Fiducia relativa: il mood di un’epoca

Un presidente dimezzato in Italia, uno in Usa, il manto che avvolge l'Occidente

Centocinquantasei. Dopo 35 interminabili ore di discussione alle Camere – veline di ogni genere, un’orgia di tweet, dirette tv con tanto di pallottoliere – quel numero finale pareva dover arrivare come un’ordalia, come il voto all’ultimo esame di uno studente colto di sorpresa. E come ogni cosa attesa troppo spasmodicamente, lascia in bocca un sapore vagamente amaro. È andata bene, ma poteva andare meglio. Male, anche se poteva andare decisamente peggio. Fiducia relativa, in due parole.

Due parole tutt’altro che casuali, a ben pensarci, ma che descrivono anzi perfettamente il senso di un’epoca. In una società già sfibrata dall’insicurezza e dalla paura del futuro, per resistere allo tsunami della pandemia ci siamo aggrappati a ciò che a molti pareva fino al giorno prima il nemico: lo Stato. Materialmente, e pure moralmente, come ha certificato il Censis nel suo rapporto 2020. Non certo per entusiasmo o trasporto, ma per un istinto primordiale di sopravvivenza: non avevamo altra scelta. E d’altra parte il governo in carica ha fatto degli errori, e forse li pagherà pure – in procura o in Parlamento – ma altri, altrove, ne hanno fatti ben di più. E lo stesso avvocato Conte, trovatosi per avventura della Storia a guidare il Paese nella peggior tempesta dal dopoguerra, fa antipatia, ma in fondo anche un po’ simpatia. O viceversa, fate voi. Fiducia relativa.

Per tutta la colossale sfiducia che sembra aver calamitato il suo illustre predecessore Renzi, qualche responsabilità l’esecutivo deve evidentemente averla, d’altronde, se è riuscito a mettere a rischio la conquista più importante che sin dal suo battesimo gli dava forza. Il credito di fiducia, per la prima volta da anni pressoché illimitato, dell’Unione europea (per paura, ma questo è un altro discorso): che in una mano di poker “storica” lo scorso luglio si era tradotta in una promessa di credito ben più concreta, quella dei 209 miliardi del Next Generation EU. Il timore che inadeguatezza politica e rigidità burocratiche impediscano di cogliere quell’opportunità con un piano adeguato di spesa e priorità, a Bruxelles, ha rosicchiato nelle ultime settimane parte di quel capitale di fiducia. Siamo in tempo per recuperarlo, ma tocca risalire la china.

E che dire del vaccino? Sognato con attesa messianica, accolto – e a giusto titolo – come un miracolo della scienza, ora che è realtà appare chiaro che non può essere il silver bullet, il proiettile in grado di liberarci dal virus, col suo corollario sciagurato di mascherine e distanziamento, dunque solitudini. Non in tempi brevi, se non altro. L’immunità di gregge è lontana, e per quanto durerà, e basterà contro le nuove varianti? Resta, il vaccino, l’arma numero 1, non v’è dubbio, ma la fiducia nella sua potenza salvifica non è più assoluta, granitica: più atto di fede che certezza della ragione.

Il che ci ricorda, caso mai ce ne fosse bisogno, che l’azzoppamento della fiducia è lungi dall’essere problema solo italiano. Avvolge come un manto di nebbia, per lo meno, tutto l’Occidente. E non solo per la pandemia. Per averne certezza basta gettare lo sguardo oltreoceano, al Paese che per gli ultimi otto decenni ne ha rappresentato il riferimento e la guida. Secondo l’ultimo sondaggio di ABC e Washington Post, il leader che entra oggi alla Casa Bianca è letteralmente un presidente dimezzato: ad esprimere fiducia sulla sua capacità di risollevare le sorti degli Usa è il 49% dei cittadini, contro il 50. Una mela spaccata. Ancor più inquietante, quasi quattro americani su dieci restano convinti che Biden non sia stato eletto in modo legittimo.

«Gli americani hanno un nuovo presidente, ma non un nuovo Paese», sintetizzano efficacemente Ivan Krastev e Mark Leonard presentando i risultati dell’indagine commissionata dallo European Council on Foreign Relations sulle attitudini degli europei di fronte alla nuova presidenza Biden. Da cui si evince che sì, la deposizione di Trump è per lo più benvenuta, ma che dopo la “crisi costituzionale” di quest’autunno (e prima ancora dell’assalto al Congresso) più di sei europei su dieci pensano che il sistema politico americano sia bacato (broken). E la maggioranza di essi non crede che la nuova Amministrazione avrà la forza per sanare le fratture interne e tornare a guidare la risposta alle grandi questioni globali.

Un sopracciglio in ordine e uno alzato, accogliamo l’arrivo di Biden, e la permanenza di Conte. Con fiducia. Relativa.

 

Foto: A. Tarantino / AFP

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