Egitto: blackout mediatico

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Tra siti Internet bloccati, sparizioni e arresti di giornalisti, il governo egiziano inasprisce il suo pugno di ferro contro i media restringendo il già risicato spazio dell’informazione indipendente.

All’indomani della pubblicazione del rapporto di Human Rights Watch (HRW) ‘’Torture e sicurezza nazionale nell’Egitto al-Sisi”, lo scorso 5 settembre, le autorità egiziane hanno oscurato il sito web dell’organizzazione per i diritti umani. Nel report, HRW accusa la polizia e i funzionari di sicurezza nazionale egiziani di fare uso sistematico della tortura per estorcere confessioni o punire i prigionieri politici.

Il vice direttore di HRW per il Medio Oriente, Joe Stork, ha riferito in una dichiarazione che anziché affrontare gli abusi di routine in Egitto, le autorità hanno bloccato l’accesso a un rapporto che documenta ciò che molti egiziani già sanno.

Quello di HRW è solo l’ultimo caso di silenzio stampa nel regime di Al-Sisi. Da maggio, il governo egiziano avrebbe bloccato ben 431 siti Internet e agenzie di informazione, secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione (AFTE).

Tra loro, anche siti di organizzazioni internazionali come Reporter senza Frontiere, di giornali online indipendenti come Mada Masr, siti di partiti politici e i movimenti egiziani come i Socialisti Rivoluzionari e il Movimento 6 aprile, testate straniere tra cui al-Jazeera e The New Arab, e blog di giornalisti.

L’attuale regime egiziano sta andando oltre a prendere di mira particolari siti web considerati critici nei confronti del governo, estendendo la sua campagna repressiva contro chi esprime qualsiasi forma di critica in rete nel Paese, osserva Sherif Mansour, coordinatore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa della Commissione per la Protezione dei Giornalisti (CPJ). Vengono oscurati siti non solo di giornalisti e attivisti che criticano il regime ma anche di persone che li appoggiano, continua.

A detta del coordinatore, il Cairo ha esercitato una presa di controllo sempre più stretta sullo spazio mediatico, prima costringendo molti giornalisti a smettere di fare il loro lavoro, poi arrestando i vertici del sindacato dei giornalisti egiziano l’anno scorso, e quest’anno censurando anche chi va contro la censura. Ciò mostra non solo un deterioramento, ma anche fino a che punto il governo Sisi può spingersi per silenziare il dissenso.

Insieme alle restrizioni alla libertà di espressione, e alle recenti misure di blocco, è altrettanto grave la situazione dei tanti giornalisti arrestati e detenuti in Egitto, alcuni da anni come il noto fotoreporter Mahmoud Abu Zaid, ovvero Shawkan, il corrispondente del sito di informazione RASSD Mahmoud Abdel Nabi, Hany Salah El-Din, e Abdallah Shousha, tutti in carcere dal 2013.

In base ai dati raccolti dal CPJ aggiornati al 1 dicembre 2016, almeno 25 reporter sono stati imprigionati in Egitto, classificandosi l’anno scorso terzo paese al mondo con il più alto numero di giornalisti dietro le sbarre.

Tra arresti arbitrari, prolungate detenzioni, sparizioni forzate, si registra un ultimo inquietante caso di scomparsa nel mese scorso. Dal 17 agosto non si hanno più notizie di Abdallah Rashad, reporter per il quotidiano alBawaba, arrestato e trasferito dalla Sicurezza Nazionale mentre tornava a casa da lavoro. La polizia ha negato di essere a conoscenza del suo arresto o della sua posizione. I colleghi del giornale hanno detto di ritenere il ministero dell’interno responsabile della sicurezza di Rashad, chiedendo il suo rilascio immediato. Hanno avvertito, inoltre, di presentare rapporto al procuratore generale che denunci la scomparsa forzata del giornalista se non sono in grado di accertare dove si trovi. Consapevole che il sequestro di Rashad sia legato ai suoi articoli critici nei riguardi del governo, Mansour fa sapere che il CPJ sta avviando un’indagine riguardo il caso. In una sua dichiarazione, ha detto che se le autorità egiziane stanno trattenendo Abdullah Rashad, devono fornire la spiegazione del suo arresto e permettere al giornalista di avere accesso a un avvocato e alla sua famiglia.

La pratica di detenere giornalisti e negare loro l’accesso a rappresentanza legale non è inusuale in Egitto. Il trattamento in detenzione include tortura, negazione di cibo, cure mediche, accesso a familiari e avvocati. Il ricercatore del CPJ fa notare che dal 2013 l’Egitto sta adottando un regime a tolleranza zero contro i giornalisti e la stampa. Prima di allora, non si contava un solo giornalista dietro le sbarre. In un recente rapporto, l’inviato speciale ONU per la libertà di espressione, David Kaye, e l’inviato speciale sui diritti umani e la lotta al terrorismo, Fionnuala Ní Aloáin, hanno espresso seria preoccupazione circa il continuo attacco alle libertà di espressione da parte delle autorità del Cairo compreso il blocco di centinaia di siti e la detenzione di giornalisti nel Paese. I due inviati hanno affermato che limitare l’informazione senza alcuna trasparenza sembra più ‘’repressione’’ che ‘’lotta al terrorismo’’ così come il governo giustifica le sue azioni. Mentre il regime egiziano mostra il pugno di ferro sulla scena mediatica, scende la popolarità di Al Sisi tra rincari, forte deprezzamento della moneta e inflazione dilagante. Il sondaggio annuale condotto dall’Egyptian Center for Public Opinion Research ha rivelato che il 66% degli egiziani voterebbe l’ex generale, rispetto all’81% dell’anno scorso. Tra le persone di età inferiore ai trenta anni, solo il 51% ha detto che voterebbe per il presidente, anche se la percentuale sale all’81% fra gli ultra-cinquantenni.

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