lula da Silva, o il Frente Amplio in Uruguay, o con tratti suoi peculiari Claudia Sheinbaum in Messico, stanno provando a portare avanti: e cioè il tentativo di mostrare, attraverso le politiche pubbliche, che la democrazia può essere ancora uno strumento per migliorare la vita delle persone, della maggioranza delle persone.
È il discorso di Gustavo Petro in Colombia, pur con un’ancora maggiore originalità, legata alla storia di quel Paese, ora non a caso minacciato da Trump. È stato anche il discorso di Gabriel Boric in Cile, specialmente quando è ricorso a un accordo con la sinistra “tradizionale” della Concertación, a matrice socialdemocratica, in una dinamica interessante non solo per il richiamo a Salvador Allende, ma anche perché è forse la più leggibile con le categorie politiche europee. E forse proprio le forze socialiste europee e democratiche nordamericane dovrebbero interrogarsi se hanno fatto tutto quello che era possibile e necessario per consolidare e favorire le esperienze progressiste in America Latina. Qui a me pare di cogliere una responsabilità, su cui voglio tornare nelle conclusioni, che si affianca alle responsabilità proprie dei progressisti latinoamericani.
Non è oggetto dell’indagine di Di Santo, ma la lettura critica delle esperienze di sinistra, nella dinamica di affermazione della destra, ci dice qualcosa di rilevante: è il caso del Cile, dove l’esperienza straordinaria di Boric è stata segnata, oltre da problemi legati alla sicurezza, dalla vicenda del referendum costituzionale, su un testo che voleva normare tutto e in cui si rintracciavano elementi di wokismo estremo, di un massimalismo identitario che ha contribuito a determinare un contraccolpo nella società, una reazione a destra e la diserzione di quei pezzi di sinistra radicale, priva del principio di realtà, che hanno rimproverato a Boric di non aver mantenuto le promesse.
Il Cile, del resto, ci ha sempre parlato. A partire da quel 1973 del golpe contro Allende, che spinse Enrico Berlinguer a elaborare la strategia del “compromesso storico”. Una strategia mossa dalla “grande ambizione” di portare il Partito comunista italiano, che rappresentava stabilmente un terzo dell’elettorato italiano, nell’area di governo, per incidere meglio nei processi politici, a fronte di tentativi più o meno occulti di reazione antidemocratica. Una politica che avrebbe condotto, di lì a poco, ai governi di “solidarietà nazionale” e, in un decennio di attacchi alla Repubblica nata dalla Resistenza, con la strategia della tensione e il terrorismo rosso e nero, non solo a difendere le istituzioni, ma a grandi conquiste sociali e civili per la nostra democrazia.
Nelle pagine più oscure di quel periodo storico, l’America Latina è centrale. Da questo libro emerge con chiarezza come la P2, per molti versi, è stata un’organizzazione italo-latinoamericana. E come i protagonisti criminali del neofascismo italiano, dopo essere stati accolti dalle dittature spagnole e portoghesi, transitarono in Sud America e ne fecero la loro base logistica. Ci sono sentenze, da ultimo quelle sulla Strage di Bologna, che ricostruiscono questi legami. E sono relazioni che vedono direttamente coinvolte figure eccellenti del neofascismo italiano e delle “trame nere”: da Junio Valerio Borghese a Licio Gelli (che nel 1973 accompagnò Juan Domingo Perón nel suo ritorno in Argentina), da Stefano Delle Chiaie a Pierluigi Concutelli.
Queste figure operano nei Paesi che saranno coinvolti, a partire proprio dal Cile con la polizia segreta DINA, nel già citato Plan Cóndor. Che ebbe una significativa “anticipazione” in Italia, a Roma, il 6 ottobre 1975, con il tentato omicidio contro l’esule della democrazia cristiana cilena, Bernardo Leighton, che con la sua testimonianza avrebbe potuto consolidare proprio il processo di avvicinamento alla solidarietà nazionale, che Aldo Moro e Berlinguer avevano intrapreso. A organizzare l’attentato, su mandato della DINA, fu Delle Chiaie e a premere il grilletto Concutelli, che l’anno successivo avrebbe assassinato il giudice Vittorio Occorsio, che indagava sugli intrecci tra P2 e neofascismo. Com’è evidente, non siamo di fronte solo a uno scambio di favori criminali, ma a una convergenza di interessi nel condizionamento delle vicende politiche e democratiche.
D’altra parte, la solidarietà al Cile colpito dalla dittatura non fu relegata alle sole sinistre in nome dell’internazionalismo. Coinvolse l’intero Paese, le principali forze politiche, i partiti di governo a cominciare dalla Democrazia Cristiana, che seppe tenere diplomaticamente testa a Pinochet, manifestando un tratto di autonomia e indipendenza della politica estera del nostro Paese, che è stato un elemento qualificante della nostra democrazia e che oggi, con la smaccata subalternità al trumpismo di Meloni, rischiamo di smarrire. La nostra ambasciata a Santiago del Cile, in Calle Miguel Claro 1359 (che è il titolo di un bellissimo documentario, da vedere oltre a Santiago, Italia), si narra che sia il luogo in cui è ambientato il capolavoro di Isabel Allende, La casa degli spiriti: di certo, è stato e rappresenta ancora oggi uno dei simboli della lotta per la democrazia cilena. Lì, grazie al coraggio dei nostri diplomatici, si accoglievano i rifugiati politici e se ne organizzava la fuoruscita. E fa impressione ricordare che il ministro degli Esteri di allora era Aldo Moro, che successivamente, da presidente del Consiglio, nonostante le pressioni, non volle mai riconoscere la giunta militare cilena.
Sono pagine importantissime quelle che ricostruiscono quegli anni e quegli intrecci, non solo per il valore documentale – impressionante per ampiezza e dettaglio – ma perché superano una comoda rimozione. La nostra storia nazionale non è slegata dalle tragedie latinoamericane, raccontate grazie all’impegno per la memoria, alla letteratura e a film straordinari, come quello del 2024, diretto da Walter Salles, con una formidabile Fernanda Torres, Ainda estou aqui. Lo specchio di queste storie è “sepolto”, scrive Di Santo, ma ancora riflette. E ciò che riflette è un intreccio di complicità, apparati, affari e ideologia che ha contribuito a devastare democrazie fragili e a esportare modelli di repressione e disuguaglianza.
Nella ricostruzione della verità su quegli anni l’Italia tornerà protagonista celebrando il Processo Cóndor – molte vittime e molti carnefici erano italiani o italodiscendenti – che assume un valore che va ben oltre la dimensione giudiziaria. È stato certo un atto di giustizia internazionale, ma anche un’affermazione di un’idea piena di democrazia: una democrazia che non si limita a condannare i crimini del passato, ma riafferma il nesso indissolubile tra libertà, diritti umani e giustizia. In questo quadro, mi sia consentito di richiamare il ruolo che ebbe il Partito Democratico, con Andrea Orlando ministro della Giustizia, e la decisione di costituirsi parte civile (resa possibile anche grazie al lavoro costante, discreto e tenace di dirigenti da sempre impegnati su questo fronte, come Eugenio Marino, Francesca D’Ulisse e Giacomo Filibeck). Una scelta che ha riaffermato, con nettezza, che non c’è neutralità possibile di fronte ai crimini delle dittature e quanto quella storia riguardi anche noi.
Ho accennato prima alle responsabilità dei progressisti europei e statunitensi nel rafforzare le esperienze “affini” – o, comunque, “vicine” – in America Latina. La verità è che, se le osservazioni critiche dell’Autore, sull’alterno interesse e l’incostante consapevolezza della strategicità del continente latinoamericano nella politica estera, valgono per l’Italia, valgono ancor più per un’Europa che ha lasciato aspettare vent’anni il Mercosur per un accordo commerciale, suscitando disincanto e disillusione in una parte di mondo che si stava ispirando all’Europa persino nei suoi tentativi – politicamente complicati e contrastati – di integrazione regionale.
C’è una responsabilità dell’Italia, in questo: aver delegato da tempo alla Spagna il rapporto con l’America Latina e la costruzione del partenariato con l’Unione Europea. E qui, non possiamo che avvertire tutta la fondatezza del richiamo costante di Di Santo a un approccio nei confronti dell’America Latina che sia organico, costante, incardinato strutturalmente nell’ambito della nostra politica estera. Che vada al di là delle consuete dichiarazioni di amicizia o del rapporto da preservare con lo straordinario patrimonio rappresentato dalle nostre comunità italiane in quei Paesi. Che sappia riallacciarsi alle nostre stagioni politiche più lungimiranti, di Amintore Fanfani, di Moro e più recentemente dei governi dell’Ulivo, in cui proprio Donato ha svolto una funzione decisiva.
Non potrò mai dimenticare le parole di José Mujica, el Pepe, la volta che andammo a trovarlo per un asado a El Quincho, la fattoria vicino alla sua umile casa al limitare del bosco, un luogo simbolo della politica uruguayana e latinoamericana. Il pranzo si trasformò presto in una riunione politica, coi compagni del Frente Amplio, tra cui Yamandú Orsi, italodiscendente, che ora è il nuovo presidente uruguyano. Mujica volle parlare a lungo dell’emigrazione e del nostro Paese: “All’Italia dobbiamo dire semplicemente grazie. Ci ha dato il sangue e il nostro accento. Ci ha dato il lavoro dei contadini – diceva sempre più commosso – degli operai, degli spaccapietre. Ci ha dato le nostre mamme, le nostre nonne”.
Fu in occasione della preparazione di quella missione – da vicesegretario del PD, che nella primavera del 2022 toccò vari Paesi, tra cui il Brasile, l’Argentina e il Cile – la prima volta che incontrai e discussi con Donato Di Santo. L’obiettivo condiviso era proprio quello di riallacciare le relazioni con le forze progressiste latinoamericane, che erano al governo o si accingevano a tornarci, come in Uruguay e come sarebbe accaduto di lì a poco in Brasile con Lula.
Da allora, assunto il ruolo di responsabile esteri, abbiamo provato a moltiplicare le occasioni formali e informali di incontro, nei network internazionali e a livello bilaterale, con seminari, visite e momenti di riflessione comune, potendo contare sull’attenzione costante del dipartimento Esteri e sull’impegno del nostro parlamentare eletto in Sud America, Fabio Porta. È stato su sollecitazione del PD, non solo del PSOE, che via via si è affermato un rinnovato – per quanto non unanime – interesse per il Sud America, nel gruppo dei socialisti e democratici e nel PSE, e non solo per la concomitante discussione dell’accordo con il Mercosur. Il momento forse politicamente più alto è stato la nostra partecipazione attiva, con Elly Schlein, al summit dei leader progressisti europei e latinoamericani, in occasione del vertice UE-CELAC di luglio 2023.
Forse non siamo ancora alla strategia politica compiuta nei confronti dell’America Latina auspicata dall’Autore ma – pur nel mezzo della bufera internazionale, con due guerre ai confini dell’Europa, in Ucraina e in Medio Oriente, che hanno inevitabilmente segnato la politica estera degli ultimi anni – si tratta di un lavoro finalmente riavviato, non certo occasionale, da proseguire e rafforzare con determinazione. Un punto qualificante di questo impegno è testimoniato dall’impulso che il Partito Democratico ha dato ai negoziati e alla conclusione dell’accordo tra Unione Europea e Mercosur, come emerge in tutti gli atti parlamentari, spingendo il Governo italiano a superare le contraddizioni e le forti ostilità al suo interno.
Il nostro lavoro, sia a livello nazionale che europeo, ha spinto per l’inclusione di standard ambientali e sociali inediti in questo tipo di accordi, per compensazioni e requisiti di protezione dei nostri prodotti che superavano le resistenze corporative che pure si sono manifestate. Soprattutto, è stata l’occasione per portare avanti un discorso politico che, al tempo del protezionismo americano e del ritorno nella variante trumpiana della dottrina Monroe, facesse maturare la consapevolezza dell’importanza strategica, sul piano geopolitico, di stabilire l’area di libero scambio più grande al mondo, rafforzando le relazioni con una parte rilevantissima del cosiddetto Sud Globale.
È la scelta decisiva – direi quasi esistenziale – per l’Europa di aprirsi al mondo, di provare a coltivare rapporti paritari con tutti coloro che non si rassegnano alla deriva nazionalista e ricercano una cooperazione economica globale. Sarebbe poca cosa, d’altra parte, se questo accordo si limitasse alla sua dimensione strettamente commerciale, e non fosse la base per un salto di qualità, trasformandosi in uno spazio di reale cooperazione politica, a difesa del multilateralismo, del diritto internazionale, della coesistenza pacifica nel mondo, mai come oggi minacciata.
È un tema da riproporre con forza, proprio nel momento in cui si avvertono varie manifestazioni di nostalgia per la guerra fredda o se ne prefigura una nuova, magari con un nuovo antagonista: non più la Russia, ma la Cina. Il ritorno alla logica dei blocchi è perseguito non solo da chi vuole predicare e praticare la diplomazia degli imperi, la politica di potenza, le sfere di influenza. Ma anche da chi si è rassegnato a vedere in quello schema l’unica forma di ordine globale possibile, un equilibrio di deterrenza che dovrebbe garantire pace rispetto al caos globale in cui siamo immersi.
Ed è una tentazione da rigettare, non solo per la consapevolezza delle contraddizioni e delle infedeltà ai principi che si dichiarano di perseguire, intrinseche alla logica dei blocchi, per cui il fine giustifica i mezzi e il nemico del mio nemico è mio amico: una logica che, come ricorda questo volume, ha segnato tragicamente la storia dell’America Latina e drammaticamente anche la nostra. Ma perché “non si possono mettere le brache al mondo”, ci sono grandi Paesi, come l’India e il Brasile, che seguono il loro percorso di sviluppo umano e non hanno alcuna intenzione di collocarsi in un blocco o in un altro, e che sono interessati a preservare un multilateralismo vero, dunque riformato e inclusivo, per garantire la pace e la coesistenza tra i popoli. E un’Europa che coltiva finalmente la sua piena autonomia strategica, che si pone come interlocutrice di questa maggioranza di Paesi, può avere grandi opportunità, sicuramente maggiori di quelle che le deriverebbero dalla subalternità al trumpismo e a vecchi e nuovi approcci imperialisti, che la vedrebbero inevitabilmente marginale: non al tavolo e forse nel menù.
Ma a chi spetta questo lavoro politico, questa battaglia culturale, se non in primo luogo ai progressisti delle due sponde dell’Atlantico, a Sud e a Nord? È stato questo il cuore delle riflessioni portate avanti in questi anni con tutti gli interlocutori latinoamericani, dai leader ai membri di governo, ai responsabili delle relazioni internazionali. Ed è stato al centro della discussione che, lo scorso settembre, abbiamo avuto a Buenos Aires nell’incontro annuale della Progressive Alliance dedicato alla crisi della democrazia. E qui arriviamo a un ultimo punto dirimente.
L’“internazionale reazionaria” esiste perché ha saputo offrirsi, benché in forma mistificata e violenta, come risposta al disagio sociale. Perché ha colmato, insomma, vuoti lasciati anche da noi. Il principale di questi vuoti è però un elemento che dovrebbe appartenere al dna di ogni forza progressista, e che paradossalmente negli anni della globalizzazione più avanzata abbiamo affievolito: l’internazionalismo. Di più, abbiamo lasciato l’internazionalismo ai nazionalisti e questa, mi pare, è la responsabilità più grave della sinistra degli ultimi anni.
Al luogo principe dell’internazionale nera di oggi, che sono le annuali CPAC, i progressisti mondiali non sono nemmeno riusciti a contrapporre un luogo per incontrarsi e discutere, superando le incomprensibili divisioni tra i due diversi network internazionali attuali – l’Internazionale Socialista e la Progressive Alliance. Strutture che, in quanto divise, ma non solo, risultano deboli o inadeguate (o piene di contraddizioni, come la COPPPAL nel caso dei partiti latinoamericani). Anche qui, finalmente, con il PSE e insieme ai socialisti spagnoli, siamo riusciti a immaginare un appuntamento, che si terrà per la prima volta a Barcellona, nella primavera di quest’anno, in cui tutti i leader e le forze progressiste globali potranno riunirsi e confrontarsi. È un fatto importante, a cui abbiamo molto lavorato. E che dovrà diventare la nuova vera “internazionale progressista” di cui in molti, non solo partiti politici, ma anche organizzazioni sociali o singoli individui, avvertono la necessità e l’urgenza.
Perché le nuove destre estreme si possono battere, in particolare sul terreno economico, sociale e culturale, laddove sono maggiori le contraddizioni e i limiti di una proposta politica che si è nutrita del disagio sociale ma che lo aggrava. E tuttavia, senza una politica coerente per una democrazia che sia strumento per migliorare la vita dei molti e non dei pochi, e soprattutto senza un pensiero progressista e democratico su un possibile “nuovo ordine mondiale”, capace di affrontare le sfide della sopravvivenza dell’uomo e del pianeta, in un mondo segnato da crescente protezionismo economico, crisi del multilateralismo, guerre ad ogni confine, saremo sempre “controvento”.
Estratto da L’internazionale reazionaria di Donato Di Santo, Castelvecchi editore.
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Giuseppe Provenzano è Deputato e Responsabile Esteri del Partito Democratico.


