La favola dei tre anelli
ovvero l’enigma della verità religiosa

Un saggio complesso e dotto ma soprattutto avvincente sulla lunga storia di una parabola. L’autore ci guida e trascina in un racconto ricco di associazioni e rimandi ad altre storie e indagini che riguardano – oltre alla filosofia della religione e alla storia dei credo e dei riti – l’antropologia, la letteratura, la filosofia … Al centro di questa storia che si racconta da secoli c’è qualcosa di prezioso, una perla o un anello, che si può perdere nel buio della notte o al contrario ricevere in eredità secondo una secolare tradizione familiare. Qualcosa di bello che si desidera e non deve essere smarrito, qualcosa che ci salva, rende felici e saggi.

Per noi occidentali il racconto dei Tre anelli emerge nei secoli premoderni soprattutto nella bella prosa di Boccaccio (novella della III giornata del Decameron) dove è già presente la sua avvincente trama polisemica. Protagonisti del racconto che è parabola o allegoria insieme sono tre giovani “belli e virtuosi “e il loro padre saggio e amoroso che alla fine della vita come i suoi antenati deve decidere di lasciare in eredità a quale figlio – il più amato e valente? – un anello “bello e preziosissimo”. Incerto nella scelta il padre commissiona a un mastro gioielliere due copie dell’anello perfette a tal punto che nessuno potrà distinguere dall’originale. Morendo lascia ai tre figli i tre anelli all’insaputa l’uno dell’altro così che ciascuno di loro possa credere di essere il vero erede possedendo il simbolo dell’onore e del potere della famiglia. “Ciascuno produsse fuori il suo anello e trovatisi gli anelli così simili quale fosse il vero non si sapeva: da qui nasce la contesa fra fratelli.” Conclude lievemente il Boccaccio: “quistione che ancora pende “. Ma aggiunge uscendo dalla fabula: “anche delle tre leggi date alli tre popoli da Dio Padre …ciascuno crede la sua eredità sia la vera legge …ma chi se l’abbia come degli anelli ne pende la quistione”. I tre anelli simboleggiano quindi nella novella le fedi delle tre religioni monoteiste – ebraismo cristianesimo islam – e nell’ottica dell’autore come non si può decidere della verità dell’anello così avviene per la verità di ciascuna fede. Ciascuno dei tre fratelli e ciascuno dei credenti delle tre religioni non possiede infatti prova della verità della sua fede perché costretto nei suoi limiti temporali e quindi storici e non ha sull’argomento strumenti di vera conoscenza ma solo possibilità di congetture e “quasi scienza”. Conclusione che si accorda con una tendenza presente nella teologia e nella filosofia della conoscenza delle scuole universitarie del Trecento che segue l’ottimismo teologico di non pochi maestri del Duecento.

L’inizio della parabola e il suo senso profondo restano sepolti nel buio del tempo. Retrocedendo nei secoli arriviamo a conoscere una versione più antica che suggerisce l’incertezza della questione della verità: è il racconto sulla “ricerca della perla nel buio” che ha per cornice il dialogo fra il patriarca nestoriano Timoteo I e il califfo al-Mahdi nella Baghdad dell’VIII secolo (“…In questo mondo noi tutti siamo come in una casa buia nel mezzo della notte”).

Come si può riconoscere chi ha ritrovato nell’oscurità della notte e ora possiede la perla? “Attraverso le buone opere e le meraviglie che Dio mette in atto grazie a coloro che posseggono la vera perla”: nella pratica quindi e nell’azione non nella ricerca teorica, Dio sembra come sarà per Borges (I teologi) indifferente alle contese teologiche dei sapienti, fra loro avversari, preannunciando da lontano l’atmosfera felicemente dubbiosa delle pagine di Lessing.

Eccoci dunque a quello che è il culmine di una ricerca che contiene appunto nel suo nucleo dinamico già il dubbio, un dubbio aperto e fecondo. Nathan il saggio di Lessing ripete il racconto di Boccaccio ma rende esplicito un percorso che tuttavia ancora non si conclude. Anche qui il padre non sa più distinguere l’anello dalle due copie che ha commissionato e “felice prima di morire … dona a ciascuno dei tre figli l’anello e le sue perfette copie. Alla sua morte i figli iniziano a litigare accusandosi a vicenda ma risulta impossibile stabilire la verità “come è impossibile provare quale per noi sia la vera fede”. Tutte le tradizioni da un certo punto in poi – i fatti della fondazione – si fondano non più su una esperienza ma su un atto di fede ossia di fiducia “appesa a una fragile libertà e all’amore”. Nota il Celada Ballandi che “la terza parte della parabola è un inno alla libertà eticamente impegnata”, idea promossa da un saggio padre che non vuole “tollerare in casa sua la tirannia di un solo anello” (il dogma) e indica così il policentrismo fertile e pragmatico della verità.

In conclusione, il lettore di oggi -forse più che mai stretto dalle morse di una intolleranza generale – non può che concordare con Assmann citato da Calenda Ballanti: “La morale della storia è chiara: la verità della religione non si può dimostrare né storicamente né teologicamente ma solo nella pratica ovvero da un punto di vista performativo… attraverso i suoi effetti e non i suoi dogmi”.

Titolo: La parabola dei tre anelli. Migrazioni e metamorfosi di un racconto tra Oriente e Occidente

Autore: Roberto Celada Ballanti

Editore: Storia e Letteratura

Pagine: 240

Prezzo: 18 euro €

Anno di pubblicazione: 2017



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *