La Polonia di Kaczynski e l’Europa.
Intervista a Paolo Morawski

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Da Reset Dialogues on Civilizations

Nell’ottobre del 2015 il partito Diritto e Giustizia (PiS), formazione di riferimento del conservatorismo polacco, è tornato al potere riscuotendo la maggioranza assoluta dei seggi e ponendo fine al ciclo di governo centrista-liberale (Po-Piattaforma Civica). Iniziato nel 2007, ha visto in Donald Tusk, ieri primo ministro, oggi presidente del Consiglio europeo, il suo massimo interprete.

Da un anno e mezzo, Varsavia fa molto parlare di sé. L’esecutivo, guidato da Beata Szydlo ma di fatto, come credono in molti, gestito da Jaroslaw Kaczynski, capo del PiS, ha operato diverse rotture. In economia, ha promosso un “patriottismo economico” caratterizzato da forte spesa sociale e aumento delle tasse – a volte attuato, altre solo ipotizzato – nei confronti delle grandi aziende straniere. Sulla crisi dei rifugiati, ha rifiutato la politica di ricollocamento varata da Bruxelles, anche con il voto favorevole del precedente governo. Sul piano della democrazia, ha varato riforme molto contestate, quali quelle della radio-tv pubblica e del Tribunale costituzionale. Quest’ultima è stata criticata anche dalla Commissione Europea, con cui Varsavia ha ingaggiato un duro braccio di ferro.

Ma è l’intera impalcatura dei rapporti euro-polacchi che sembra vacillare. Nell’approccio ai dossier europei la Polonia di Kaczynski, come dimostrato negli ultimi vertici comunitari, manifesta quasi un disagio, se non un rancore. E questo stupisce, visto che tra quelli entrati in Europa nel 2004 la Polonia è il paese che, forse, ha raccolto i frutti migliori dall’adesione.

Abbiamo chiesto a Paolo Morawski, storico e saggista italiano di origini polacche, autore del libro Polonia Mon Amour [con Andrea Morawski, Ediesse, 2006] e consigliere redazionale della rivista Limes, di guidarci in questo complicato quadro.

Che Europa vorrebbe Kaczynski?

In Polonia ci sono almeno due visioni della costruzione europea. Una, molto aperta, si fonda sull’idea che il saldo legame con l’Ue vada a beneficio del Paese. Si crede che la Polonia debba in parte “diluirsi” nell’Europa, sfruttandone i vantaggi allo scopo di rafforzare l’interesse nazionale, mantenendo un profilo basso nel concerto comunitario, lavorando senza alzare troppo la voce per ottenere più ancoraggio al club euro-atlantico e più fondi strutturali. Kaczynski e il PiS, al contrario, preferirebbero un’unione di Paesi in cui la dimensione collettiva, federativa, sia decisamente inferiore alla dimensione nazionale. La visione dei centristi-liberali è legata all’estero, quella di Kaczynski e del PiS è molto focalizzata sul Paese, sul tema della sovranità: un’Europa anzitutto delle nazioni.

La Polonia in Europa si sente ingabbiata?

Kaczynski e il PiS esprimono una reticenza, una prudenza, un sospetto nei confronti dell’Unione europea. Ma questo è un sentimento che parte da lontano. Già nel preciso momento in cui la Polonia è entrata in Europa, si è iniziato a dire che il prezzo da pagare era troppo alto; che qualcuno ne era risultato oltre misura perdente. Lo sforzo fu in effetti enorme: dal 1989 al 2004, ovvero dalla fine del comunismo all’adesione all’Ue, il Paese ha digerito 80mila pagine di regole per adeguarsi alle richieste di Bruxelles.

Nell’atteggiamento di Kaczynski, al fondo del suo discorso c’è un po’ lo spauracchio “ieri Mosca, oggi Bruxelles”, come se la Polonia fosse oggi un satellite dell’Ue, allo stesso modo in cui in passato lo fu di Mosca. È una logica che non tiene, ma questo racconto certamente esiste e periodicamente riemerge.

Diritto e Giustizia è già stato al potere nel biennio 2005-2007. Jaroslaw Kaczynski esercitò per un periodo la carica di primo ministro, mentre il gemello Lech, deceduto nel 2010 nella tragedia aerea di Smolensk, era capo dello Stato. Già in quel periodo, il PiS dimostrò una certa diffidenza verso l’Ue. Ma non raggiunse certo i livelli odierni. Cos’è successo nel frattempo?

Direi che il Pis oggi in Europa si sente meno solo di allora, anzi più forte. Oggi c’è Orban in Ungheria, c’è la Brexit, ci sono forze euroscettiche, nazionaliste, identitarie e sovraniste che si ergono contro Bruxelles e tutto ciò che incarna, forze che esasperano le tendenze centrifughe all’interno dell’Ue. Il più delle volte si tratta di movimenti minoritari. Ma sono estremamente rumorosi, e danno la falsa impressione che il loro discorso sia dominante. Così nella testa di molti dirigenti a Varsavia c’è l’idea che il vento stia spirando dalla loro parte. Pertanto si tratterebbe ora di puntare i piedi, anche a costo di andare contro corrente, nell’attesa del momento giusto. E un buon momento per la Polonia – ci si illude – potrebbe essere la vittoria di Le Pen in Francia.

Quindi la Polonia fa parte della “internazionale sovranista”?

La Polonia partecipa a un movimento di pendolo. Nel senso che se prima c’è stato un periodo in cui era prevalente la narrazione sui benefici della globalizzazione, oggi, contro la globalizzazione, c’è una tendenza al recupero della dimensione regionale, locale, nazionale. La Polonia partecipa a questo movimento. Così come Trump dice “America first”, esistono forze politiche, sociali e culturali in Polonia che si identificano, come dire, in uno slogan che potrebbe suonare così: “Polonia first”.

Germania e Polonia negli anni passati hanno costruito un solido rapporto, anche grazie alle relazioni personali tra Angela Merkel e Donald Tusk, quando quest’ultimo era primo ministro. Ora le cose sembrano andare diversamente. Perché?

Dal 1989, non solo per la sua collocazione geografica, è la Germania la porta d’ingresso della Polonia nell’Ue. Non dimentichiamolo: è anche grazie all’appoggio di Berlino (ma non della maggioranza dei tedeschi) che Varsavia è membro dell’Unione dal 2004. E la Germania è il primo partner commerciale della Polonia. Per mille ragioni, dunque, la classe dirigente polacca avrebbe tutto l’interesse a trovare un linguaggio comune, una visione e una strategia condivise con la dirigenza tedesca. Anche perché a est c’è la Russia di Putin, una grande potenza con ambizioni neo-imperiali che ha mal digerito la fine dell’Urss e del suo dominio sull’Europa centro-orientale. Eppure, nonostante un quarto di secolo fa Polonia e Germania abbiano trovato il coraggio della riconciliazione, normalizzato i loro rapporti bilaterali, firmato un Trattato di buon vicinato e ratificato la comunanza di valori e interessi, oggi purtroppo a Varsavia si fa nuovamente largo un’aspra retorica anti-tedesca. Le élite al potere in Polonia e i media che le sostengono si ergono verbalmente contro la Germania che sarebbe troppo dominante e che farebbe il cattivo e bel tempo nell’Ue; contro la Germania che schiaccerebbe i piccoli paesi europei; contro la Germania che fa affari (non solo energetici) con la Russia in un condominio su scala continentale; contro Angela Merkel che apre le porte ai rifugiati; contro Berlino che contro Kaczynski appoggia Tusk come presidente del Consiglio europeo. C’è da dire che parallelamente si assiste in Germania al risorgere di atteggiamenti anti-polacchi, al riaffiorare di vecchi stereotipi sulla Polonia xenofoba e pericolosamente nazionalista. Il risultato? La società polacca e la società tedesca si allontanano, ciascuna perde fiducia nell’altra. È questa la tendenza che maggiormente preoccupa.

Ad allontanarsi dalle altre società europee è però soprattutto quella polacca.

Si, soprattutto perché attraverso l’anti-germanesimo si cerca di costruire una “comunità immaginata” polacca basata sul rifiuto e la paura, in questo caso dell’altro, in quanto tedesco. E poi, secondo aspetto, all’anti-germanesimo si sovrappone la contrapposizione a una certa idea d’Europa che, a torto o a ragione, si suppone che la Germania incarni. Così Europa-Germania o Germania-Europa diventano un binomio da combattere. Infine, terzo aspetto, l’anti-germanesimo e l’anti-europeismo spingono – non è l’ultimo dei paradossi – la Polonia nelle braccia di una certa Russia.

La Russia?

A partire dal 500 la Polonia ogni tanto è o si crede baluardo, avamposto, antemurale dell’Occidente contro la barbarie che proviene dall’Asia. Eppure oggi c’è una strana sintonia tra la Chiesa polacca e la Chiesa ortodossa russa in funzione anti-occidentale: contro la modernità, la secolarizzazione, l’ateismo, il materialismo, il consumismo, la degenerazione dei costumi eccetera. Lo schema narrativo è comune: la tradizione e la purezza spirituale dell’Est contro la decadenza dell’Ovest. Questo genere di convergenza mentale e valoriale tra la Polonia e la Russia non va né sopravvalutato, né sottovalutato. Ma è un elemento che esiste e va a sommarsi ad altre chiavi di lettura dell’odierna Polonia. Ieri l’Occidente/Europa era la meta agognata da milioni di polacchi. Oggi quello stesso Occidente/Europa per una parte della Polonia è il regno della barbarie, anzi forse assomiglia a Sodoma e Gomorra.

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