Italiani in Tunisia, storie di migrazione
nella letteratura di Marinette Pendola

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La storia della migrazione italiana in Tunisia ha vissuto diverse fasi e la nostra collettività, oltre a essere stata numericamente superiore a quella francese, era multiforme ed eterogena. I primi ad arrivare furono ricchi mercanti ebrei toscani a inizio 800, seguiti da fuoriusciti politici, liberali, carbonari e mazziniani, tra cui molti livornesi (Garibaldi vi approdò per la prima volta nel 1836 con il falso nome di Giuseppe Pane). Poi arrivarono i contadini siciliani, vittime della crisi agraria, che approfittarono del trattato della Goletta stipulato nel 1868 tra Vittorio Emanuele II e il bey Mohammed es-Sadok; e infine gli anarchici e i lavoratori stagionali di più regioni.

Una parte di questa lunga storia di migrazione è raccontata nei libri di Marinette Pendola, scrittrice nata a Tunisi in una famiglia di origine siciliana stanziata in Tunisia dal 1900, trasferitasi in Italia nel 1962, all’età di 13 anni, insieme a tante altre famiglie costrette a lasciare la terra nordafricana all’indomani dell’indipendenza del 1956 dal protettorato francese durato 75 anni, a causa di leggi che le tagliarono fuori dal mercato del lavoro per “ritunisificare” il paese.

Marinette Pendola, che da allora vive a Bologna, è cresciuta nella campagna di Zaghouan in una “Tunisia-mosaico di culture” e ha comincpastificio italia tunisiaiato a scrivere per presentarsi e dichiarare al mondo il suo essere “un’italiana di Tunisia”, per dare voce ai laboriosi contadini siciliani migrati a sud del Mediterraneo e per evitare l’idealizzazione di una terra amata ma costretta ad abbandonare.

I suoi libri – i primi due autobiografici, La riva lontana (Sellerio, 2000) e La traversata del deserto (Arkadia, 2014), e l’ultimo, il romanzo L’erba di vento (Arkadia, 2016) -, sono anche documento e memoria di una pagina di storia del Mediterraneo e sono gli unici nel panorama letterario europeo e maghrebino a essere scritti in italiano, anziché nel francese imposto dal Protettorato e usato da tutti gli altri scrittori, poeti e saggisti “italiani di Tunisia”, da Cesare Luccio a Mario Scalesi, da Antonio Corpora a Gastone Costa, da Claudio Medina ad Albert Memmi, fino ad Adriano Salmieri.

Marinette, perché la scelta dell’italiano? 

Il mio rapporto con l’italiano è stato per molto tempo piuttosto conflittuale. Al mio arrivo in Italia, fu una lingua imposta, che vissi come una violenza. Una lingua di cui non riuscivo a percepire le infinite sfumature, una barriera fra me e gli altri, fra me e i testi letterari che mi venivano proposti alla scuola media in cui ero stata iscritta. In me c’erano stati fino a quel momento il francese della scuola e delle letture e il siciliano della vita familiare. Ci sono voluti più di quarant’anni per raggiungere una certa dimestichezza con l’italiano e poter scrivere in questa lingua. Una scelta che, in un primo momento, mi apparve casuale, ma ora so che è frutto di un lavorio interiore profondo. Navigo ancora a vista nell’italiano, ma con più leggerezza. D’altronde, – ora ne ho piena consapevolezza – le storie che racconto sono italiane. E scriverle in italiano mi permette di farle conoscere e, nello stesso tempo, di riprendere contatto con le mie radici più profonde.

Eppure lei, come tutta la sua generazione, è stata “francesizzata”. Ci racconta in che modo la lingua e la cultura francese entravano nelle case degli italiani e che atteggiamento ha avuto la Francia nei confronti dell’imponente collettività italiana.

bambini tunisia (2)Appartengo alla generazione d’italiani francesizzati. A lungo la Francia in Tunisia ha considerato la presenza italiana come un problema: il numero d’italiani era superiore a quello dei francesi sin dalle origini del protettorato. Inoltre, la continua richiesta di manodopera ha favorito una forte migrazione dalla Sicilia. Perciò, mentre da una parte contadini e operai siciliani erano apprezzati per la loro totale dedizione al lavoro e le loro scarse richieste, dall’altra si temeva che il loro numero sempre crescente finisse per causare problemi. La “question italienne” era oggetto di dibattito non solo sui giornali, ma anche in parlamento. La Francia operò in modo da favorire le naturalizzazioni e, alla fine degli anni Trenta, finalmente il numero di “francesi” superò quello degli italiani. Ma fu con la fine della seconda guerra mondiale che si cercò di cancellare del tutto la memoria italiana: furono espulse non solo le persone compromesse con il fascismo, ma quasi tutti gli intellettuali. Furono inoltre chiuse tutte le istituzioni, a cominciare dalle scuole, i giornali, l’ospedale che da “Ospedale Garibaldi” divenne “Hôpital de la Libération”. Fu varata una legge retroattiva per cui tutti gli italiani nati sul territorio tunisino dopo il 10 giugno 1940 e figli di genitori nati a loro volta in Tunisia, erano automaticamente francesi.  Per questo motivo la mia generazione fu totalmente francesizzata. Se posso aggiungere un aneddoto personale, mia madre sentì profondamente la violenza insita in questi eventi e decise di opporre una sua personale resistenza parlandomi esclusivamente nel nostro dialetto, il siculo-tunisino, sin dalla nascita.

Che cos’è la lingua siculo-tunisina?

Il siculo-tunisino è una variante del siciliano ottocentesco che, con il tempo e a contatto con altri popoli, ha subito una serie di modifiche soprattutto sul piano lessicale. Spesso l’introduzione di nuovi vocaboli fu dovuta alla necessità di uniformare le varie parlate siciliane. Per esempio, il termine albicocca viene detto in siciliano varcocu, bbarcocu, piricòculu, pricocu, ecc.., ma diventa in Tunisia musce mesce come nella lingua locale. Il numero di vocaboli introdotti dal tunisino è davvero impressionante e copre tutte le situazioni della vita quotidiana, dalle formule di cortesia al cibo alle interiezioni (come ad esempio il termine matabbìa che copre l’intera area semantica dell’italiano magari). Naturalmente anche il francese ha profondamente influenzato quel dialetto, ma sono altri i settori privilegiati: quello tecnico, quello concernente la vita sociale, la cosmesi in genere, gli utensili di cucina (cocotte-minute per pentola a pressione, ad esempio). Ed è ovvio che in una frase convivano più lingue, come, ad esempio: metti a zìbbula na poubelle, in cui zìbbula è il tunisino pattume e poubelle è il francese pattumiera.

Secondo lei perché la lunga storia della migrazione italiana in Tunisia è stata vittima di rimozione in Italia?

barconi tunisia (2)Per molto tempo tutta la storia della migrazione italiana fu in gran parte rimossa dalla narrazione nazionale. Poi lo sguardo s’indirizzò verso le Americhe che accolsero il flusso maggiore. Nel Nord Africa d’altronde la percentuale d’italiani migrati si aggira attorno all’1%, un numero davvero esiguo per chi intraprende quegli studi. Ci potrebbe essere un’altra causa allo scarso interesse per quella migrazione, legata in qualche modo al fascismo. È una mia ipotesi che gli storici verificheranno, però suppongo che l’eccessivo interesse per gli italiani di Tunisia durante il fascismo, con un numero davvero rilevante di pubblicazioni, abbia provocato dopo una totale rimozione. Infine, penso che ci sia in generale scarsa considerazione per la sponda sud del Mediterraneo che si percepisce priva di qualsiasi interesse. Eppure la migrazione in Tunisia ha molto da raccontare oggi a tutti.

La Tunisia che ha conosciuto nella sua infanzia era un grande esempio di società plurale in cui le differenze tra culture non esistevano. Può raccontarci il paese che ha vissuto all’epoca e quello che ha riscoperto tornandoci da adulta in diversi periodi storici, fino a oggi? 

La Tunisia degli anni Cinquanta era una società plurale in cui tutti si rispettavano. Le differenze fra le culture esistevano ma tutti le accettavano. Per fare alcuni esempi, ogni mattina, il primo che entrava in classe (stavamo tutti in fila in un ordine rigoroso imposto dall’insegnante) accendeva la luce. Se era sabato e il primo era ebreo, automaticamente il primo non ebreo prendeva il suo posto. Famosa è la processione della Madonna di Trapani a La Goulette il 15 agosto a cui partecipavano tutti i pescatori, cattolici e musulmani, oppure la condivisione con i vicini di casa di piatti tipici nei giorni delle festività religiose cattoliche, musulmane o ebraiche. Per me crescere nella Tunisia dell’epoca è stata una grande scuola di tolleranza. Poi, con le partenze dovute alla decolonizzazione, pian piano la società è diventata sempre più musulmana e i giovani hanno finito per ignorare la presenza nel recente passato di altre culture. Ora, è in atto una presa di coscienza del valore di quel periodo storico e della grande ricchezza che ha lasciato nel paese. C’è infatti un’attenzione particolare da parte degli studiosi e un interesse crescente da parte degli studenti.

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Commercio dei datteri – Fratelli Bergami – Sfax, in Gli Italiani di Tunisia, 1906

Com’è stato il suo arrivo in Italia nel 1962?

Difficile, direi di primo acchito. L’Italia era allora un paese provinciale e chiuso, anche se, in alcune circostanze, accogliente. Non conoscevamo la lingua nazionale, né le abitudini locali. Ci mancavano alcuni cibi. La cosiddetta cucina mediterranea a cui eravamo abituati non esisteva al nord. Eravamo considerati strani, guardati con occhi diversi, equiparati ai “terroni” che allora emigravano verso nord … e noi non osavamo dire che eravamo più meridionali dei meridionali. Inoltre, parlavamo in francese, quindi eravamo difficilmente catalogabili. Di questo periodo scrivo ne La traversata del deserto, il più sofferto dei miei romanzi.

La migrazione italiana in Tunisia ha vissuto molte fasi. La storia a cui lei appartiene è legata alla migrazione proveniente dalla Sicilia. Il primo ad arrivare fu suo nonno. Dopo più generazioni in Tunisia, in che modo preservavate la vostra ‘italianità’? 

Fino alla seconda guerra mondiale, come ho detto, c’erano scuole italiane a cui erano iscritti quasi tutti i bambini italiani. Quasi tutti, perché quelli che vivevano in campagna frequentavano le scuole francesi. Alla fine della guerra, con la chiusura di tutte le istituzioni italiane, mantenere la propria italianità divenne un fatto privato. La borghesia parlava italiano in casa, gli altri il proprio dialetto. Si ascoltava la radio italiana, si leggeva La Domenica del Corriere. Poi, dopo il 1956, si diffuse la lettura del Corriere di Tunisi che, di fatto, divenne il giornale dell’intera collettività e che continua tutt’oggi a informare anche la diaspora. In generale però, la mia generazione è quella profondamente francesizzata, che ignorava l’italiano e per la quale l’Italia era a tutti gli effetti un paese straniero, la generazione che ha vissuto una sorta di amnesia culturale, che ha perso il contatto con le proprie radici. Perciò è stato tanto più doloroso vivere un altro sradicamento con la partenza dalla Tunisia e un nuovo radicamento in Italia.

Quanto la presenza della collettività italiana in Tunisia ha contribuito – sia nell’approccio ai mestieri sia all’attività politica – alla formazione della società civile tunisina tenace, attiva e partecipe alle decisioni politiche che abbiamo conosciuto negli ultimi anni?

scalpellini (2)La migrazione italiana in Tunisia nell’Ottocento fu inizialmente politica. Numerosi furono i carbonari, i mazziniani, che si rifugiarono a Tunisi e, dopo l’Unità d’Italia, rimasero in quel paese. Furono questi migranti, insieme agli anarchici arrivati più tardi, i creatori delle principali istituzioni italiane e i fondatori di giornali prevalentemente a indirizzo politico: in un periodo che va dal 1838 al 1956, si contano in Tunisia ben 123 testate in lingua italiana. All’inizio del Novecento, ad esempio, con la pubblicazione del periodico La Protesta Umana a cura di Niccolò Converti, Tunisi divenne un punto di riferimento importante del pensiero anarchico internazionale. D’altro canto, i contadini, gli operai, i piccoli artigiani lavoravano a fianco a fianco con i tunisini e contribuirono non poco alla loro formazione. Peraltro la trasmissione dei saperi da nord a sud e da sud a nord è avvenuta frequentemente nel passato. Non dimentichiamo che i mosaici di Piazza Armerina sono di scuola africana.

Il suo ultimo romanzo, “L’erba di vento”, non è autobiografico. Com’è nata questa storia che, con gli altri libri, ha in comune lo sfondo storico in cui viene raccontata la difficile vita dei migranti italiani di inizio 900?

Credo di aver abbondantemente pagato il mio tributo all’autobiografismo con La riva lontana e La traversata del deserto. Il mio ultimo romanzo racconta una storia in parte vera, quella di un guaritore di campagna. Ho voluto raccontare questa storia con le parole della moglie, personaggio di mia invenzione, per tenere fede all’impegno che ho preso con me stessa, di dare voce a chi non l’ha mai avuta.  Le vicende narrate s’inseriscono in quella realtà della migrazione fra le due guerre, fatta di miseria e di fatica immane. La protagonista, Angela, è una donna solitaria e coraggiosa che, con la caparbietà della parietaria (l’erba di vento del titolo) resiste alle convenzioni sociali del suo ambiente adattandosi man mano agli eventi senza mai perdere la propria libertà interiore. Ed è il continuo dialogo con se stessa che le dà forza e in qualche modo la salva. Per dar voce ad Angela (il racconto è scritto in prima persona), ho utilizzato un linguaggio semplice e quasi essenziale, immedesimandomi per quanto possibile nella protagonista, contadina e analfabeta, cercando tuttavia di mantenere la musicalità della frase siciliana. Uno sforzo non indifferente.

Foto tratte dal libro a cura di Silvia Finzi  “Mestieri e professioni degli italiani in Tunisia” – Finzi edizioni – Tunisi, 2004 

Questa e altre narrazioni sulla migrazione italiana in Tunisia si potranno ascoltare nel ciclo di puntate realizzate da Francesca Bellino per “Passioni” in onda dal 10 giugno su RadioRai3 dal titolo “Il Ponte. La storia degli italiani di Tunisia” 

Titolo: L'erba di vento

Autore: Marinette Pendola

Editore: arkadia

Pagine: 144

Prezzo: 14 euro €

Anno di pubblicazione: 2016



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